- Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti mettono i paletti sulle due grandi questioni aperte con Bruxelles: si firma solo ciò che è fattibile per l’Italia.
- Il premier per la prima volta sottolinea che la logica di pacchetto non riguarda le due riforme: «Il link lo vedo soltanto nel dibattito nostrano. Non c’è nessuna dimensione di ricatto». La trattativa sul Salvastati va di pari passo con l’Unione fiscale e bancaria.
Lo speciale contiene due articoli
L’accordo sul Patto di stabilità è lontano. Lo hanno detto chiaramente ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il premier Giorgia Meloni. È il primo, sul palco di Atreju, a definire «scarse» le possibilità che si arrivi la settimana prossima a un’intesa. Sottolineando un dettaglio: «Che io vada a chiudere un accordo, che condiziona l’Italia per i prossimi 20 anni, in videoconferenza, no grazie. Un Ecofin in presenza è più opportuno», ha infatti aggiunto il ministro. La presidenza spagnola ha deciso di tenere la riunione del 20 dicembre da remoto e dalle parole di Giorgetti si capisce che il tentativo di chiudere la partita in fretta, da dietro uno schermo, non è accettabile. Soprattutto considerando che la proposta relativa al braccio correttivo deve essere approvata all’unanimità (e serve una maggioranza qualificata per quello preventivo).
Sul «compromesso raggiunto ci sono stati passi avanti, ma certamente non è la posizione italiana», ha precisato il capo del Mef, ricordando che «abbiamo contro la maggior parte dei Paesi guidati dalla Germania», che si ispirano alla frugalità. Del resto, il potere di veto lo possono usare anche i tedeschi, a cui conviene mantenere le regole precedenti. «Quindi bisogna fare con saggezza e responsabilità, prima di ingaggiare una guerra», contro chi ha numeri più ampi bisogna «mandare avanti gli ambasciatori. Dobbiamo giocare la partita con coraggio ma anche con intelligenza, senza sbraitare», ha aggiunto. In un’Europa «senza dimensione politica» paragonata a «un condominio», il negoziato andrà dunque avanti, «anche con condizioni politicamente diverse», ha proseguito Giorgetti riferendosi implicitamente alle europee di giugno dalle quali verrà fuori il nuovo assetto di Parlamento Ue e Commissione.
Cosa succederà nel 2024 se entro il 1° gennaio non verrà raggiunto un accordo? «Il tessuto normativo è quello del vecchio Patto. La Commissione ha detto però che il 2024 è un anno di transizione, quindi si procederà con il Patto uscente ma i bilanci si faranno con le linee guida che verranno date da Bruxelles. Il problema è che il 2024 è coperto, il 2025 no».
Da Bruxelles, nel punto stampa del pomeriggio anche Giorgia Meloni ha ribadito che «togliendo la possibilità» di vedersi fisicamente «diventa più difficile» trovare un accordo. «Le posizioni sono ancora abbastanza distanti, bisogna lavorare ancora», ha aggiunto sottolineando che il Patto di stabilità «non è stato oggetto dei lavori» del Consiglio europeo, ci sono state interlocuzioni a margine, sono giorni di trattative, il tema è rimandato all’Ecofin. «Penso che un accordo si possa trovare, ma non posso dire che lo abbiamo trovato. Dobbiamo trovare un equilibrio, dobbiamo tenere aperte tutte le strade finché non sappiamo qual è il punto di caduta». E ancora: «Non chiediamo una modifica del Patto per gettare i soldi dalla finestra, però chiediamo una modifica del Patto che ci consenta di fare ciò che riteniamo giusto fare e che l’Europa si è data come strategia, parlo in particolare degli investimenti, senza essere per questo colpiti», ha aggiunto il premier. Il veto? «Non posso dare l’ok a un Patto che non io ma nessun governo italiano potrebbe rispettare. Serve un Patto che ci metta nelle condizioni di fare il nostro lavoro», ha proseguito il presidente del Consiglio che prima dell’inizio dei lavori del summit Ue ha avuto un bilaterale con il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen all’Europa building. In albergo c’è invece stato un altro bilaterale con Emmanuel Macron durante il quale, ha detto la Meloni, «sono state trovate convergenze».
Allineato a Giorgetti e alla Meloni è anche Matteo Salvini. «Se ci saranno le condizioni il governo firmerà, se sarà una trappola no. Ma non sono io al tavolo e ho piena fiducia in Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti. Meloni dice che siamo ancora distanti da una soluzione, risulta anche a me, penso che l’Italia con Giorgetti debba firmare se è utile per l’Italia e l’Europa», ha detto il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti. Per poi chiosare che del Patto di stabilità è crescita «cambierei l’ordine: Patto di crescita e stabilità». A questo punto non è chiaro se effettivamente i ministri finanziari europei troveranno un accordo definitivo sulla riforma del Patto di stabilità o se la partita sarà rinviata a gennaio. La cosa certa è che sono in corso discussioni a livello politico che coinvolgono Francia, Germania e Italia.
Intanto, qualche ora prima dal palco di Atreju, Giorgetti ha fatto partire anche un nuovo attacco al Superbonus ereditato dal Conte bis. Una zavorra che diventa sempre più pesante per le casse dello Stato e che sfonderà i 100 miliardi entro fine anno, «un debito a tutti gli effetti che gli italiani dovranno pagare nei prossimi quattro anni», ha detto titolare del Mef. Definendo il Superbonus una «morfina di Stato che andava ridotta. L’Italia con quel provvedimento reiterato nel tempo ha fatto “moneta fiscale” e nessuno all’epoca disse “attenzione alla Bce”. In un momento di massima emergenza, massimo dolore dell’economia, poteva avere anche un senso, ma bisognava iniziare subito l’operazione di disintossicazione», ha detto Giorgetti. Quanto a eventuali modifiche, il ministro è ricorso a un’altra metafora: «È come Chernobyl, continua a emanare radioattività anche se l’abbiamo sommerso di sabbia». Il richiamo «non è casuale», riguardo al Superbonus «come per l’energia nucleare, in tanti sono a favore e in tanti sono contro».
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