Tutto nasce dal colossale imbroglio che ha contrassegnato la politica e l’informazione europea negli ultimi vent’anni. Da quando, insomma, i partiti tradizionalmente conservatori, pur di governare, son dovuti scendere a patti con forze di sinistra e hanno cominciato a formare le «cohabitations» e le «Große Koalition» tanto care a francesi e tedeschi: è da quel momento che, nelle stanze dei bottoni in quel di Bruxelles, le forze progressiste hanno cominciato a rosicchiare spazi in settori strategici come la comunicazione, riuscendo a insinuare il pensiero che chi non aderiva ai loro valori «democratici», democratico non fosse.
Le facce da Ventotene hanno riempito le istituzioni Ue: alla Commissione e all’Europarlamento di Bruxelles perfino tra i funzionari è quasi impossibile trovare qualcuno che la pensi come la pensano gran parte degli elettori europei, che pagano con le tasse i loro stipendi e che da anni provano, votando, a mandare a casa i soloni del green deal, delle teorie gender e dell’immigrazione «inclusiva» sulla pelle dei cittadini. La risposta delle istituzioni si è fatta sentire attraverso l’arma più letale e apparentemente indolore: la propaganda. Sono decenni che, come abbiamo raccontato più volte sulle pagine della Verità, l’Unione europea lavora alacremente per diffondere nell’opinione pubblica il virus del pensiero unico Ue. Oggi, Bruxelles è in prima linea per «salvare» Radio Free Europe/Radio Liberty (Rfe), cui Donald J. Trump ha tagliato i finanziamenti. Per i rappresentanti dell’Unione europea Rfe è uno «strumento chiave per l’informazione libera nei Paesi dove c’è censura mediatica», laddove la «censura» consiste banalmente nel contestare la governance europea, come è accaduto in Romania, Ungheria, Polonia ma anche in Francia, in Germania e in Italia. Ancora oggi Giorgia Meloni su Le Monde, quotidiano che percepisce finanziamenti Ue, continua ad essere definita «leader de l’extrême droite». Chi osa contestare l’Europa è «antidemocratico» e in quanto tale censurabile d’ufficio.
Per Radio Free Europe/Radio Liberty è scattata una mobilitazione non soltanto economica ma ideologica: Rfe non si tocca. Fondata nel 1950 dal Congresso americano per fare breccia nel blocco comunista durante la guerra fredda, è un’emittente ancora tarata, a 75 anni dalla sua nascita, sulla contrapposizione tra Est e Ovest e dal 2014 particolarmente attiva nell’incoraggiare il regime change e l’esportazione di democrazia in Ucraina, dove gli interessi americani sono stati, grazie alla famiglia Biden, particolarmente consistenti. Gli Stati Uniti l’hanno finanziata per decenni fino al 14 marzo scorso quando, con un decreto esecutivo, Trump ha deciso di chiudere il rubinetto pubblico. Apriti cielo! La vicepresidente della Commissione europea Kaja Kallas ha abbaiato all’emergenza democratica; secondo i rappresentanti Ue, «ora la propaganda russa avrà le mani libere», bisogna dunque fare quanto necessario per il «contrasto all’influenza maligna straniera e il rafforzamento della resilienza democratica». La decisione di Trump ha scatenato un giudice federale Usa, che ha ordinato al presidente di continuare a finanziarla: la questione andrà per le vie legali. Inoltre, poiché la sede centrale di Rfe è a Washington ma quella giornalistica è a Praga, il governo ceco ha chiesto agli Stati membri Ue ben 120 milioni di euro per Rfe. Molti Paesi europei hanno risposto all’appello: dapprima i tre Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), a seguire Polonia, Germania, Svezia e altri. Il ministro degli esteri Antonio Tajani è stato cauto: «Se ne è parlato, si può fare qualcosa», ha dichiarato, mettendo in chiaro contemporaneamente che «la decisione di come spendere denaro pubblico è una questione interna americana». Se Dio vuole.
Qualche giorno fa l’Ue ha deciso di stanziare per Rfe ben 5,5 milioni di euro. Uno sforzo molto generoso, sostenuto dai contribuenti Ue, ça va sans dire. Ora, il criterio di distribuzione dei finanziamenti Ue ai media dovrebbe essere quello di aiutare le testate più piccole, minoritarie sia per capacità imprenditoriali che per bacino di utenti, con l’obiettivo di rappresentare le posizioni politiche e giornalistiche delle minoranze. Ma Rfe non è propriamente una radio locale dato che stipendia comunque 1.700 dipendenti e trasmette in 27 lingue e in 23 Paesi. La morale, insomma, è sempre la stessa: a raccogliere i soldi dei cittadini europei sono sempre i colossi dell’informazione. Ad esempio, agenzie come l’Ansa, che negli ultimi dieci anni ha ottenuto quasi 6 milioni di euro dalla Commissione europea nell’ambito del progetto European Newsroom.
Fossero soltanto questi, i fondi europei per la propaganda: nel settore dei servizi digitali, già nel 2019 la Commissione Ue ha lanciato una gara d’appalto per istituire Edmo (European Digital Media Observatory) al fine di contrastare le cosiddette «fonti di disinformazione». Un primo stanziamento di 2,5 milioni di euro se l’è aggiudicato nel 2020 un consorzio guidato dall’Istituto universitario europeo di Firenze, mentre un altro bando da 11 milioni di euro è stato aperto ai «centri di ricerca» sui media digitali (in Italia l’hub Idmo – Italian Digital Media Observatory – coordinato da Gianni Riotta); altri 900.000 euro di fondi Ue sono stati stanziati per elaborare il Codice di condotta rafforzato per il famigerato fact-checking e contro la disinformazione nell’Ue, per non parlare dei milioni mobilitati a sostegno del Dsa. Perché ormai non sono più le idee libere ma la propaganda a tenere in piedi l’Unione europea.
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