Ursula sventola bandiera bianca: Bruxelles tratta con gli agricoltori
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ursula von der Leyen cede alle proteste dei contadini e avvia un tavolo di sei mesi, con un orientamento simile al documento di Francesco Lollobrigida. Un altro successo italiano, dopo la battaglia contro la carne sintetica.

Dai diktat verdi al volemose bene: è la conversione di Ursula von der Leyen che ieri, poco ci è mancato, ha chiesto scusa agli agricoltori per averli maltrattati. Aprendo i lavori della consultazione sullo stato di applicazione del Green deal in rapporto ai campi, la presidente della Commissione europea ha scandito, rivolgendosi agli agricoltori: «Dobbiamo superare questa polarizzazione con il dialogo, voi meritate una giusta remunerazione per il vostro lavoro: il nostro obiettivo è sostenere i vostri mezzi di sussistenza, e garantire la sicurezza alimentare dell’Europa».

Tutto questo mentre in place du Louxembourg 200 trattori bloccavano il traffico di Bruxelles per una manifestazione simbolica davanti al Parlamento europeo. Sono arrivati dalla Francia dove la protesta si sta espandendo e dal Midì risale verso Parigi. Ma altri cortei sono stati organizzati in Grecia, in Polonia ci sono presidi in tutto il paese nonostante il neo primo ministro Donald Tusk abbia promesso aiuti a fronte dell’importazione selvaggia di grano dall’Ucraina.

Il mondo agricolo è stanco: gli si chiede sempre di più (cibo di qualità ma a prezzi bassi, vincoli ambientali ma niente controllo delle importazioni, tasse più pesanti ma niente sostegno rurale).

Ed è arrabbiato contro il Green deal. Per una volta i contadini del continente devono essere grati a quelli tedeschi, perché se la faccenda delle proteste dei trattori non fosse diventata tremendamente complicata per il governo di Berlino, ma anche per la Cdu, il partito della baronessa, la conversione a più miti consigli dell’euroburocrazia non ci sarebbe stata. Per quasi cinque anni la baronessa, che è anche la prima sacerdotessa della religione del Green deal, si è ispirata a un altro von, Otto Bismarck che usava dire che «meno il popolo sa di come sono fatte le leggi e le salsicce e meglio è».

Solo che Ursula non è il Cancelliere di ferro e proprio sulle salsicce, meglio sulle bistecche, è inciampata. Amicissima di Bill Gates, primo investitore sulla carne finta, convinta che la tecnoscienza tutto possa, irretita da Frans Timmermans che da olandese metropolitano ha sulle scatole le stalle del Paese dei tulipani, molto amica delle multinazionali, ha spinto perché ci fosse quanto prima il via libera ai cibi Frankenstein, ma è stata sconfitta dall’Italia che oggi appare come il paese-guida di una concezione nuova dell’agricoltura europea, proprio in contrasto alla visione che fin qui ha avuto la Commissione. Il documento promosso dall’Italia, sottoscritto da Francia, Austria e altri nove Paesi, in cui si afferma che la carne coltivata è una minaccia per la salute, per l’economia, per la società e per l’ambiente in Europa, è la testata d’angolo sui cui l’Italia costruisce il suo protagonismo agricolo. In quel documento s’impegna la Commissione a indire un referendum sulla finta carne e sottoporre l’eventuale autorizzazione dei cibi da laboratorio alla procedura che si segue per i farmaci e non per gli alimenti. Non a caso, nel suo discorso ieri la von der Leyen ha ammesso: «Il vostro compito è di importanza cruciale: è grazie all’agricoltura europea che l’Europa ha il cibo più sano e di qualità del mondo, i nostri agricoltori operano quotidianamente in un mercato globale molto competitivo e voi siete spesso la parte più vulnerabile della catena del valore». Ha pure concesso che sul Green deal non c’è accordo, ma che bisogna fare ogni sforzo per trovare un’intesa, così ha sottolineato che il confronto aperto ieri «serve per dare forma a una parte essenziale dell’economia del futuro e di preservare una parte essenziale della nostra anima europea e del nostro stile di vita, perché tutti noi dipendiamo dalla nostra campagna».

Ora la palla passa al professore tedesco Peter Strohschneider, incaricato di raccogliere dati, relazioni, posizioni di tutto il mondo agricolo per poi formulare una proposta in riunioni ogni mese e mezzo. Ma le conclusioni arriveranno solo a settembre, a elezioni europee fatte. E questo non tranquillizza le organizzazioni agricole, nonostante il vicepresidente della Commissione europea con delega al Green Deal, Maros Sefcovic, abbia sostenuto: «Dobbiamo agire per il futuro del comparto agroalimentare europeo, dobbiamo assicurarci che rimanga competitivo, con un reddito adeguato per gli agricoltori e le imprese lungo la catena».

Ed è così che diventa centrale il documento presentato dal ministro Francesco Lollobrigida all’Agrifish del novembre scorso, in cui si afferma: «L’agricoltore è centrale nella difesa ambientale». I punti qualificanti di quel documento sono: «Mantenere in produzione l’intera superficie agricola e non come chiede il Farm to Fork di ridurla, rifinanziare per intero la Pac con contributi aggiuntivi sulla produzione per coprire i costi aumentati, fare un bilancio completo dell’attuazione della legislazione sul Green Deal e del suo impatto sull’agricoltura dell’Ue, per accertare se è in linea con gli obiettivi prioritari dell’autonomia strategica, della sicurezza alimentare e della sovranità alimentare dell’Ue, rinnovare e qualificare il sostegno alle zone rurali che coprono l’80% del territori dell’Unione».

Non è un caso che quando il documento fu presentato – col sostegno anche di Austria, Francia, Grecia, Finlandia, Lettonia, Polonia e Romania – il commissario europeo all’agricoltura Janusz Wojciechowsk lo assunse come base di discussione sul futuro agricolo. Se la von der Leyen vuol passare dalle parole ai fatti, forse deve ripartire da qui.

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