- Zoomer ha due anni, neppure i suoi nonni sanno se sia un lui o una lei: «Deciderà da solo in quale genere riconoscersi», dicono i genitori. È l’educazione «gender free», una moda in espansione e molto dannosa.
- Il papà del theyby, Brent Myers ha raccontato a La Verità come «il genere è solo una costruzione sociale. E sebbene il sesso sia determinato da fattori biologici questo non può indicarci quale sia davvero la personalità di una persona».
- La stampa, pronta a elogiare Bergoglio quando appoggia idee care alla sinistra, tace sull’incontro con Thomas Evans. Il padre di Alfie ha dichiarato in piazza San Pietro che il Pontefice chiederà personalmente asilo per il bambino di 23 mesi.
Lo speciale contiene tre articoli e video.
I genitori di Searyl Atli Doty dichiarano di volergli donare un’esistenza libera, serena, non rinchiusa nella gabbia del gender. Fino ad oggi, però, la sua vita è stata una nuotata fra i cavilli, ed è iniziata con una serie di azioni legali nei confronti delle autorità canadesi. La sua storia è talmente intrisa di burocrazia che è difficile persino raccontarla: non si può scriverla usando parole come «figlio», «figlia», «madre», «padre». Di Searyl, infatti, non conosciamo il sesso, non sappiamo se sia un maschio o una femmina. A partorirlo (o partorirla) è stato (o stata) Kori Doty. Di nazionalità canadese, Kori si definisce «genitore transgender non binario». Mette al mondo figli come una donna, ma nelle foto sfoggia barba e baffi. Nel luglio del 2017, a casa di un’amica nella British Columbia, ha dato alla luce Searyl. Da subito ha preteso (e ottenuto) che l’infante fosse registrato sui documenti ufficiali come «di sesso sconosciuto», poi ha chiesto che le istituzioni del Canada fornissero un certificato di nascita «neutro».
Perché Kori Doty faccia tutto ciò è abbastanza evidente. «Alla nascita», ha raccontato ai giornali, «i dottori hanno guardato i miei genitali e hanno fatto supposizioni su chi sarei stato. Queste supposizioni erano sbagliate e ho finito per dover fare molti aggiustamenti da allora». Kory ha deciso che suo figlio (o figlia) dovrà stabilire in autonomia in che «genere» riconoscersi. Nel frattempo, nessuno potrà identificarlo basandosi sui suoi organi genitali.
La vicenda di Searyl (il primo caso nella storia di piccino senza sesso dichiarato sui documenti) ha ispirato anche Bobby McCullough e la sua compagna Lesley Fleishman. Americani di Brooklyn, sono diventati genitori da pochi mesi e hanno raccontato la loro esperienza al New York Magazine. Bobby era disgustato dall’idea che un dottore potesse raggiungerlo fuori dalla sala parto gridando: «È un maschio!» o «È una bambina!». Così ha imposto ai medici di non divulgare informazioni in proposito. Il sesso del bimbo è noto solo a una ristrettissima cerchia di amici e parenti di Bobby e Leslie, che si sono impegnati a mantenere il segreto. La coppia, spiega il New York Magazine, «ha cercato un’ostetrica che fosse disposta a non registrare il genere» del neonato. Ad amici e parenti, i due genitori hanno inviato una email chiedendo di «utilizzare i pronomi».
Ecco l’ennesima ampollosità burocratica. Questi bimbi «senza sesso» vengono chiamati theybies, parola derivata dal pronome «they», cioè «loro». I genitori, infatti, vogliono che i figli siano indicati così: non come «lui» o «lei», ma come «loro». In questo modo, ritengono, i piccoli potranno godere di una «prima infanzia libera da idee di genere su come un bambino dovrebbe vestirsi, agire, giocare e essere».
I theybies sono definiti «gender free» o «gender creative». Negli ultimi dieci anni sono andati aumentando a ritmo sostenuto. Il primo e più celebre caso balzato all’attenzione dei media internazionali è quello di Storm, che oggi ha 7 anni e «si identifica come bambina». Anche i suoi genitori, Kathy Witterick e David Stocker, sono canadesi, e nel 2011 rilasciarono un’intervista al Toronto Star che sollevò un putiferio. Più o meno nello stesso periodo anche Beck Laxton e il suo compagno Kieran Cooper, due inglesi, decisero di non rivelare a nessuno il sesso di Sasha (si scoprì poi che era una femmina). «Quello che abbiamo fatto», spiegò la Laxton «è provare a dare al nostro bambino un ambiente gender rich, con giocattoli che alcune persone potrebbero definire “da bambine” accanto ad altri che si potrebbero definire “giocattoli per bambini”».
Le parole della donna inglese sono molto simili a quelle pronunciate, all’inizio di aprile, da Kyl Myers, la mamma di un altro piccolo «senza sesso», probabilmente il più celebre di tutti, ovvero l’americano Zoomer, che ora ha due anni. Lei e suo marito Brent gestiscono un profilo Instagram chiamato «Raising Zoomer», su cui pubblicano a ripetizione foto e filmati dal figlio.

Kyl è una sorta di incarnazione delle teorie di Judith Butler sulla decostruzione del gender. All’università dello Utah si è specializzata in «gender studies» e al New York Magazine ha spiegato: «Certo, ci sono differenze biologiche tra i sessi, lo so. Ma una volta che sei stato esposto a questo, non puoi scoprire o disimparare che il genere è una costruzione sociale».
Ecco perché ha deciso di non rivelare a nessuno il sesso del suo bambino, neppure ai nonni. «Il punto non era avere un bambino senza genere», ha detto ancora Kyl, «ma uno che arrivi a comprendere il suo genere – qualunque esso sia – in un ambiente in cui i colori, gli oggetti e le attività non sono inseriti nelle categorie arbitrarie e binarie di “ragazza” e “ragazzo”. E i concetti di “ragazza” e “ragazzo” non sono messi in contrasto l’uno con l’altro». In pratica, Kyl ha trasformato il figlio in una sorta di esperimento. Oltre che in business piuttosto redditizio, se non altro dal punto di vista pubblicitario. Anche celebrità come la cantante Pink supporta la causa di Zoomer, e non potrebbe fare altrimenti visto che la «gender neutrality» è di gran moda fra le star.

Il padre di Zoomer, Brent, interpellato dalla Verità, è stato più che disponibile a fornire informazioni. «Abbiamo scelto di crescere un bambino libero, dai pregiudizi e dal sesso. Sarà lui a scegliere la sua vita e a gestirla come meglio crederà», ha detto. «Cosa sono gli organi genitali? È come avere due braccia o due gambe. Non c’è differenza. Libertà di sesso significa anche questo: avere la facoltà di decidere come usare quello con cui si è nati. Se Zoomer sceglierà di essere un maschio, ottimo. E se volesse essere una donna, benissimo per noi. Quello che ha nel suo intimo non conta con quello che vorrà essere. Nessuno conosce il sesso di Zoomer. Nemmeno i suoi nonni o i suoi amichetti. È quello che abbiamo scelto. È forse una follia ma crediamo che sviluppare una crescita genderless significhi dare a Zoomer la possibilità di essere se stesso per sempre».
Brent appare piuttosto tranquillo riguardo al futuro del piccolo. «Cosa succederà quando crescerà? I medici e gli psicologi dicono che Zoomer sceglierà il suo sesso attorno all’età di quattro anni. Aspettiamo con ansia questo momento per vedere i frutti del nostro lavoro». Nel frattempo, però, sembra che la crescita del piccino (o piccina) sia un pochettino confusionaria. Nelle foto a volto sembra una bambina, altre volte un maschio. E sembra pure che i suoi genitori siano un pochettino confusi.

È difficile negare che il genere sessuale sia, in parte, una costruzione sociale. Il ruolo che viene attribuito agli uomini e alle donne dipende da numerosi fattori e può cambiare (e infatti è mutato nel corso della storia). Ma la differenza sessuale è un’altra cosa. Negarla è pericolosissimo, perché è proprio percependo la differenza primaria tra i sessi che gli esseri umani imparano a sviluppare il pensiero. Lo ha spiegato bene l’antropologa Françoise Héritier, che non si può certo considerare una bigotta.
Come ha scritto Alain De Benoist, oggi assistiamo al «trionfo della soggettività: si presume che ognuno si costruisca secondo i suoi desideri indipendentemente dalla dualità dei sessi, persino indipendentemente dal sociale, a partire da niente e nell’autosufficienza». Secondo questi genitori libertari e progressisti, dovrebbero essere i piccoli a «scegliere» se essere maschi o femmine. Viene da chiedersi, però, come possano scegliere se nei primi anni di vita sono immersi in una brodaglia ideologica confusa e assurdamente complicata. Come possono scegliere se tutto è uguale? Come possono essere liberi se sono schiavi del desiderio senza fine mascherato da indipendenza? Mentre i loro genitori raccolgono applausi e pacche sulle spalle da parte di vip e intellettuali impegnati, saranno questi piccoletti a pagare le conseguenze di un’educazione scriteriata, che nega la sostanza stessa dell’essere umano. È una violenza, ma come sempre la chiamano «libertà».

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