Dio, confini, operai. La Trumpmania lancia il nuovo credo
Donald e Melania Trump (Getty Images)
  • The Donald domina la convention del Gop. Puntando sulla lotta all’immigrazione e sul sogno a stelle e strisce da rilanciare.
  • Kiev prova a riavvicinarsi al leader repubblicano: «Ma trattare con lui è un duro lavoro».

Lo speciale contiene due articoli.

Ci sono momenti in cui si ha la sensazione di trovarsi al centro della storia. Ed è esattamente questa sensazione che si è vissuta giovedì sera a Milwaukee, durante la sessione conclusiva della convention nazionale del Partito repubblicano.

Arrivati ben prima dell’inizio, ci rendiamo subito conto del clima euforico già nel grande piazzale antistante al Fiserv forum. I big del partito sono ovunque. Incrociamo il senatore del Texas, Ted Cruz, e, poco dopo, l’ex direttore dell’Intelligence nazionale americana, John Ratcliffe. Ma c’è anche il tempo per parlare con gli attivisti. «Quest’anno contiamo di prenderci il Wisconsin a novembre», ci dice un volontario sulla sessantina con maglietta «rosso repubblicano» e cappellino «Make America great again». Finalmente entriamo. È metà pomeriggio, l’evento sta per iniziare. Cerchiamo un posto per riuscire a vedere bene quanto accadrà. Alla fine saliamo in piccionaia: un po’ in alto, è vero, ma almeno abbiamo la visuale al centro che dà direttamente sul palco. Di lì a poche ore parlerà Donald Trump per accettare la nomination del partito: il suo primo discorso dall’attentato subito in Pennsylvania.

L’atmosfera entra subito in un crescendo. E ce ne rendiamo conto anche dall’importanza degli speaker che, via via, si susseguono sul palco. Prende la parola l’ex segretario di Stato, Mike Pompeo, che attacca a testa bassa la politica estera di Joe Biden, definendolo un «incompetente». «Il presidente Biden ha tradito i nostri cittadini, la nostra sicurezza e la nostra sovranità e dobbiamo riprendercela», tuona. Poco dopo, accolto da un’ovazione, entra Tucker Carlson. «Donald Trump è diverso. Quando si è alzato dopo essere stato colpito in faccia, insanguinato, e ha alzato la mano, ho pensato, in quel momento, che fosse in atto una trasformazione. In quel momento, mesi prima delle presidenziali, è diventato il leader di questa nazione», afferma il giornalista, seguito dal boato del pubblico.

Gli interventi di Pompeo e Carlson a distanza ravvicinata trasmettono la natura articolata del trumpismo: il suo lato istituzionale e quello antisistema lealmente uniti contro le politiche di Biden e dei democratici. Non manca, tra l’altro, l’eleganza, soprattutto quando fa il suo ingresso nello stadio Melania Trump, che -vestita di rosso – viene accolta con un’ovazione. Il crescendo, intanto, aumenta. È la volta del wrestler Hulk Hogan che, salito sul palco, si strappa la maglietta e resta con una canottiera dalla scritta «Trump-Vance». «Let’s Trumpmania make America great again!», esclama, mentre il pubblico esplode gasatissimo.

Il clima è sempre più da concerto rock. A un certo punto, parte Hold On I’m Coming con i delegati texani che muovono i loro cappelloni da cowboy a tempo di musica. Arriva il figlio di Trump, Eric, che tiene un discorso sul palco. Il padre, che lo segue seduto in tribuna, viene inquadrato e si mostra commosso. È la seconda volta, dopo il suo arrivo al Fiserv forum lunedì scorso. Ormai ci siamo. L’ex presidente sta per prendere la parola. Raggiunge il palco. Viene letteralmente giù lo stadio.

Durante la prima parte dell’intervento, Trump parla dell’attentato. «C’era sangue che scorreva ovunque e, tuttavia, in un certo senso mi sentivo molto al sicuro, perché avevo Dio dalla mia parte», afferma. «Non dovrei essere qui stasera. Sono qui davanti a voi in quest’arena solo per grazia di Dio onnipotente. Molte persone dicono che è stato un momento provvidenziale», aggiunge, per poi onorare la memoria del pompiere morto durante la sparatoria, Corey Comperatore, baciandone la divisa. È un Trump intimistico, a tratti inedito, quello che parla sul palco. Cita spesso Dio e la fede, più spesso del solito.

Si avverte perfettamente che l’attentato lo ha cambiato nel profondo. I toni, pur battaglieri, sono più soft. E non rinuncia a un appello all’unità nazionale. «La discordia e la divisione nella nostra società devono essere sanate. Come americani, siamo legati insieme da un unico fato e da un destino condiviso. Ci eleviamo insieme. O crolliamo», afferma, ritorcendo contro i dem l’accusa di essere divisivi. «Non dobbiamo criminalizzare il dissenso o demonizzare il disaccordo politico. In questo spirito, il Partito democratico dovrebbe smettere immediatamente di usare il sistema giudiziario come arma e di etichettare il proprio avversario politico come nemico della democrazia». Ovviamente Trump non rinuncia ai suoi cavalli di battaglia: attacca i dem sull’inflazione e sull’immigrazione clandestina, promettendo «la più grande operazione di deportazione nella storia del nostro Paese». «Sotto il presidente Obama, la Russia ha preso la Crimea. Sotto l’attuale amministrazione, la Russia ha attaccato l’Ucraina. Sotto il presidente Trump, la Russia non ha preso nulla», aggiunge, rivendicando anche di aver sconfitto l’Isis. Inoltre, nonostante non fosse previsto nella versione ufficiale del discorso, l’ex presidente cita polemicamente Biden un paio di volte. «Il danno che ha fatto a questo Paese è inimmaginabile», afferma. E poi, immancabile, il leitmotiv dell’intera convention: la riscossa dei «dimenticati» dalla globalizzazione e dalle istituzioni. «A tutti gli uomini e le donne dimenticati che sono stati trascurati, abbandonati e lasciati indietro, non sarete più dimenticati. Andremo avanti e insieme vinceremo, vinceremo, vinceremo!», esclama mentre il pubblico è in delirio.

Con il suo discorso di giovedì, Trump ha confermato la svolta da lui impressa al Partito repubblicano: non più il punto di riferimento dei ricchi e dei bianchi, ma delle classi lavoratrici etnicamente variegate. È la difesa del «forgotten man» e la promessa di ripristinare un sogno, quello americano, mortificato da Biden e dai democratici. Una visione, quella di Trump, che guarda al di là degli steccati partitici. «Che mi abbiate sostenuto in passato o meno, spero che mi sosterrete in futuro, perché riporterò in auge il sogno americano», ha non a caso dichiarato giovedì. Perché no: il popolo Maga non è fatto di fanatici estremisti né di violenti, come qualcuno si ostina a ripetere in Italia. È fatto, in gran parte, di gente concreta e gioviale.

Gente che non ne può più di sentirsi trattata in modo paternalistico e accondiscendente dalle stesse persone che l’hanno portata alla rovina, magari facendo entrare la Cina nel Wto e favorendo la delocalizzazione della produzione industriale. L’America oggi ha bisogno di leadership come non mai. E Trump, sfidando in Pennsylvania la morte faccia a faccia, ha dimostrato di essere un leader. La sensazione è che, giovedì sera a Milwaukee, sia stata fatta la storia. E che la riscossa dell’America, dell’America vera, sia ormai molto, ma molto vicina.


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