L’Europa si intesta la propaganda dell’aborto
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Il vento macroniano soffia a Strasburgo: l’Europarlamento approva con i voti del Ppe una risoluzione per chiedere che l’interruzione di gravidanza diventi un pilastro della «Carta» dell’Unione. Non è vincolante, ma il testo è un primo passo per sdoganare la pratica.

«Vogliamo che l’aborto sia un diritto fondamentale». Nella stagione dei colpi di coda, il Parlamento europeo in scadenza ha approvato una risoluzione per chiedere che venga aggiunta alla Carta dei diritti comunitari l’interruzione di gravidanza. Quella che le associazioni cattoliche definiscono «la lobby della morte» ha colpito ancora, facendo leva sulla compatta task force della sinistra abortista (socialisti, verdi e liberal), sulle consuete divisioni del Ppe e sul tiepido approccio del Vaticano, in termini di pressione politica, rispetto al tema della vita, che dovrebbe essere centrale una volta di più dopo le recenti parole di papa Francesco.

Esulta la maggioranza progressista (336 voti a favore, 163 contrari, 39 astenuti) che spera di modificare l’articolo tre della Carta e far inserire la frase: «Ognuno ha il diritto all’autonomia decisionale sul proprio corpo, all’accesso libero, informato, completo e universale alla salute sessuale e riproduttiva, e ai relativi servizi sanitari senza discriminazioni, compreso l’accesso all’aborto sicuro e legale». Nell’era di Ursula von der Leyen la votazione è pomposamente definita storica da chi ha vinto. Ma non ha alcun effetto concreto e rischia di essere pura propaganda per due motivi elementari: una risoluzione non è mai vincolante anche se impegna l’aula a mettere a tema l’argomento; per modificare la Carta dei diritti fondamentali serve l’unanimità dei 27 Paesi membri e molto difficile che possa essere raggiunta (Polonia e Malta hanno tutt’ora in vigore leggi che lo limitano).

Nel Parlamento in scadenza come le mozzarelle le accelerazioni sono all’ordine del giorno. I delegati della maggioranza sono impegnati a far passare risoluzioni e dichiarazioni d’intenti, a dispensare promesse per mostrare bandiere ideologiche in vista delle elezioni, ad accontentare le lobby di riferimento e compattare i fedelissimi, pur sapendo che le decisioni non avranno alcun effetto fattuale.

Svuotano i cassetti, fanno le pulizie di primavera come colf col piumino. E se tutto questo impatta sulla «dignità umana del concepito oltre la cultura della morte», pazienza. Come si legge dietro la frase che dovrebbe essere inserita nella Carta, l’obiettivo non è certo ribadire la legalità dell’aborto «legale e sicuro», in vigore in Italia da 46 anni e che nessuno mette in dubbio, ma spingere per rendere la pratica obbligatoria. Questo con alcune mosse già pronte e ben specificate nei documenti di accompagnamento: limitare o mettere fuorilegge l’obiezione di coscienza, costringere le aziende ospedaliere a inserire le procedure di aborto come parte obbligatoria del curriculum per medici e studenti di medicina, chiedere ai paesi più scettici di rivedere i protocolli per garantire l’accesso a tutta la gamma di servizi «relativi alla salute sessuale e riproduttiva». In più, con una certa arbitrarietà, si parla di fermare i finanziamenti ai gruppi che si oppongono al gender. Di più: l’Europarlamento invita la Commissione a garantire che le organizzazioni contrarie alla parità di genere (si parla di donne per far passare il genderfluid) non ricevano finanziamenti europei.

A Bruxelles, per protestare contro la decisione, circolava un grande camion-vela di Pro vita & famiglia: «To kill a baby is not a fundamental right». Una delegazione dell’associazione ha seguito da vicino i lavori e subito dopo la votazione il vicepresidente Jacopo Coghe ha postato un duro commento su X: «Chiedere che l’uccisione di un bimbo nel grembo materno sia inserita fra i diritti fondamentali Ue rendendo l’aborto un valore comune da promuovere è una tragica istantanea sulla condizione terminale dell’Unione europea. Un continente sempre più anziano, malato, depresso e drogato di ideologia gender e abortista è in preda a un folle delirio autodistruttivo. Pro vita & famiglia non smetterà mai di battersi per la dignità umana del concepito».

La risoluzione è passata con i voti di tutte le sinistre (in Italia già esultano: «Decisione storica», ndr), supportate (come spesso accade anche per le spallate del Green deal) da oltre 40 eurodeputati del Ppe, soprattutto nordeuropei. Fra le delegazioni italiane hanno votato sì Pd, Verdi, Movimento 5 stelle, +Europa, Azione, Italia viva, vale a dire i socialisti travestiti da liberali. In Forza Italia hanno votato sì Alessandra Mussolini e Lucia Vuolo, contrarie tutte le altre. Il no più compatto è arrivato da Fratelli d’Italia mentre in Identità e democrazia (il gruppo della Lega) l’unica defezione italiana è stata quella di Gianna Gancia.

Ora il diritto all’aborto, che nasconde l’obbligo a non opporsi neppure per obiezione di coscienza individuale, è ufficialmente sponsorizzato dal parlamento uscente. Un’imposizione in stile progressista che va oltre anche alla prassi statunitense in epoca dem. In America la Corte suprema ha infatti stabilito che sono i singoli Stati a dover decidere le modalità con le quali affrontare il delicato tema dell’inizio vita. Nel rispetto delle donne, dei nascituri e della democrazia. Una parola che potrebbe tranquillamente uscire dai diritti fondamentali Ue senza che nessuno se ne accorga.

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