Il mondo progressista, a cominciare dal segretario dem Maurizio Martina, spara contro il disegno di legge Pillon sull’affido condiviso. Ma è l’unico modo per porre fine al dramma degli uomini che, dopo il divorzio, perdono tutto. Compreso il rapporto con i figli.

Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Caritas, nel nostro Paese quasi un povero su due è un papà separato e divorziato. Nella stragrande maggioranza dei casi (si parla di percentuali che vanno oltre il 90%) è infatti l’uomo che viene obbligato dal giudice a provvedere al mantenimento. E non sono rari gli episodi nei quali, per ottemperare alle decisioni dei giudici, i padri finiscono sul lastrico. Spesso costretti a indebitarsi, nel peggiore dei casi arrivano a perdere tutto, costretti a dormire in macchina o a mettersi in fila alle mense per guadagnare un pasto caldo. Quasi sette separati su dieci, infatti, non riescono a provvedere alle spese di prima necessità.

Senza contare, poi, il dramma rappresentato dall’allontanamento dai figli e dall’emarginazione da parte della società. Un fenomeno che, inevitabilmente, è destinato a crescere con l’aumentare delle separazioni. Le ultime rilevazioni dell’Istat dicono che, negli ultimi decenni, al crollo dei matrimoni ha fatto da contraltare un boom dei divorzi. Dal 1991 a oggi, infatti, i divorziati e le divorziate sono più che quadruplicati, passando da 376.000 a oltre 1.672.000 individui.

La proposta di legge presentata dal senatore leghista Simone Pillon è un tentativo di sanare questa terribile ferita che sta lacerando la nostra società. La norma prevede l’introduzione della «bigenitorialità perfetta», un principio secondo il quale, a seguito della separazione della coppia, costi e tempi dell’affido debbano essere equamente ripartiti tra padre e madre. Come recita l’articolo 11, «indipendentemente dai rapporti intercorrenti tra i due genitori, il figlio minore, nel proprio esclusivo interesse morale e materiale, ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con il padre e con la madre, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali, con paritetica assunzione di responsabilità e di impegni e con pari opportunità».

Anche se le polemiche infuriano già da diverse settimane, il dibattito parlamentare in realtà è appena iniziato. Depositato in Commissione lo scorso 1° agosto, la discussione sul testo è partita solo lunedì scorso.

Dal punto di vista legislativo, dunque, tutto può ancora succedere. Se il Partito democratico fosse coerente con l’aggettivo del quale si fregia, dovrebbe essere il primo ad auspicare un confronto tanto duro quanto leale nelle sedi preposte. E invece no. La posizione ufficiale l’ha fornita giovedì il segretario dem, Maurizio Martina, che su Facebook ha scritto: «La proposta Pillon non va discussa, va ritirata». Secondo Martina, infatti, la legge è «punitiva e retrograda nei confronti delle donne e tratta i minori come pacchi postali». L’avversione del segretario non si limita ai contenuti della norma, ma si estende anche al relatore. Le parole di Pillon «su aborto e unioni civili sono raccapriccianti», chiosa Martina.

Ancora più dura Monica Cirinnà, che definisce il testo «retrivo e liberticida», nonché «pericoloso per le madri, i figli e per tutti i padri seri e responsabili». In una lettera, le donne dell’associazione TowandaDem dicono «basta alla retorica sui padri separati, che nella narrazione pubblica sono le uniche vittime e in stato di povertà». Anche la Cgil si schiera contro. Secondo Loredana Taddei, responsabile politiche di genere, il disegno di legge «è un chiaro e pericoloso tentativo di riformare il diritto di famiglia a sfavore delle donne e dei figli» e aumenta le disparità tra uomini e donne.

La senatrice Paola Boldrini sostiene che l’introduzione del principio di bigenitorialità «vuole sdoganare uno strano concetto di parità tra genitori attraverso l’eliminazione dell’assegno di mantenimento», e ricorda a Pillon che «nella coppia, tendenzialmente, è la madre il coniuge più debole perché nel nostro Paese solo una donna su tre con figli lavora».

Le legge in realtà prevede che qualora la donna non possieda fonti di reddito dovrà essere il padre a farsi carico di tutte le spese. Ma è un aspetto questo che al Pd, nel fervore della sua lotta ideologica contro il provvedimento, probabilmente non importa approfondire. Così come non interessa, da quanto si capisce dalle parole di Maurizio Martina, avviare una discussione seria e costruttiva nelle aule parlamentari su una materia tanto delicata come quella del diritto della famiglia e dell’affido dei minori. Trattandosi del bene dei più deboli, più che alzare barricate e minacciare fuochi di fila, sarebbe utile provare a trovare punti di contatto.

Ma se c’è una cosa che non si fatica a trovare oggi nel Partito democratico, tutto concentrato a scimmiottare i partiti di maggioranza nel disperato tentativo di recuperare consensi, è proprio lo spazio per il dialogo. Forse Martina e soci hanno dimenticato che fu proprio il loro partito a imporre il voto di fiducia in occasione dell’approvazione della contestata legge Cirinnà sulle unioni civili tra individui dello stesso sesso. E a suo tempo è stato il Pd, analogamente a quanto sta accadendo oggi, a bollare frettolosamente come retrograda qualsiasi voce contraria che si levava dall’opinione pubblica. Un partito, come dimostrano le elezioni e i recenti sondaggi, che perde sempre più il contatto con la realtà ogni giorno che passa.

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