- Il premier rinsalda il ruolo dell’Italia come ponte tra Europa e Cina, interlocutore imprescindibile, ribadendo però la necessità di un bilanciamento più equo dei commerci. Pechino pronta a collaborare su elettrico e Ia.
- Tra i tavoli aperti durante la missione anche quello dell’agrifood. Luigi Scordamaglia (Filiera Italia): «Export da incrementare. Vanno superate le difficoltà d’accesso».
Lo speciale contiene due articoli.
La Via della seta che lega ancora oggi l’Italia con la Cina non è più quella pensata da Xi Jinping e da cui il governo di Giorgia Meloni si è sfilato l’anno scorso con il mancato rinnovo del memorandum della Belt and Road Initiative firmato nel 2019, unico Stato del G7, dal governo gialloverde di Giuseppe Conte e lasciato in sospeso da Mario Draghi. Nel corso di un faccia a faccia durato 90 minuti il premier ha voluto gettare le basi di un nuovo patto che, nelle sue intenzioni, dovrà sostituire la Silk Road (invocata anche ieri a più riprese dalle autorità cinesi) con una via «dei Mercanti» i cui partner di lunga durata devono essere quelli dell’Alleanza atlantica. E quindi revisione di tutte le partnership con i cinesi nei settori della mobilità, delle tlc e delle reti in generale.
«A volte la strada è stata più agevole, altre volte in salita, ma questa strada è rimasta sempre percorribile», ha sottolineato ieri il presidente del Consiglio. Dicendosi pronta a «esplorare nuove forme di cooperazione», evidenziando che «non tutto ha funzionato». E insistendo più volte su due parole: riequilibrio e ponte. Riequilibrio dei rapporti che col memorandum del 2019 sono stati troppo a favore di Pechino. E il ponte come riferimento al complicato contesto geopolitico con l’Italia che punta a essere un ponte tra l’Europa e la Cina. Il Dragone, per il premier, «è inevitabilmente un interlocutore molto importante» per garantire stabilità, pace e un interscambio libero ed «equilibrato», anche questo «basato su regole certe».
Di certo, il Paese di Xi è un interlocutore di mercato da cui non possiamo prescindere perché noi europei, che siamo deboli, abbiamo bisogno di esportare. Necessariamente l’Europa dovrà essere più assertiva, chiedere il rispetto di condizioni di reciprocità, ma non può permettersi di chiudere le relazioni. Il rischio, infatti, è quello di ritrovarsi come un vaso di coccio tra due di vetro (ovvero Cina e Usa). In un passaggio del piano d’azione per il rafforzamento del partenariato strategico globale Cina-Italia (2024-2027) siglato ieri a Pechino dopo l’incontro tra il premier italiano e il primo ministro della Repubblica Popolare Cinese, Li Qiang, i due Paesi «ribadiscono l’importanza che l’Ue e la Cina osservino le regole dell’Omc e i principi di mercato, aderiscano al commercio libero, alla concorrenza leale, all’apertura e alla cooperazione, si oppongano al protezionismo e all’unilateralismo, gestendo gli attriti commerciali attraverso il dialogo e la consultazione, in conformità ai meccanismi previsti dall’Omc».
Nel documento si sostiene «la prosecuzione e l’intensificazione dei dialoghi di alto livello Cina-Ue nei settori strategico, economico-commerciale, ambientale, digitale e dei rapporti tra le società civili, affrontando congiuntamente, con uno spirito aperto e collaborativo, sfide globali come il cambiamento climatico e la transizione energetica, la salute pubblica, la sicurezza e la pace internazionali e la stabilità».
Viene poi riconosciuta l’importanza dell’impegno di Cina e Ue per rendere le relazioni commerciali bilaterali più certe, prevedibili, equilibrate e reciprocamente vantaggiose e a tal fine i due Paesi intendono continuare a lavorare per assicurare parità di condizioni per le rispettive aziende».
Anche per l’Italia serve mantenere un dialogo strategico con uno dei principali Paesi di destinazione, tra le prime dieci destinazioni a livello globale, primo mercato in Asia e secondo extra Ue, dopo gli Stati Uniti. Ieri, però, il presidente dell’Ice, Matteo Zoppas, ha sottolineato come su base annua ci sia un calo importante nelle esportazioni che si sono ridotte del 10,9% (giugno 2024 rispetto giugno 2023). Nel periodo gennaio-giugno 2024 il calo rispetto allo stesso periodo del 2023 è stato del -30,1%, anche se c’è da considerare il boom dell’export di prodotti farmaceutici nei primi mesi del 2023. In questo momento, la partita più delicata è anche portare nella Penisola un costruttore di auto elettriche cinese, capace di mettere pressione a Stellantis. Ieri nel bilaterale con Meloni il presidente Xi Jinping avrebbe assicurato che la Cina è disposta a collaborare con l’Italia «per promuovere l’ottimizzazione e il miglioramento della cooperazione tradizionale negli investimenti economici e commerciali, nella produzione industriale, nell’innovazione tecnologica e nei mercati di terzi, nonché per esplorare la cooperazione in aree emergenti come i veicoli elettrici e l’intelligenza artificiale».
Senza dimenticare la logistica, perché il nostro Paese è la porta Sud dell’Europa. L’80% delle merci cinesi che va verso l’Europa viaggia via mare, in questo momento una parte non piccola va ad Amburgo e a Rotterdam, in altri porti quindi. Uno sviluppo delle infrastrutture portuali finalizzato a rendere l’Italia la porta Sud dell’Europa è centrale non soltanto rispetto alla Cina, ma anche rispetto all’Africa. In questo quadro la missione guidata da Meloni risulta strategica. Andrà, però, concretizzata nei fatti ottenendo quell’equilibrio che finora è mancato.
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