Vergogna inglese: Indi deve morire
Ansa
  • Malgrado la concessione della nostra cittadinanza, la disponibilità del Bambino Gesù e l’intervento di un giudice italiano, l’Alta Corte britannica ordina che venga staccata la spina alla piccola malata. Calpestate volontà dei genitori e umana pietà.
  • L’avvocato della famiglia, Simone Pillon: «Ci stiamo attivando». Si muove il console italiano.

Lo speciale contiene due articoli.

Nella foto più intensa fissa l’obiettivo dal lettino d’ospedale con lo sguardo allarmato. Indossa un golfino a fiori, ha un sondino su una guancia, è sorretta dalla mamma. Indi Gregory ha otto mesi e sembra dire: perché volete farmi morire? L’hanno condannata tre tribunali inglesi, la firma sul documento definitivo con l’intestazione dell’Alta Corte di Londra è quella del giudice Robert Peel che indica ai medici le modalità del fine vita: lo spegnimento del ventilatore che aiuta la piccola a respirare. Ai genitori estenuati dalla terribile battaglia non restava che un obiettivo: portarla via dal Queen’s Medical Center di Nottingham e farle conoscere, anche solo per qualche minuto, la cameretta di casa nel Derbyshire che non ha mai visto. Neppure questo è stato loro concesso. Oggi verrà staccata la spina.

Quella di Indi è una storia atroce con profili di disumanità istituzionale, ma non è una storia nuova. Perché proprio in Gran Bretagna – patria dell’Habeas Corpus – la macchina della buona morte per i bambini malati sta diventando una cupa consuetudine con i suoi burocratici protocolli. Per comprendere la banalità del male basta elencare la procedura: 1) diagnosi letale (in questo caso si tratta di sindrome da deperimento mitocondriale progressivo); 2) medici convinti che «staccarle la spina è nel suo migliore interesse»; 3) ricorso al tribunale da parte della direzione sanitaria dell’ospedale pubblico che non intende farsi carico di cure lunghe e con poche speranze; 4) giustizia con i cingoli che pretende di discutere in aula di bioetica; 5) respingimento sistematico dei ricorsi della famiglia sempre più disperata; 6) divieto di ammettere una seconda diagnosi, 7) coinvolgimento dell’Alta Corte che, in osservanza della giurisprudenza consolidata, decreta la condanna a morte, 8) esecuzione della pena in loco oppure in hospice. O nel caso più fortunato, in casa.

Non sono contemplate variazioni, anche se in questo caso il giudice ultimo è stato costretto ad affrontare un quarto d’ora di umanità, quando in aula sono stati proiettati i video nei quali Indi Gregory «piange, sorride e sgambetta». Poi si è tolto la parrucca ed è andato a giocare a golf. Nessuna pietà, tutto così agghiacciante, ma non siamo su Netflix. Nell’Occidente dei diritti universali, la macchina della morte messa in moto dallo Stato etico funziona alla perfezione. E la procedura non è stata scalfita neppure dalla decisione di Giorgia Meloni di dare la cittadinanza italiana alla piccola e di chiedere per lei il trasferimento a Roma, all’Ospedale del Bambino Gesù, per tentare di salvarla. Gli interessi della famiglia sono rappresentati in Italia dall’avvocato Simone Pillon, ma l’ordine è uno solo: sospendere la ventilazione assistita.

Papà Dean e mamma Claire sono sfiniti dal braccio di ferro, accarezzano la piccola mentre dorme, sostengono che lei «ci vede, ci sente e ci ama quando le siamo vicini». Non serve a niente, vince l’aberrante potere di un giudice di condannare a morte una persona malata contro la volontà di chi la rappresenta legalmente. Proprio come a suo tempo accadde ai genitori di Charlie Gard (10 mesi), Alfie Evans (2 anni), Archie Battersbee (12 anni), Isaiah Haasrtrup (8 mesi). Quando accennavamo ai burocratici protocolli intendevamo proprio l’ottusa ripetitività di una pratica ormai entrata a far parte del diritto consuetudinario: la via inglese all’eutanasia dei bambini malati. Nell’antica Sparta avevano almeno l’alibi di carenza di risonanze magnetiche.

Come negli altri casi, l’ultima speranza era rivolta alla Corte europea per i diritti dell’uomo, sempre pronta a giudicare i comportamenti sullo scibile umano (dalle misure carcerarie al trattamento dei migranti fino a Silvio Berlusconi) ma curiosamente in simili vicende «non competente su temi morali rispetto alle sovranità nazionali». Come da prestampato. Così anche questa volta, mentre si avverte lo sciacquio pilatesco di mani nel bacile. Con una coda beffarda: per Alfie e Isaiah gli ospedali ammisero le loro colpe. «Ce ne scusiamo senza riserve». Purtroppo, solo dopo le esecuzioni.

Indi deve morire, per lei il «restiamo umani» non vale. Lo hanno deciso il servizio sanitario e quello giudiziario di Sua Maestà. Sul pianeta delle sentenze i malati gravi che non hanno speranza di guarire devono essere soppressi: è la prassi ormai consolidata dell’eugenetica voluta dai tecnici del diritto e della scienza, l’agghiacciante rivalutazione del dottor Josef Mengele sotto la coperta calda della legge. Diceva Albert Einstein: «Due sono le cose infinite, l’universo e la stupidità dell’uomo. Sull’universo ho ancora dei dubbi».

Al termine del lungo viaggio dentro il dolore supremo di un figlio strappato dal sistema, papà Dean Gregory ha scritto una bellissima lettera: «In tribunale mi sembrava di essere stato trascinato all’inferno. Ma non può esistere un inferno senza paradiso e io voglio che Indi vada in paradiso. Per questo l’ho fatta battezzare». Oltre il suo grido disperato, il silenzio. Anche quello della Chiesa, che assiste immobile e impotente allo scempio di una bimba «che piange, sorride, sgambetta» ancora per qualche ora dentro un golfino a fiori.

Da non perdere

Sinistra in pressing per la legge sul gaycidio
Famiglia e Pro Vita

Sinistra in pressing per la legge sul gaycidio

L’opposizione cavalca la tragedia del ragazzo di 24 anni che sarebbe stato ucciso dal padre per l’orientamento sessuale. Alessandro Zan e la galassia Lgbt danno la colpa a destra e Roberto Vannacci: «Alimentano l’omofobia». Aggravanti già presenti per le discriminazioni.

«Noi guariamo i malati, non li ammazziamo»
Famiglia e Pro Vita

«Noi guariamo i malati, non li ammazziamo»

Oltre 270 dottori di varie Regioni italiane hanno scritto una lettera aperta alla «Verità»: «Il suicidio medicalmente assistito è deontologicamente inaccettabile. Una legge sul tema non serve. Italiani, sosteneteci firmando la nostra petizione online».