Limiti alla fecondazione assistita, l’Ue minaccia l’Ungheria
Viktor Orbán (Ansa)
Bruxelles vuole deferire Budapest . E tiene congelati i fondi per Viktor Orbán: «Zero progressi sullo Stato di diritto».

L’Europa contro l’Ungheria di Viktor Orbán, di nuovo. Da Bruxelles è infatti partita la decisione di avviare una procedura d’infrazione contro Budapest, rea d’aver limitato in modo iniquo l’accesso alla procreazione assistita. La contestazione europea riguarda la decisione ungherese, del giugno 2022, di aver ha smesso di consentire agli operatori privati di fornire trattamenti per la fertilità sul suo territorio. Secondo il parere motivato recapitato ad Orbán da Bruxelles, «queste restrizioni violano» i trattati comunitari e «non sono giustificati da alcuna considerazione di interesse pubblico»; questo perché da un lato tali paletti violerebbero la libertà di stabilimento – così come sancita dall’articolo 49 sul funzionamento dell’Ue – e dall’altro non sarebbero giustificati da alcuna considerazione di interesse pubblico. La misura ungherese per l’Europa non servirebbe infatti a tutelare la sanità pubblica e l’ordine pubblico; anzi, il divieto contestato avrebbe avuto come solo effetto quello di ridurre il numero dei prestatori di servizi. Di qui la decisione della Commissione di emettere un parere motivato nei confronti dell’Ungheria, che ora per mettersi in riga ha due mesi, dopo i quali la Commissione potrà decidere di deferire il caso alla Corte di giustizia.

Questo non è però il solo terreno di tensione tra Bruxelles e Budapest. La Commissione europea ritiene infatti che l’Ungheria non abbia affrontato in modo adeguato neanche le violazioni dei principi dello Stato di diritto e, pertanto, ha deciso di mantenere le misure per proteggere il bilancio dell’Unione; il riferimento è alla norma ungherese del 2 dicembre sul conflitto di interesse e la trasparenza nei Cda delle università sostenute da fondi pubblici, che doveva rimediare a una situazione che dura da tempo. Dal dicembre 2022 l’Ue ha infatti escluso più di 30 istituzioni ungheresi – tra cui 21 università – dai fondi Erasmus e Horizon; questo per via del coinvolgimento di figure legate al governo nei loro Cda e delle preoccupazioni su presunte minacce a libertà accademica, trasparenza e conflitti di interesse. Di qui lo stop dei trasferimenti da Bruxelles a Budapest, pari al 55% degli impegni di bilancio per tre diversi programmi sotto la rubrica della politica di coesione (per il periodo di bilancio 2021-2027), per un totale di circa 6,3 miliardi di euro; e non perché l’Ungheria non abbia fatto nulla – durante l’estate sono state adottate 17 misure -, ma perché le riforme finora varate, per Bruxelles, presentano ancora «significative carenze».

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