Il gioco di prestigio di far sparire i risultati delle elezioni dalla spartizione delle poltrone più importanti richiederà probabilmente ancora qualche giorno e alla fine non è detto che Francia e Germania potino a casa il piano «anti destre». Piano che ieri è stato cannoneggiato da Matteo Salvini: «Quello che sta accadendo puzza di colpo di Stato. Non gliele faremo passare. Difenderemo il voto degli italiani», ha detto a Dritto e Rovescio su Rete4. Un accordo fra Popolari, Socialisti e Liberali, tagliando fuori Giorgia Meloni e un Paese fondatore come l’Italia, con maggioranze così ballerine è decisamente pericoloso. E a meno di blitz notturni, anche la cena di ieri sera a Bruxelles, momento più atteso del Consiglio d’Europa, non sembra l’occasione giusta per chiudere l’accordo primigenio. Se Ursula bis sarà, insomma, per avere i voti di Fratelli d’Italia ci vorrà almeno un commissario di peso.
La scorsa settimana, un primo blitz di Olaf Scholz ed Emmanuel Macron era fallito. Imporre Ursula von der Leyen, alla fine, è una soluzione poco entusiasmante e ci sono dei prezzi da pagare. Così ieri si è discusso ufficialmente di un assetto che sulla carta dosa bene i poteri tra Popolari, Socialisti e Liberali, ma anche tra Paesi del Nord e del Sud. Le tre famiglie politiche che avrebbero la maggioranza hanno deciso di puntare sulla tedesca von der Leyen alla Commissione Ue in quota Ppe, sull’ex premier portoghese Antonio Costa al Consiglio Europeo per i Socialisti e sulla premier estone Kaja Kallas come alto rappresentante Ue in quota Liberali.
Ieri pomeriggio, l’unica ottimista era il presidente dell’europarlamento, la maltese Roberta Metsola, che diceva ai cronisti: «Si spera che l’accordo venga raggiunto già questa sera». Com’è noto, l’Italia non ha preso bene la spartizione a tavolino e ha fatto capire di essere pronta a votare contro, anche perché gli altri Paesi hanno cercato di tagliare fuori Roma. A vestire i panni del pompiere ha provveduto il premier greco Kyriakos Mitsotakis, leader del partito conservatore Nuova Democrazia (che aderisce ai popolari europei). Mitsotakis, entrando al Consiglio Ue, ha spiegato che «tre famiglie politiche hanno discusso tra loro e hanno presentato una proposta, alla fine spetta al Consiglio europeo prendere la decisione». E fin qui, siamo all’ovvio. Ma poi ha assicurato: «Non è un processo per escludere, non è mai stata nostra intenzione escludere nessuno o offendere qualcuno. Personalmente ho molto rispetto per Giorgia Meloni. L’Italia è un Paese molto importante nell’Ue e sono sicuro che affronteremo tutti questi problemi e preoccupazioni nelle discussioni che avremo».
Per tutto il giorno, a Bruxelles, si sono comunque rincorse e affrontate due tipi di posizioni differenti. Quella di chi tendeva a minimizzare l’irritazione italiana con la favoletta che «bisogna ascoltare tutti e 27 i Paesi membri, non solo l’Italia». E quella, più realistica, di negoziati a tutti i livelli per evitare uno strappo con Roma, se non altro per riconoscere che il distacco della Meloni dalle destre più estreme è un fatto importante, che va in qualche modo anche premiato.
Certo non aiuta il dialogo la sortita del cancelliere tedesco, prima di partecipare al Consiglio Ue. Scholz, a domanda diretta sulle proteste di Meloni, ha replicato stizzito: «A decidere in merito sono i 27 Stati membri del Consiglio europeo e quella italiana è solo una posizione. Ma ho già detto che si tratta anche di quale sia la piattaforma che sostiene la presidente della Commissione in parlamento. E per questo abbiamo raggiunto un’intesa politica tra queste tre famiglie di partiti». Insomma, l’Italia stia zitta e buona perché conta come gli altri e anche se l’accordo di cui sopra è palesemente sulle poltrone, meglio spacciarlo per piattaforma politica.
Nella mente di Popolari, Socialisti e Liberali, probabilmente, c’è anche la presunzione di voler scegliere chi devono essere gli alleati di Fratelli d’Italia, che in Europa guida Ecr. E di sicuro, qualcosa nel gruppo dei Conservatori e Riformisti si sta muovendo. I polacchi di Pis sono con un piede sulla porta e trattano con i partiti di destra per formare un nuovo gruppo. Lo ha confermato ieri anche l’ex primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki. Che in un’intervista a Politico ha affermato: «Siamo in trattativa con Ecr e questo è l’elemento principale che deciderà del nostro futuro». Se per caso anche gli spagnoli di Vox facessero le valige, per la maggioranza dell’Ursula bis sarebbe più semplice provare a imbarcare Fdi. Anche qui, sempre in un’ottica un po’ paternalista.
In ogni caso, la battaglia sulle poltrone è più complessa e non si risolve con i patentini di democraticità o europeismo. Ieri il Financial Times, da Londra, si è comprensibilmente divertito a raccontare la guerra sotterranea tra Francia e Italia per ottenere le deleghe di peso in materia economica, ovvero le Politiche commerciali e Antitrust (a settembre partono i dazi contro le auto elettriche cinesi), quelle di Bilancio e l’Industria. Sia Parigi che Roma vorrebbero una di queste deleghe, magari da cumulare con una vicepresidenza della Commissione. E poi c’è anche la Difesa, con la von der Leyen che ha promesso una poltrona ad hoc, che naturalmente interessa molto sia alla Francia sia all’Italia. E di difesa si è parlato nella sessione pomeridiana del Consiglio, per poi estendere la discussione alla situazione in Medio Oriente, il tutto senza strappi o particolari divergenze. Mentre il tema delle poltrone Ue, come da consolidata abitudine di Bruxelles, essendo quello più delicato e controverso, è sfilato in agenda verso la cena e la tarda serata.
Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, alla riunione del Ppe ha ribadito che «bisogna rispettare i risultati delle elezioni» e proprio dal Ppe è arrivata un’apertura, con il presidente Manfred Weber che ha detto di ritenere «fondamentale per l’Ue un processo inclusivo sulle nomine», capace di «tenere conto anche degli interessi italiani». «Nessuna decisione sui top jobs senza Meloni», aggiunge il premier polacco Donald Tusk, sempre del Ppe. Ma Scholz insiste e in serata ha ancora ribadito come sia necessario «governare senza in conservatori».
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