- Domani a Bruxelles il premier proverà a portare a più miti consigli la Commissione. L’asso nella manica, per gli investimenti, è l’enorme mole di risorse già stanziate ma congelate. Matteo Salvini: «Non siamo accattoni».
- Le imposte sulle e-sigarette passano dal 50% al 5. Assegno su del 20% dal secondo figlio. Giovanni Tria gioca con il fuoco dello spread.
Lo speciale contiene due articoli
«Miriamo all’accelerazione degli investimenti», ha detto ieri il premier Giuseppe Conte, parlando della manovra alla Camera. «Sugli investimenti ricordo che il governo sta per adottare in via definitiva un decreto», ha spiegato Conte, «che ripartisce le risorse, pari ad un ammontare di circa 36 miliardi, del fondo per gli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese. Contestualmente, il governo sta già lavorando al decreto di ripartizione dei fondi stanziati per il 2019, dando priorità a quei progetti che sono fermi esclusivamente per mancanza di fondi. Sono sufficienti poco più di 900 milioni per garantire la messa in opera di infrastrutture del valore di quasi 2 miliardi di euro. L’effetto sull’economia di questi interventi sarebbe immediato. Tra questi interventi, assumono una priorità assoluta quelli contro il dissesto idrogeologico. Le spese per questi interventi dovranno essere considerate nel quadro delle regole di flessibilità, già previste dalla normativa europea», ha aggiunto il presidente del Consiglio specificando che «l’impulso alla crescita sarà anche assicurato da una strategia integrata che punta sulla ripresa della produttività, attraverso l’accumulazione di capitale. Al centro del progetto ci sono gli investimenti pubblici, che devono essere concepiti come strumento per favorire e incoraggiare quelli privati». Sta tutta qui l’idea del premier: apparecchiare il tavolo di Jean Claude Juncker (la cena è prevista per domani a Bruxelles) con un asso sotto il tovagliolo. Cioè, la realizzazione della cabina di regia che potrebbe sbloccare anche una serie di fondi dei quali ieri il governo non ha fatto cenno. L’ammontare complessivo supererebbe i 140 miliardi di euro.
In sostanza, la strategia sarebbe quella di aumentare il reddito potenziale attraverso il recupero della forza lavoro in ampi settori della popolazione, «attualmente emarginati dalla vita sociale ed economica a causa di politiche di austerità protratte per troppi anni, dal ringiovanimento della forza lavoro e da un aumento complessivo della sua produttività», garantito dal ricambio generazionale a seguito degli interventi sulle regole di pensionamento. Fin qui le dichiarazioni. Bisogna però ricordare al governo che l’annoso tema degli investimenti infrastrutturali può diventare una vera leva se si torva il modo di liberare le risorse e soprattutto sbloccare quelle già presenti in conto economico. Più o meno un anno fa, infatti, per ottemperare all’ormai famoso articolo 81 della Costituzione, Paolo Gentiloni ha pensato bene di bloccare gli investimenti delle amministrazioni periferiche (comma 466 della legge di bilancio 2017) in modo da evitare che il deficit dello Stato schizzasse in avanti.
In questo modo durante il 2018 gli enti locali si sono trovati impossibilitati a spendere quell’avanzo di bilancio che avevano accumulato negli anni precedenti. Insomma, un trucco contabile: ovviamente a spese degli enti locali. Il calcolo della cifra (16,2 miliardi) l’ha fatto l’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, suddividendo le voci per Regioni (10,8 miliardi), Comuni (3,7 miliardi) e a tutti gli altri enti locali la rimanenza di circa 5,3 miliardi di euro.
Peccato che lo scorso maggio se ne sia accorta la Corte costituzionale e, con la sentenza 101, abbia smontato il giochetto contabile liberando di fatto 16 miliardi di euro. Se, però, l’intera cifra venisse messa a bilancio l’anno prossimo il deficit reale passerebbe dal 2,4% (immaginando che la prossima manovra si attesti a tale soglia) al 3,4%. Girando il problema in una opportunità non si può non notare che almeno 8 dei 16 miliardi sono nelle casse dei Comuni e se coordinati da una cabina di regia potrebbero servire da leva aggiuntiva per ridefinire l’andamento futuro del Pil. Esattamente ciò che proverà a spiegare Conte nella cena di sabato con Jean Claude Juncker. A questo punto non si può dimenticare quanto segnalato dal vice presidente dell’Ance, Edoardo Bianchi. «Ci sono 140 miliardi già stanziati dai governi precedenti, ma perché non riusciamo a far atterrare questi danari? Perché ci sono delle procedure eccessivamente complesse che poi determinano una situazione di ingessatura», ha spiegato. Le scuole sono le più penalizzate dai cantieri bloccati: il 30% dei casi segnalati sono infatti opere di manutenzione e messa in sicurezza di edifici scolastici. Una situazione «inaccettabile per un Paese civile», ha insistito Bianchi ricordando che fra questi casi ci sono anche 21 interventi sulle scuole danneggiate dal sisma del Centro Italia che dovevano essere realizzati in tempo per la riapertura dell’anno scolastico 2017-2018 e che invece sono ancora fermi. Se il governo vuole lanciare la cabina di regia delle infrastrutture deve partire da qui e spiegare bene a Bruxelles come funzionerà. Visto che l’atteggiamento di Conte è molto distensivo, potrebbero esserci margini. A differenza di quanto traspare dalle dichiarazioni di Matteo Salvini rivolte a Pierre Moscovivi, commissario agli affari economici dell’Ue. «Il popolo italiano», ha replicato Salvini, «non è un popolo di mercanti di tappeti o di accattoni. Moscovici continua ad insultare l’Italia, ma il suo stipendio è pagato anche dagli italiani. Ora basta, la pazienza è finita».
Claudio Antonelli
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