Pure le toghe mollano il collega anti Meloni
Marco Patarnello (Ansa)
Magistratura indipendente attacca il «rosso» Marco Patarnello per la mail in cui definisce il premier pericoloso: «Il premier non è mai un avversario da fermare. Essere e apparire indipendenti è la prima condizione per la credibilità dei giudici».

In Italia è nata una nuova figura di magistrato: il magistrato mammola, non nel senso del fiore ma nel senso, come ci dice la Treccani, di una persona che si finge timida e modesta, quasi impaurita, ma che non lo è affatto. Non incanta nessuno e con quella posa da mammola diviene ridicola.

L’ultimo in ordine di apparizione è il giudice Marco Patarnello, sostituto procuratore in Cassazione ed esponente di Magistratura democratica. In una mail resa pubblica da Il Tempo sostiene, come è noto, quanto segue: «Meloni non ha inchieste giudiziarie a suo carico e quindi non si muove per interessi personali ma per visioni politiche e questo la rende molto più forte, e anche molto più pericolosa».

Vediamo le diverse mostruosità contenute in questo piccolo brano presupponendo, evidentemente, che i politici sono tutti ladri e gente di malaffare – riferimento ovviamene a Berlusconi – e fanno politica per interessi personali. Ma, porca miseria, avendola sicuramente spulciata in lungo e in largo hanno trovato la Meloni pulita e quindi, povere mammole, non possono indagarla, sottoporla a sanzione, perseguirla per questioni personali. Che pena, poveri giudici: si trovano impotenti di fronte a un politico che non gli piace affatto, di idee politiche diverse dalle loro (di sinistra, infatti appartiene a Magistratura democratica) e quindi, in definitiva, non possono darle battaglia e tentare di abbatterla lavorando sul piano personale, cioè – sia pure presidente del Consiglio – cittadino come tutti gli altri. Le mammole, in questo caso, sono sfiorite e tra poco saranno secche.

Ma le possibilità non sono esaurite. C’è sempre la possibilità politica perché la Meloni si muove e agisce «per visioni politiche e questo la rende molto più forte, e anche molto più pericolosa». Ma «pericolosa» per chi? Per i giudici mammola che non possono esporsi a tal punto da combattere la Meloni sul piano delle idee politiche, ma – poveri e impotenti – devono combatterla con gli strumenti della magistratura, cioè illegittimamente, per le sue idee politiche? Povere mammoline, ridotte a doversi inventare qualsiasi forma di stratagemma giuridico per abbattere la cattivona che però e senza macchia e peccato. Ma com’è possibile che un premier di destra risulti alla magistratura una persona incensurata e non alla ricerca di interessi personali? Per una questione di superiorità morale questo dovrebbe appartenere solo a soggetti di sinistra come ad esempio Patarnello?

Vi rendete conto della gravità di queste affermazioni?

Qualcuno per fortuna sì, pure tra i giudici: giusto ieri Magistratura indipendente, una corrente meno radicale, ha emesso un comunicato in cui dice l’ovvio che ormai ovvio non è più, e cioè che «il presidente del Consiglio non è mai un avversario da fermare», e che se si ragiona così si indebolisce «la funzione giudiziaria», perché «essere e apparire indipendenti è la prima condizione per la credibilità della magistratura».

Finalmente. Perché la farisaica autoflagellazione di un giudice che ritiene pericolosa una donna che si batte sul piano politico con le proprie idee e non è stata corrotta più che un ragionamento da giudice Patarnello pare quello di un avventore di un bar che si è fatto di Tavernello, ma in misura abbondante. Quello che è più grave è che il giudice tutto questo lo dice da sobrio, in modo convinto, deciso, anche un po’ spavaldo come è proprio di chi ritiene di appartenere a una casta inattaccabile, a una casta che ha sempre comunque la verità in mano. Possiamo dire che ne abbiamo piene le scatole di questi giudici sedicenti santarellini che, in realtà, sono delle gatte morte nascondenti, sotto un’apparente difesa della legge, una esplicita volontà di agire sul piano politico e di combattere, con gli strumenti della magistratura, una battaglia politica? Dopo questa mail, dopo i pronunciamenti sull’Albania, dopo la disapplicazione delle leggi del caso dello svuotamento del Cpr, da parte del giudice di Catania Iolanda Apostolico, sulla caparra da 5.000 euro ridotta successivamente a 2.500, dopo l’inopportunissimo tweet del giudice della Corte dei conti, Marcello Degni, che auspicava di far «sbavare di rabbia il centrodestra sulla manovra», ebbene, dopo tutto questo, qualche General Mammolone, metaforicamente a capo dell’esercito dei giudici mammole, ancora ha il coraggio di affermare che la magistratura opera nel proprio campo e non invade gli altri due poteri costitutivi dello Stato di diritto: legislativo ed esecutivo?

Io penso che dopo tutto questo ci sia abbastanza materiale perché possa comprenderlo anche uno particolarmente duro di cervice. Perché qui non si tratta di entrare in un giudizio di merito sulla cosiddetta operazione Albania, ma si tratta di gravissime affermazioni di magistrati che esulano totalmente dai loro compiti. Fanno ciò che non dovrebbero fare. Non fanno ciò che dovrebbero fare. Non vi basta? Non è sufficiente? La misura non è colma? Per dimenticare ci faremo un bicchiere di Tavernello.

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