- Mentre Mario Draghi è più cauto per non irritare gli Usa, il presidente della Repubblica sposa la linea di Emmanuel Macron sulla Difesa unica. Anche Paolo Gentiloni rilancia l’idea dell’«autonomia strategica», ma restano due problemi: il costo e la compatibilità con la Nato.
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Lo speciale contiene due articoli.
Ogni tanto capita. In particolare in risposta a una crisi regionale che vede l’Unione europea coinvolta. Tra i 27 Stati membri di inizia a parlare di autonomia strategica. Di recente l’ha fatto anche il numero uno della diplomazia europea, Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, con un articolo sul New York Times in cui ha definito l’Afghanistan come «una sveglia» per Bruxelles.
E non è un caso che il capo della diplomazia europea abbiamo scelto un quotidiano americano per dichiarare la sua posizione e rilanciare il concetto di autonomia strategica europea. Sono, infatti, gli Stati Uniti i più scettici su questa impostazione. E non da oggi. Washington teme che l’autonomia strategica si traduca in una sorta di terza via europea tra Occidente e Oriente.
Ieri è stato Sergio Mattarella, presidente della Repubblica, a rilanciare l’idea. «L’Unione europea ha dimostrato, di fronte alla pandemia e alle sue conseguenze sul piano economico e sociale, una capacità di reazione efficace e tempestiva» ha dichiarato in un messaggio inviato a Valerio De Molli, amministratore delegato di The European House – Ambrosetti. «Una dimensione che deve trovare ora collocazione nell’ambito del Trattato che, dopo la riflessione della Conferenza sul futuro dell’Europa, dovrà sostituire quello di Lisbona» ha proseguito il capo dello Stato sollecitando una «politica estera e di sicurezza comune». «L’Europa non può permettersi di essere assente da scenari ed eventi le cui conseguenze si ribaltano sui Paesi che la compongono e dalla definizione delle regole che presiedono alle relazioni internazionali», ha aggiunto.
Sempre in occasione del Forum Ambrosetti, il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni ha espresso una posizione simile a quella del Quirinale. «L’epilogo disastroso della guerra in Afghanistan apre un’opportunità per l’Unione europea: sviluppare una difesa comune». Perché, ha sostenuto l’ex presidente del Consiglio, «se sei un nano politico, lo sarai anche dal punto di vista economico».
Ha colto «il dramma afgano», anche un altro ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che rilancia il concetto di difesa comune europea. Il punto, spiega, è che «abbiamo appaltato forse con un po’ di superficialità e – diciamolo pure, di convenienza – la nostra totale difesa al grande alleato americano, che con il suo ampio ombrello ci ha protetto, difeso e tranquillizzato» anche se «non immagino naturalmente che gli Stati Uniti abbandoneranno l’Europa al suo destino nel futuro prevedibile» ma se «le priorità geopolitiche mondiali si evolvono, gli Stati Uniti sono costretti a riorientare la loro politica estera, oggi più diretta a fronteggiare il pericolo egemonico ed espansionista cinese».
L’intenzione di Borrell di promuovere una nuova bussola strategica e un esercito europeo rappresenta però diverse sfide. Antonio Villafranca, direttore della ricerca dell’Ispi, ha sottolineato che seppur «la dura lezione dell’Afghanistan può dare il giusto slancio», «non vanno dimenticate altre lezioni, come quella degli Eu battlegroups. Se ne è iniziato a parlare nel 1999, sono impiegabili dal 2007, ma non sono mai stati impiegati». Per non ripetere gli stessi errori del passato, «va capito chi sostiene il costo di un esercito europeo e soprattutto chi e come decide per il suo utilizzo», ha proseguito l’esperto. «Se rimane l’unanimità in politica estera, l’esercito europeo rischia di restare fermo», ha concluso.
Nelle ultime ore anche Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, ha parlato di autonomia strategica. E l’ha fatto da Washington, dove si trovava in visita per incontrare l’omologo statunitense Lloyd Austin, primo rappresentante della Difesa di un Paese straniero in visita negli Stati Uniti dopo il ritiro dall’Afghanistan. L’Italia è favorevole a un «rafforzamento della difesa europea» ma in ambito Nato, ha dichiarato Guerini.
E non è un caso forse che dal governo, guidato dal presidente del Consiglio Mario Draghi che ha disertato il Forum Ambrosetti, giungano parole più prudenti.
Il quadro europeo in pochi anni si è praticamente ribaltato. Basti pensare che con Emmanuel Macron la Francia, da principale ostacolo negli anni passati, è oggi il Paese che più scommette sull’autonomia strategica per ragioni anche politiche e industriali. Ma gli ostacoli rimangono, specie se si pensa che tra meno di un mese finirà dopo 16 anni l’era di Angela Merkel alla guida della Germania.
Il progetto di difesa comune europea, infatti, ne ha almeno due. Il primo: la difficoltà di dare a un esercito europeo una politica estera europea mettendo d’accordo i 27 Stati membri. Il secondo: l’ostilità di Washington che, pur auspicando un maggiore impegno europeo nel vicinato (per esempio in Libia) per potersi dedicare maggiormente all’Indo-Pacifico, teme, come detto, che l’autonomia strategica si traduca in terza via in una fase contraddistinta proprio dalle tensioni tra Stati Uniti e Cina.
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