L’Onu: raggiunta una tregua a Tripoli. E il Califfato cerca di fare proseliti
Ansa
  • Dopo una giornata di scontri, le Nazioni unite annunciano l’accordo tra le milizie per il cessate il fuoco. Colpito centro di detenzione: 1.800 migranti in fuga. Pericolo «foreign fighter» di rientro da Iraq e Siria.
  • Il governo scommette sulla pace. Summit ristretto per l’emergenza libica guidato da Giuseppe Conte: la linea è sostenere fino all’ultimo l’esecutivo tripolino. Sul tavolo la possibile nuova ondata di sbarchi.
  • Vladimir Putin si fa beffe dell’alt di Donald Trump e scatena i bombardieri sulla Siria. Mosca, appoggiata dall’Iran, picchia duro su Idlib. Venerdì trilaterale con la Turchia.
  • Emmanuel Macron cerca gloria in Nord Africa ma in patria fallisce. Un secondo ministro si dimette, mentre i consensi del presidente sono persino più bassi di quelli di Hollande nello stesso periodo.

Lo speciale contiene quattro articoli.

In Libia è aumentato il conto delle vittime delle violenze riesplose nei giorni scorsi: sono ormai 50, oltre a 138 feriti. Secondo la missione Unsmil dell’Onu, che aveva invocato un immediato cessate il fuoco, tra i morti ci sono 25 civili. Gli scontri a fuoco erano ripresi nella mattinata di ieri nella periferia meridionale di Tripoli, poco prima che si aprisse il tavolo convocato dalle Nazioni unite per tentare una mediazione. L’incontro era stato proposto allo scopo di «rispondere alle richieste delle delle varie parti, compreso il governo di accordo nazionale riconosciuto a livello internazionale». Il luogo del vertice non era stato reso subito pubblico per ragioni di sicurezza. Al termine dei colloqui, è stato annunciato il raggiungimento di un accordo per una tregua stra le milizie sotto l’egida dell’inviato speciale in Libia, il libanese Ghassan Salamé. L’intesa mira a «mettere fine a tutte le ostilità, proteggere i civili, salvaguardare la proprietà pubblica e privata». Dovrebbe anche essere riaperto l’aeroporto di Mitiga.

Tra i luoghi teatro degli scontri armati c’è stato persino un centro per sfollati, che ospita 900 senzatetto, oltre che a un centro di detenzione dal quale sarebbero fuggiti circa 1.800 migranti.

È stata smentita la notizia dello scoppio di un grande incendio nella sede dell’ambasciata americana, evacuata nel 2014, che è situata lungo il percorso verso l’aeroporto, l’infrastruttura, chiusa all’inizio degli scontri, al cui controllo puntavano i ribelli (e già presa di mira quattro anni fa). «Le ambulanze», ha riferito il portavoce della Protezione civile libica, «non sono riuscite a recarsi in quella zona malgrado le richieste di aiuto degli abitanti». In realtà, ha precisato in un tweet la rappresentanza diplomatica Usa, le fiamme hanno interessato un serbatoio di combustibile adiacente al muro di cinta dell’edificio.

Cresce la preoccupazione per la sorte dei circa 430 italiani presenti nell’area. Il sito Alwasat riferisce le parole di un portavoce dell’Eni, che parla di «attività che per il momento si stanno svolgendo normalmente», anche se domenica erano state evacuate una decina di tecnici e parte del personale diplomatico dell’ambasciata, sfiorata da un colpo di mortaio.

D’altra parte, l’ambasciatore Giuseppe Perrone, che non si troverebbe più in Libia, è inviso all’uomo forte di Tobruk, il generale Khalifa Haftar, che sarebbe, se non il regista, il principale beneficiario dei disordini che stanno ulteriormente indebolendo il fragile equilibrio su cui poggiava l’esecutivo guidato da Fayez Al Serraj. Il quale, dopo aver proclamato lo stato d’emergenza, si è visto costretto a richiedere l’intervento della Forza antiterrorismo stanziata a Misurata, dove si trovano anche uomini e dotazioni dell’esercito italiano: circa 400 militari, 130 mezzi di terra, alcune unità navali attraccate nel porto della capitale e basi aeree al largo della costa libica. Tutto il necessario per la missione Mare sicuro, che era stata concordata dall’ex premier Paolo Gentiloni e da Serraj per contrastare i trafficanti di esseri umani, i contrabbandieri e i terroristi. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, ha parlato con Salamé, comunicandogli il «pieno sostegno da parte dell’Ue» per «una soluzione a lungo termine» che si basi non sull’impiego della forza (escluso pure dal governo italiano), bensì su un «processo politico». Sempre dal fronte delle istituzioni europee sono arrivati i moniti del presidente del Parlamento di Starburgo, Antonio Tajani, che biasimando la longa manus francese sui disordini, ha dichiarato: «Gli Stati membri devono smettere di promuovere le proprie agende nazionali, danneggiando tutti i cittadini europei». In effetti, mentre negli ultimi due mesi le importazioni di petrolio dalla Libia verso l’Italia sono letteralmente crollate, la compagnia transalpina Total sta rafforzando la propria presenza attraverso una serie di partecipazioni nelle società operanti nel turbolento Stato nordafricano.

Rita Katz di Site, che monitora la presenza degli islamici radicalizzati sul web, all’Ansa ha spiegato che mentre l’anno scorso «l’Isis non esisteva più in Libia», nel 2018 si sono già svolte circa 12 missioni suicide, poiché «alcuni dei combattenti di Iraq e Siria sono stati in grado di tornare». E ora potrebbero approfittare del caos per imbarcarsi alla volta dell’Europa. La geometria delle forze in campo, d’altronde, è complessa. Quello che sta avendo luogo non è soltanto uno scontro tra Serraj, sostenuto dall’Italia e il suo principale concorrente, Haftar, che gode del favore della Francia. La Libia è un Paese tribale e le milizie (molte delle quali vicine al fondamentalismo islamico) si contendono pezzi di territorio e traffici illeciti ma redditizi. Tra questi gruppi spiccano la Settima brigata di Abdel Rahim Al Kani e la brigata Al Samoud, del miliziano Salah Badi. A rinfocolare la mai sopita guerra civile ha contribuito l’insistenza del presidente francese Emmanuel Macron per celebrare elezioni democratiche a dicembre. Traguardo cui il Paese non è pronto, perché tutti hanno ancora interesse a trarre vantaggio dal precario status quo.

Alessandro Rico


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