- La Germania blocca la vendita di armi a Erdogan in risposta all’invasione della Siria. Un’azione tardiva per far dimenticare la verità: sono stati i tedeschi a imporci di stendere il tappeto rosso davanti al satrapo.
- Il conflitto rimette in gioco i jihadisti. A fianco di Ankara schierate milizie islamiste. Un’autobomba esplode vicino al carcere che ospita 2.000 terroristi. Roma e Parigi muovono fregate a protezione dei pozzi.
Lo speciale comprende due articoli.
Resta incerta, sfibrata, disorganica la reazione europea all’invasione turca del Nord della Siria. Pesa la ben nota cattiva coscienza di un’Ue che non ha fatto praticamente nulla per risolvere il pantano siriano; pesa la responsabilità storica di aver sempre mortificato l’aspirazione curda ad un proprio stato; e pesa l’attitudine ipocrita a prendersela solo con Donald Trump.
Le cui mosse – va detto – sono state certamente discutibili, in questo caso, per quanto corrispondenti agli impegni che aveva assunto in campagna elettorale (porre progressivamente termine alle presenze militari Usa nelle «guerre senza fine»): ma non si vede che titoli abbia per contestargliele un’Ue che si è largamente disinteressata alla vicenda, e che – più in generale – è del tutto impreparata a gestire qualunque crisi, in assenza di un decisivo coinvolgimento americano. Parlano i numeri. In una coalizione anti Isis che teoricamente coinvolgerebbe 77 paesi, su 22.000 bombardamenti aerei, ben 17.500 sono stati condotti dalle sole forze aeree Usa.
Ma ora occorre fare i conti con la realtà: Trump -piaccia o no – è stanco dell’idea che gli Usa debbano agire da poliziotto del mondo. E si badi bene: cose analoghe vengono sostenute da molti dei suoi oppositori democratici, Bernie Sanders in testa. Perfino Barack Obama, il cui arretramento generale in politica estera generò un vuoto dal quale nacque la gran parte delle situazioni di caos tuttora aperte in diversi angoli del pianeta, manifestò nel 2016 irritazione verso quelli che chiamò testualmente i free riders europei, cioè gli scrocconi, quelli che usufruivano della protezione Nato senza pagare abbastanza.
Un feroce ma lucidissimo commento di Fraser Nelson sul londinese Telegraph ha messo in fila le figuracce recenti degli apparati militari europei: due mesi fa, 53 elicotteri d’attacco tedeschi sono stati dichiarati non idonei all’azione, e in Francia solo 160 dei 460 elicotteri militari sono effettivamente utilizzabili.
Ma – dentro questa generale fragilità europea – c’è qualcuno che è ancora più responsabile degli altri: è la Germania di Angela Merkel, madrina dei cedimenti passati e presenti verso la Turchia di Recep Erdogan.
Fu la Germania, in occasione della maxi crisi siriana del 2015, a proclamare l’apertura delle frontiere senza limiti, con la Cancelliera desiderosa – allora – di presentarsi come una versione teutonica della Statua della libertà, salvo poi essere costretta a fare precipitosamente retromarcia.
Fu la Germania a imporre nel 2016 il mega accordo europeo (ben 6 miliardi per Ankara) che avrebbe dovuto – secondo le illusioni di Berlino e Bruxelles – risolvere la questione dei profughi, e invece consegnò definitivamente a Erdogan l’arma del ricatto.
Fu la Germania – con tanto di autorizzazione della Merkel – a consentire un processo contro il popolarissimo comico tedesco Jan Boehmermann, colpevole di aver ironizzato in tv su Erdogan.
Ed è stata ancora la Germania (stiamo parlando di pochi giorni fa) a inviare in Turchia il suo ministro degli Interni Horst Seehofer, insieme con il commissario Ue all’immigrazione, il greco Dimitri Avramopoulos, per negoziare la prosecuzione del patto per la gestione dei migranti.
E che fa Erdogan, per tutta risposta? Come ogni ricattatore (politico) degno di questo nome, alza ancora la posta: chiede altri soldi, e minaccia esplicitamente di dare via libera a 3,6 milioni di immigrati siriani, di fatto scatenando il caos e il panico in Europa, se l’Ue dovesse continuare a considerare in modo ostile l’azione turca, trattandola alla stregua di una occupazione.
Insomma, ancora una volta (come sull’export, come sugli Airbus, come sull’austerità, come sui parametri economici), è stata la Germania a dirigere l’orchestra europea, a produrre cacofonia e decisioni sbagliate, salvo coinvolgere tutti gli altri nelle conseguenze nefaste di quelle scelte.
Ieri, per lavarsi la coscienza, anche Berlino si è aggiunta alla lista di paesi (Norvegia, Finlandia, Svezia, Olanda) che già avevano deciso il proprio stop all’esportazione di armi verso la Turchia.
Ma sembra solo un modo per salvare la faccia tardivamente, anche perché il divieto – a rischio di aggiramento in mille modi possibili – non avrà alcun effetto sull’esito dell’offensiva attualmente condotta dalle forze turche.
E in generale, la sensazione è che, in vista dei vertici europei della settimana che si apre (lunedì l’incontro dei ministri degli Esteri e giovedì il Consiglio europeo), sarà ancora Berlino a proporre mediazioni, toni smussati, compromessi.
Inutile girarci intorno: pesa, in primo luogo, l’enorme numero di turchi che già si trovano in Germania, e che rappresentano inevitabilmente un fattore politico. E pesa altrettanto la nuova minaccia di Erdogan sui profughi.
L’opinione pubblica tedesca è preoccupatissima per quel genere di immigrazione, anche quando riguarda profughi veri, rifugiati politici e di guerra, e la Merkel si muove di conseguenza. A Berlino, finora, tanti si sono illusi che blandire Erdogan e staccare assegni a suo favore fosse sufficiente. Ma c’è motivo per credere che quelle scelte siano state parte del problema, non della soluzione.
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