ieri (l’altro ieri, ndr) riguardo alla foto, lungi dall’essere un attacco a Draghi come è stato letto: tutti sanno cosa penso della fermezza che Draghi ha avuto sulla questione ucraina con una maggioranza che era molto difficile da gestire da questo punto di vista», ha ribadito la Meloni, nella replica sul Consiglio europeo. «Quello che io cercavo di spiegare è che non si risolve il lavoro che è stato fatto nella foto sul treno con i francesi e con i tedeschi». Replicando alla senatrice del Pd Simona Malpezzi, ha aggiunto: «Quel treno l’ho preso anche io, io sono salita sullo stesso treno per andare a Kiev quindi si figuri se non capisco il valore che questo ha, però lo dicevo per raccontare che dal mio punto di vista e l’impressione che ho avuto stando un anno in Consiglio è che c’è stata una Italia in passato che ha ritenuto che tutto il suo ruolo dovesse essere quello di aspettare a vedere cosa facessero Francia e Germania».
Insomma, la replica dovrebbe bastare a sminare le polemiche. Non solo perché ha una sequenzialità logica, ma anche perché non ci vuole un fine analista per mettere assieme i pezzi e capire che dietro c’è anche una coerenza nei comportamenti. L’attuale governo condivide con il precedente la linea politica sull’Ucraina, il decreto armi (che tra l’altro scadrà a fine mese), le scelte nel mettere a terra le leggi finanziarie, nell’approcciare la riforma del Patto di stabilità (basta leggere le uscite di Draghi sull’Economist) fino al ricorso alla tassazione dei cosiddetti extraprofitti. Difficile che di colpo la Meloni critichi Draghi e voglia mettere in dubbia la strada che lei stessa sta percorrendo. Al contrario, è molto probabile che, parlando alla Camera, le sia uscito dal cuore un sonoro sbuffo. Diretto a Giuseppe Conte e ancor più ai rappresentanti del Pd. I quali hanno dimostrato di cristallizzare la loro politica estera incorniciando foto piene di strette di mano. Forse Meloni intendeva anche puntare il dito contro tutti coloro che per mesi hanno sbrodolato in modo imbarazzante di fronte a qualunque stretta di mano di Draghi. Partiti e commentatori che hanno idolatrato l’ex premier facendo un danno al Paese (che democraticamente dovrebbe prevedere il contraddittorio) e al diretto interessato, che certo non ne ha beneficiato nell’immagine pubblica. Si tratta di quella stessa compagine (oggi all’opposizione) che alla critica della Meloni ha reagito compatta denunciando una frattura con Draghi. Individuando le presunte cause nella candidatura di Mr Bce alla prossima presidenza della Commissione Ue.
Coincidenze troppo perfette per non pensare che invece la frittata per essere digerita vada ribaltata. È, infatti, molto probabile, vista l’insistenza di Repubblica, quotidiano edito dagli Elkann azionisti della ormai transalpina Stellantis, nel proporre trame e sponsorizzazioni francesi dietro il nome di Draghi, che in realtà l’idea sia o di bruciarlo o di insinuare una zeppa tra Draghi e la Meloni con il chiaro obiettivo di rompere la convergenza di vedute. Probabilmente la sinistra pensa che Meloni, che è affiancata dalla Lega, non possa sostenere realmente la candidatura di Mr Bce alla Commissione. Il quotidiano che fu di Eugenio Scalfari non tiene conto però che il Pd spingerà per un socialista, verde e iper sostenitore della transizione green. Qualunque alternativa sarà facilmente gestibile dalla Meloni. Fin qui, dunque, affari interni alla sinistra. È però molto più interessante allargare lo zoom e cercare di comprendere semmai perché Emmanuel Macron e Parigi vogliano rompere una potenziale alleanza Draghi–Meloni. I motivi ci sarebbero e sarebbero almeno due. Il primo di natura geopolitica e il secondo prettamente bilaterale. Tutti sanno che Draghi a Bruxelles catalizzerebbe i rapporti con gli Stati Uniti. Qualunque sia il prossimo presidente. Catalizzerebbe anche i rapporti in ambito Atlantico. E la Francia si troverebbe in serie difficoltà. Ma a rendere più frizzante l’ipotesi di una unità d’intenti tra francesi e sinistra italiana (al di là delle innumerevoli onorificenze che la seconda ha ricevuto dai primi) c’è la riforma del premierato e l’impatto che avrebbe sul Trattato del Quirinale. Per un governo di centrodestra sarebbe molto difficile portare avanti un tale cambio – un cambio che depotenzierebbe il Colle, interlocutore delle Cancellerie – senza una condivisione a livello europeo. Mario Draghi ne sarebbe garante. I maliziosi potrebbero pensare che se Mr Bce non è andato al Colle a quel punto se ne può anche costruire un altro. Ma sarebbe banale ridurre tutto a ripicche. Ecco perché dobbiamo considerare che l’attuale «sistema Quirinale» è invece garante del Trattato omonimo. Un testo che lega a doppio filo Francia e Italia. Indipendentemente da chi occuperà in futuro Palazzo Chigi. Parigi teme che riformando il premierato si smonti il gioco sottinteso. Teme che l’Italia possa veramente svincolarsi da legami economici costruiti negli ultimi decenni: legami che ci vedono troppo spesso in posizione di inferiorità. Tutte ragioni insomma che ci portano a dire: anche solo per questo, il premierato è una buona idea.
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