Se i difensori della vita cedono alla cultura della morte

Meno di un anno fa l’American Association for Suicidology (Aas), organizzazione che lavora per la prevenzione del suicidio, pubblicò un documento in cui dichiarava che «suicidio tradizionale» e «suicidio assistito» (in inglese spesso indicato tramite la sigla Pad: Physician-Assisted Death, aiuto medico alla morte) sono «fenomeni concettualmente, medicalmente e legalmente diversi, con una porzione indeterminata di sovrapposizione tra le due categorie».

A sostegno di questa tesi il documento indica alcune caratteristiche del suicidio «tradizionale» – la mancanza di competenza del suicida, la perdita di significato nella propria vita, il senso di disperazione vissuto dall’individuo – che ne fanno un distinto fenomeno sociologico rispetto al suicidio assistito, che implica l’affidamento al personale medico, il senso di «accettazione sociale», la morte «pacifica» nel conforto dei propri cari… La conclusione dichiara che l’impegno per la prevenzione del suicidio non ha «alcuna influenza» sull’atteggiamento dell’Associazione nei confronti del Pad; anzi, l’uso dell’espressione «suicidio assistito» è, secondo il documento, a tal punto motivo di confusione da dover essere abbandonato.

Ora, è già fuorviante parlare di «suicidio assistito» perché in sostanza, di solito, si tratta di omicidio del consenziente. In più queste sigle – Pad come Ivg, Gpa, ecc. – sono uno strumento della neolingua per la manipolazione delle menti. Quindi dobbiamo impegnarci a non cadere nel tranello e chiamare le cose con il loro (sgradevole) nome. Detto ciò, la questione non è puramente «intellettuale» come potrebbe sembrare: un dibattito filosofico tra bioeticisti che rimane sul piano accademico. No, la determinazione del tipo di approccio da avere rispetto al tema è d’importanza cruciale per le iniziative di prevenzione del suicidio nei paesi in cui il suicidio assistito è legale: in altre parole, la convinzione secondo cui il suicidio assistito non è un male sociale, incide negativamente sul lavoro delle organizzazioni impegnate a ridurre i tassi di suicidio «tradizionale». La ragione è evidente (ma a quanto pare non a tutti): distinguere le modalità di esercizio con cui una condotta può essere realizzata, non significa distinguere più condotte diverse quante sono le modalità di esercizio. Alla luce della morale, infatti, esistono delle circostanze che effettivamente mutano la specie dell’atto: ad esempio uccidere per legittima difesa non rende colpevoli di omicidio; ma ciò non vuol dire che tutte le circostanze abbiano questo valore. Uccidere (o lasciar morire) una persona innocente, quale che ne sia la ragione e comunque sia fatto, è sempre ingiusto.

Anche sul piano pratico, poi, a prescindere dai princìpi, la linea di demarcazione tra i due fenomeni è molto più labile di quanto qualcuno voglia far apparire. Come segnalato prontamente dal sito BioEdge, è di qualche giorno fa la pubblicazione, sulla rivista JAMA Psychiatry, di una dura critica del documento dell’Aas, da parte di tre psichiatri statunitensi, secondo cui in molti casi è estremamente difficile distinguere il suicidio assistito eseguito per motivi psichiatrici da un suicidio qualunque. In effetti, le caratteristiche del suicidio «tradizionale» possono effettivamente essere presenti nei casi di «dolce morte» per disturbi psichiatrici. Gli autori scrivono:

«Le persone che ricevono il Pad psichiatrico condividono queste caratteristiche [con le persone che muoiono per suicidio, n.d.r.]: hanno tutte una qualche forma di malattia mentale; molti hanno anche disturbi di personalità, hanno tentato il suicidio, sono socialmente isolati o soli». Un esempio? Un cittadino olandese che «è saltato giù da un edificio, è sopravvissuto alla caduta con le cosce rotte, e poi ha ricevuto il Pad durante il conseguente ricovero in ospedale».

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