- Arabia Saudita, Emirati, Argentina, Egitto, Etiopia e Iran si uniranno al blocco dal 2024. L’attuale instabilità ha costretto però il gruppo al dietrofront sulla proposta del Brasile di commerciare senza la valuta americana.
- Cheniere Energy fornirà quasi 1 miliardo di metri cubi di Gnl l’anno alla Basf, ex partner di Gazprom. L’accordo segna il fallimento del modello tedesco basato sul metano russo.
Lo speciale contiene due articoli.
Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, i sei Paesi che si uniranno al Brics, il gruppo di dei quattro Paesi (Brasile, Russia, India e Cina) nato nel 2006 a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e allargatosi nel 2010 con l’ingresso del Sudafrica. Ed è proprio in questa nazione che si è tenuto l’ultimo vertice nel quale è stato deciso l’ingresso dei nuovi sei Stati. L’ampliamento è considerevole, i membri praticamente raddoppiano e questo potrebbe rappresentare una minaccia per l’Occidente, soprattutto dal punto di vista economico. Questo perché tra gli intenti del Brics, già nel 2010, c’è l’idea di rafforzare il coordinamento e le consultazioni tra i cinque principali Paesi in via di sviluppo e per rendere più rappresentativo l’ordine mondiale dominato dall’Occidente. Nel giro di 12 anni questi Paesi, un tempo in via di sviluppo, si possono dire ampiamente sviluppati e, anche se la Cina non cresce più con la stessa velocità di prima, è destinata in ogni caso a diventare la prima economia del mondo, mentre oggi già si trova al secondo posto. Adesso i Brics + 6 «rappresenteranno il 36% del Pil mondiale e il 47% della popolazione dell’intero pianeta» ha detto il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. Non solo perché i Brics, ad accezione della Russia, sono anche i Paesi con i tassi di natalità più elevati del Pianeta. L’ampliamento, soprattutto per Pechino e Mosca, ha l’obiettivo di cercare di competere con l’egemonia del dollaro e con Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Ma questo accade solo sulla carta, poiché anche all’interno del gruppo comincia ad alzarsi la competizione. Infatti, in Sudafrica, Mosca ha rilanciato la proposta del Brasile di commerciare tra loro senza utilizzare la valuta americana, ma da Pechino è arrivata una frenata. Lula durante il vertice ha precisato che «una nuova unità di riferimento non rimpiazzerebbe le nostre valute nazionali» perché i Brics vogliono creare una banca «più grande del Fmi che abbia altri criteri per prestare denaro ai Paesi». Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha aggiunto: «I leader Brics hanno incaricato i loro ministri delle Finanze e governatori delle Banche centrali, come opportuno, di considerare la questione di valute locali, strumenti di pagamento e piattaforme e di riferire agli stessi leader Brics nel prossimo vertice».
Come già scritto dalla Verità, infatti, la Nuova Banca di Sviluppo, istituita nel 2015 a Shangai, starebbe per lanciare prestiti denominati in rand sudafricano e real brasiliano per ridurre la dipendenza dal dollaro e per mitigare l’impatto delle fluttuazioni dei tassi di interesse statunitensi. «Ci aspettiamo di erogare prestiti tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari quest’anno», ha dichiarato il presidente Dilma Rousseff (ex braccio destro di Lula) al Financial Times. «Il nostro obiettivo è raggiungere circa il 30% di tutti i prestiti che eroghiamo in valuta locale». L’obiettivo della Cina è certamente lo stesso, ma Pechino in questo momento (e sicuramente nei mesi a venire) si trova in grande difficoltà. C’è la possibilità che stia per scoppiare una bolla immobiliare che si ripercuoterebbe inevitabilmente in una crisi dallo yuan, la valuta nazionale. Allo stesso tempo altri mercati asiatici sono in costante crescita, gli investitori hanno cominciato a diversificare per il timore di un contagio cinese (questa volta economico e non pandemico). La borsa indiana, solo per fare un esempio, ha visto nelle scorse settimane l’indice Sensex toccare i massimi storici. Insomma muoversi in questa direzione subito per la Cina potrebbe non essere particolarmente conveniente. Quindi nell’ultima riunione sulla moneta no c’è stato un nulla di fatto. Secondo gli analisti, i Paesi del Brics oltretutto non sarebbero pronti. Per gli esperti la prospettiva di una eventuale integrazione economica e finanziaria dei cinque, oggi, o degli undici, domani, è poco più di una chimera. Questo grazie a vari fattori: strutture delle economie troppo diverse renderebbero del tutto impraticabile allo stato attuale l’idea di una valuta unica o dell’internazionalizzazione del renminbi cinese. Le difficoltà economiche cinesi, la contrazione conclamata del Pil di Mosca e il debito e l’inflazione galoppante argentina fanno apparire decisamente remota l’ipotesi di sostituire il dollaro come valuta per gli scambi internazionali. Tanto che ancora ieri Buenos Aires, ha chiesto di rinegoziare il debito al fondo Monetario internazionale con dei pagamenti che avverrebbero sempre in dollari. Infatti il Fondo monetario internazionale ha appena approvato la riformulazione dell’accordo con l’Argentina, nel quadro del meccanismo di Extended Fund Facility (Eff), e verserà 7,5 miliardi di dollari.
Questi fondi permetteranno al Paese in crisi di onorare le scadenze di agosto del suo debito di quasi 45 miliardi di dollari. Il ministro dell’Economia, Sergio Massa, ha confermato la notizia ed è volato a Washington per incontrare la direttrice operativa del Fmi, Kristalina Georgieva. Insomma la mossa dei Brics per il momento non deve spaventare, solo tanto fumo, ma ancora poca sostanza.
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