- Antonio Tajani ha portato il dossier all’attenzione del Consiglio Affari esteri di Bruxelles. «Obiettivo: una strategia europea sui flussi migratori che non penalizzi il nostro Paese». E non spinga Tunisi verso Cina e Russia. Slittano le decisioni su F16 e sanzioni a Mosca.
- Nuova democrazia mira al voto ravvicinato e rafforza il Ppe. Linea comune Atene-Roma.
Lo speciale contiene due articoli.
La stabilizzazione della Tunisia continua a essere al centro delle preoccupazioni della Farnesina. Non a caso, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha portato questo dossier all’attenzione del Consiglio Affari esteri dell’Unione europea, tenutosi ieri a Bruxelles. «Siamo riusciti finalmente a trasformare il dibattito sulla Tunisia in una vera disponibilità ad affrontare in maniera pragmatica la situazione del Paese, che per noi è fondamentale per garantire stabilità nell’area, ma anche per contrastare i flussi di immigrati irregolari che partono soprattutto dal porto di Sfax», ha dichiarato il titolare della Farnesina a margine del Consiglio. «Grazie alle nostre insistenze, e grazie alla nostra azione, sono cambiate molte cose, quindi siamo soddisfatti», ha proseguito. Riferendosi poi specificamente al tema dei flussi migratori, ha aggiunto: «Bisogna avere una strategia europea complessiva che non penalizzi il nostro Paese. Stiamo lavorando e voglio essere ottimista». Sempre ieri, Tajani aveva avuto anche un incontro con gli omologhi del Ppe, per parlare del problema della stabilità in Nord Africa e di altri dossier, come la guerra in Ucraina, i Balcani occidentali, la crisi sudanese e la preparazione di una conferenza sulla Siria.
Non è d’altronde un mistero che Roma sia in pressing su Bruxelles per sbloccare gli aiuti finanziari, volti alla stabilizzazione della Tunisia. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, l’Ue ha stabilito che non garantirà tali aiuti prima che venga concesso il prestito da 1,9 miliardi di dollari che Tunisi aveva negoziato con il Fondo monetario internazionale: prestito che il Fmi ha tuttavia subordinato all’implementazione di riforme che il presidente tunisino, Kais Saied, non sembra intenzionato ad adottare. Negli ultimi mesi, il governo italiano ha più volte auspicato un atteggiamento meno rigido sia da parte del Fmi sia da parte di Bruxelles, sottolineando la necessità di salvaguardare la stabilità di Tunisi, per evitare delle conseguenze nefaste. Una linea, ribadita dalla stessa Giorgia Meloni durante il recente summit G7 di Hiroshima. «La Tunisia è in una situazione difficilissima, una fragilità politica evidente e un rischio di default finanziario dietro l’angolo», aveva dichiarato il presidente del Consiglio sabato. «Abbiamo una trattativa fra il Fmi e la Tunisia di fatto bloccata. C’è una certa rigidità del Fmi di fronte al fatto che non si sono ottenute dal presidente Saied tutte le garanzie che sarebbero necessarie. È comprensibile da un lato, dall’altro siamo sicuri che questa rigidità sia la strada migliore? Se questo governo va a casa abbiamo presente quali possano essere le alternative?», aveva proseguito.
E alla fine il punto è proprio questo. La rigidità di Ue e Fmi rischia innanzitutto di spingere progressivamente la Tunisia tra le braccia di Russia e Cina: non è un caso che recentemente Pechino e Mosca abbiano spinto a favore dell’inclusione di Tunisi nei Brics. Se la Tunisia finisse nell’orbita sino-russa, ciò costituirebbe un enorme problema per il fianco meridionale della Nato e per la stessa Unione europea (che sarebbe il caso iniziasse finalmente a ragionare in ottica geopolitica). In secondo luogo, emerge il nodo della stabilità. Al di là della bomba migratoria che rischia di abbattersi sulle coste italiane, è bene sempre tener presente quale sia l’alternativa a Saied. Sia chiaro: è fuor di dubbio che quest’ultimo sia un leader controverso e che la comunità internazionale debba monitorare attentamente le sue azioni. Va però sottolineato che la principale forza di opposizione all’attuale presidente tunisino è Ennahda: un movimento islamista, orbitante attorno alla galassia dei Fratelli musulmani, che intrattiene rapporti con Hamas. Non stiamo quindi parlando di un partito esattamente liberaldemocratico. Meloni fa dunque bene a invitare tutti i suoi interlocutori internazionali – a partire dall’amministrazione Biden – ad essere pragmatici. Già a fine marzo, lo stesso Tajani mise del resto in guardia dal rischio di islamismo, dichiarando: «Non possiamo abbandonare la Tunisia, altrimenti rischiamo di avere i Fratelli musulmani che rischiano di creare instabilità. Non ci possiamo permettere l’islamizzazione del Mediterraneo». Abbiamo d’altronde già visto quali disastri hanno prodotto le cosiddette «primavere arabe» del 2011.
Al di là del dossier tunisino, ieri pomeriggio fonti diplomatiche riferivano di un mancato accordo al Consiglio sulle forniture militari a Kiev a causa del veto ungherese. Per di più, le stesse fonti hanno parlato di uno slittamento della decisione di ulteriori sanzioni contro la Russia. «Sugli F16 decideremo tutti insieme, con i partner europei e con la Nato», aveva inoltre dichiarato Tajani sulla questione della consegna dei caccia all’Ucraina. «Non avendo l’Italia in dotazione F16 non ne può fornire, ma lavoreremo per prendere una decisione comune con gli alleati», aveva aggiunto. Il ministro ha anche precisato che l’Italia non punta a ottenere la segreteria generale della Nato e che l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone è il suo candidato alla presidenza della Nato military committee.
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