Probabilmente, la mozione di censura contro Ursula von der Leyen non porterà da nessuna parte perché le famiglie politiche più importanti dell’Europarlamento, popolari e socialisti, non la sosterranno (anche se il gruppo Socialisti e democratici ieri sera ha fatto sapere che sta valutando l’ipotesi astensione dicendo che «si aspettano dei segnali nelle prossime 48 ore» sulla tenuta della piattaforma europeista che l’ha sostenuta).
Lo rivelano fonti socialiste.. Ma in compenso l’ascolto del surreale dibattito che si è tenuto ieri a Strasburgo ha offerto la dimensione plastica del caos che regna in Europa e della confusione dei cosiddetti leader che la rappresentano. Caos testimoniato anche dalle dimissioni di Elisabetta Belloni, l’ex direttrice del Dis che era stata nominata a febbraio consigliere diplomatico di Ursula. La Belloni aveva un contratto di due anni, rinnovabile, per un massimo di 220 giorni di lavoro all’anno. Tuttavia ha dichiarato che la sua uscita era «prevista» e che andrà via «da ottobre». Dunque continuerà a lavorare per il prossimo summit Ue con la Cina, a fine luglio. Fra le sue responsabilità c’erano anche i rapporti con gli Usa, anche se il dossier dazi è stato seguito principalmente da altri.
Von der Leyen si è presentata in aula battagliera, esordendo con il leitmotiv delle bare di Bergamo, e ha rimescolato le carte riscuotendo applausi scontati grazie al solito, usurato copione: la «caccia alle streghe», il complottismo, le fake news, gli amici di Vladimir Putin e i no vax. «Gli estremisti vogliono polarizzare le società, erodere la fiducia nella democrazia e tentano di riscrivere la storia», ha commentato il presidente della Commissione. «È stato sviluppato un vaccino efficace grazie alla scienza europea, abbiamo rimesso in moto l’economia grazie ai green pass e ai certificati digitali (ha detto proprio così, ndr), ogni Stato membro ha ricevuto lo stesso accesso a vaccini che hanno salvato le vite, ogni cittadino europeo ha ricevuto la stessa possibilità e questa è l’Europa della solidarietà che a me piace ed è l’Europa che gli estremisti detestano». È tutta colpa di Putin e dei no vax, insomma, se Ursula von der Leyen ha negoziato per sms il prezzo dei vaccini (che, ricordiamo, non sono «gratis» ma sono stati pagati con le tasse dei contribuenti europei) senza mai rendere noto il contenuto di quei messaggi e non ha mai pubblicato il contratto con Pfizer. Il presidente è andato al nocciolo del tema della mozione, lo Pfizergate, soltanto in un breve passaggio, esposto a fatica perché continuamente interrotto dalle proteste dell’emiciclo. «Non è un segreto che sono stata in contatto con i rappresentanti delle aziende che producevano i vaccini: cercavo aiuto e consulenza anche dai migliori epidemiologi e virologi di tutto il mondo, ma supporre che questi contratti siano stati inappropriati e contro gli interessi degli europei è sbagliato». «Sbagliato», ha detto il presidente, ma non «falso», dato che l’accusa alla base della mozione non è di aver negoziato l’acquisto dei vaccini (e ci mancherebbe: voleva forse acquistarli a scatola chiusa?) ma di non averlo fatto alla luce del sole. E su questo punto la tedesca ha buttato la palla in tribuna: «Questi negoziati sono stati portati avanti dalla Commissione e dagli Stati membri insieme». In che senso? «Ogni contratto e negoziato è stato esaminato, studiato in ogni minimo dettaglio nelle rispettive capitali prima di essere firmato da ognuno dei 27 Stati membri», ha dichiarato la Von der Leyen, «non ci sono stati segreti, clausole sconosciute, nessun mistero per gli Stati membri e, ascoltate, sono stati i 27 Stati membri a decidere di acquistare i loro vaccini e lo hanno fatto spontaneamente di propria volontà. Quindi qualunque idea secondo la quale alcuni Stati membri non fossero al corrente dei contratti, dei prezzi o delle quantità, è disonesto, è una bugia».
Una dichiarazione smentita già più di un anno fa da Roberto Speranza, allora ministro della Salute, che il 3 febbraio 2024 ha negato di fronte al Tribunale dei ministri qualsiasi implicazione dei governi nazionali. «Noi abbiamo rinunciato a una trattativa individuale come Paese», ha spiegato, precisando che «noi non abbiamo mai firmato un contratto, cioè io personalmente non ho firmato contratti, non ho fatto trattative, perché sono state delegate alla Commissione europea». Dichiarazioni corroborate da Gianni Rezza, ex dg prevenzione al ministero della Salute nel 2020, che ha detto di «aver ceduto la propria password chiedendo a chi doveva di vedere i contratti», per timore di possibili rappresaglie legali se fossero uscite notizie coperte dal segreto imposto dalla Commissione.
Fatto sta che ancora una volta l’acquisto dei vaccini Pfizer, l’aumento del prezzo delle dosi da 15,50 a 19,50 euro a dose, se non, chissà, a 22,50 euro e i circa 70 milioni di dosi scadute che hanno comportato lo spreco di diversi miliardi di euro, restano in un cono d’ombra: non sapremo mai la verità. Anche perché nessuno in Aula, a parte i firmatari della mozione, voleva conoscerla.
Non ne hanno parlato i popolari del Ppe, rappresentati dal capogruppo Manfred Weber, connazionale della tedesca Von der Leyen, che ha puntato il dito su Putin ma anche su Matteo Salvini, Viktor Orbán e su Donald Trump pur di rilanciare ciò che gli sta più a cuore, il riarmo del suo Paese: «Questa mozione di censura mina la sicurezza degli europei». E non ne hanno parlato neanche i socialisti del gruppo S&D, capeggiati da Iratxe García Pérez, che ha utilizzato i quattro minuti a disposizione per sfidare a duello il Ppe, colpevole di votare troppo spesso insieme con quegli «estremisti» che dice di voler combattere: «Ci chiedete di essere responsabili a noi, gruppi filoeuropei, mentre voi negoziate con l’estrema destra». Più articolata la dichiarazione di Nicola Procaccini a nome di Fratelli d’Italia che siede nello stesso gruppo Ecr della delegazione rumena che ha presentato la mozione di censura: «Non sottoscriviamo la mozione, non perché non condividiamo alcuni dei motivi di censura presenti nel testo, ma perché riteniamo questa mozione un errore, un regalo ai nostri avversari politici».
Il voto sulla mozione avrà luogo giovedì mattina e molto probabilmente si concluderà con un nulla di fatto. Ma, ancora una volta, sulla verità della pandemia l’Europa stende un velo, neanche troppo pietoso.
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