Tira un’aria turbolenta dalle parti della convention nazionale del Partito democratico americano. L’altro ieri, nella stessa sera in cui Joe Biden ha formalmente ricevuto la nomination, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha tenuto un discorso non esattamente in sostegno del candidato dem. Non soltanto non ha minimamente citato il nome dell’ex vicepresidente, ma ha elogiato l’ala più a sinistra del partito, dichiarandosi – tra l’altro – a favore della nomination del senatore socialista, Bernie Sanders, che – alle ultime primarie democratiche – di Biden è stato il grande avversario.
Gli apparati dell’asinello hanno cercato di gettare acqua sul fuoco e la Ocasio-Cortez ha poco dopo precisato su Twitter che il suo endorsement fosse dettato da una procedura formale e che avesse quindi valore esclusivamente simbolico. Inoltre, per calmare le acque, la deputata – sempre su Twitter – ha effettuato una dichiarazione di sostegno a Biden. Restano però i nodi. Anche se la citazione dell’ex vicepresidente non era prevista, un simile discorso non costituisce comunque un buon segnale per un partito spaccato come quello democratico: soprattutto alla luce del fatto che, nei mesi scorsi, la Ocasio-Cortez abbia mostrato spesso non poca freddezza verso l’ex senatore del Delaware. In tutto questo, non dimentichiamo che, negli ultimi giorni, la deputata è stata protagonista di alcune polemiche: non ha gradito il fatto di aver potuto tenere un discorso di appena un minuto alla convention e ha aspramente polemizzato con l’ex governatore repubblicano, John Kasich, che lunedì era stato invitato a parlare all’evento con più tempo a disposizione.
Insomma, nonostante la compattezza di facciata, sembra proprio che nel Partito democratico le ataviche divisioni tra centro e sinistra siano dure a morire. D’altronde, a ben vedere, la convention è alla fine stata monopolizzata dall’establishment: nelle scorse sere, a prendersi la scena sono risultati i coniugi Obama, i coniugi Clinton, Andrew Cuomo, John Kerry e Nancy Pelosi. Lo stato maggiore del partito ha lasciato alle forze antisistema i rimasugli: l’intervento lampo della Ocasio-Cortez e otto minuti a Sanders, che – guarda caso – ha tenuto lunedì un discorso smorto e privo di mordente. Esattamente come nel 2016, anche stavolta l’establishment democratico sta quindi cercando nei fatti di estromettere l’ala della sinistra populista, prediligendo – al contrario – le alte sfere del progressismo altolocato di stampo californiano e newyorchese. Un errore che, quattro anni fa, costò all’asinello il voto dei colletti blu di Stati come il Michigan, l’Ohio, la Pennsylvania e il Wisconsin. Anche perché non è affatto detto che l’endorsement (non si sa quanto convinto) di Sanders possa effettivamente spingere i suoi stessi elettori a votare in massa per Biden: un candidato non certo ben visto da quell’area (sia per i suoi agganci con Wall Street sia in materia di riforma sanitaria). Ricordiamoci del resto che, nel 2016, alcune migliaia di sandersiani – dovendo scegliere tra Trump e Hillary – votarono alla fine per Trump. Quegli stessi sandersiani che, martedì, potrebbero tra l’altro non aver gradito troppo l’endorsement a Biden di una figura controversa come l’ex segretario di Stato Colin Powell.
Più in generale, quello che sta emergendo dalla convention democratica, che si concluderà giovedì, è un partito spento, senza idee, unito dal solo collante dell’anti trumpismo. Un partito che sarà anche avanti nei sondaggi. Ma la cui vittoria a novembre, con queste premesse, resta tutt’altro che scontata.
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