L’agonia della Merkel non ha fine. Il suo Salvini: «Non mi licenzierà»
Ansa

Nel litigio tra Csu e Cdu sui migranti ci si mette la Spd, terza gamba della coalizione: trattativa notturna no stop. Il ministro Horst Seehofer gioca con le dimissioni, poi attacca Angela Merkel: «Mi vuole cacciare ma governa grazie a me».

La notizia è trapelata nella tarda serata di domenica. Horst Seehofer, il ministro degli Interno e leader dei cristiano-sociali bavaresi della Csu, storici alleati dell’unione cristiano-democratica di Angela Merkel, sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni per via delle continue contrapposizioni con la cancelliera sul difficile dossier dei migranti. Il rischio di aprire una crisi di governo senza precedenti nella altrimenti sempre stabile Repubblica federale ha allarmato fin da subito gli alleati della «Grosse Koalition». Il pomo della discordia è ancora il tema del controllo delle frontiere e dei respingimenti, così come disegnato dal ministro degli Interno nel suo cosiddetto masterplan, un piano strutturato in 63 punti programmatici e presentato domenica pomeriggio ai vertici della Cdu. Il presupposto è che l’integrazione si possa raggiungere solo limitando nuovi ingressi, così Seehofer.

Tra i punti del documento messi in luce con maggior dovizia di particolari dalla stampa tedesca si ricorda la creazione di specifici centri di detenzione finalizzati all’espulsione di massa, tra cui alcuni localizzati in prossimità degli aeroporti, la velocizzazione (l’ennesima!) delle procedure per la richiesta di asilo e persino la partecipazione dei migranti ai costi giudiziari cagionati dall’enorme afflusso in Germania di domande di protezione internazionale. Senza contare, poi, la proposta di automatica revoca del permesso di soggiorno per quei rifugiati che siano andati e venuti dal Paese d’origine, così dimostrando l’assenza di un rischio di grave danno per la propria incolumità. Infine, il respingimento alla frontiera di quei richiedenti asilo la cui domanda di protezione sia già stata registrata presso un altro Stato membro.

Secondo fonti della Cdu, il piano di Seehofer sarebbe stato approvato per 62 dei 63 punti. Il ministro dell’Interno aveva dato manforte alla cancelliera in vista del Consiglio europeo della scorsa settimana, ma poi, dopo l’esito del vertice, era tornato all’attacco, definendo i risultati del tutto inidonei a sortire effetti simili a quelli indicati nel suo piano. L’intesa su un maggiore controllo dei confini esterni dell’Unione in particolar modo attraverso un potenziamento di Frontex e la disponibilità di 14 Stati membri Ue a ripartirsi equamente sulla base di intese bilaterali i richiedenti asilo non sono bastate per calmare la furia di Seehofer che ha così minacciato di far saltare il banco.

Minacciato, sì, perché quelle che sembravano essere dimissioni irrevocabili sono diventate, con il passare delle ore, formali inviti a intavolare una nuova trattativa. La tenzone, non poi molto diversa da quelle tipiche del teatrino della politica italiana, ha così coinvolto la dirigenza di Cdu e Csu, entrambe impegnate a ricucire l’ennesimo strappo del ministro. Nel partito cristiano-sociale regna, infatti, una certa fibrillazione, visto che il 14 ottobre in Baviera si terranno le elezioni che potrebbero decretare la fine del governo monocolore dei cristiano-sociali. Nella Cdu, invece, c’è tensione perché una crisi di governo significherebbe l’uscita di scena della signora Merkel e un assist per i socialdemocratici della Spd. Spd che nelle scorse ore è tornata a farsi sentire, chiedendo a gran voce che le diatribe interne alla Cdu/Csu fossero chiarite anche in un incontro di coalizione, che si è tenuto in nottata, dalle 22 di ieri. Nel frattempo, Seehofer ha promesso che lascerà entro tre giorni, se non si arriverà a un accordo rapido con la Cdu. «Ci parleremo ancora oggi (ieri, ndr)», ha spiegato nella notte di domenica, «nell’interesse di questo Paese e della capacità della nostra coalizione e dell’esecutivo di governo, cosa che vogliamo preservare, vogliamo raggiungere un accordo sulle questioni chiave del controllo dei confini e dei respingimenti alle frontiere, e solo su questi punti. E spero che ci riusciremo». Nella giornata di ieri, è sceso in campo anche il presidente del Bundestag ed ex ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, che ha cercato una mediazione in un incontro a tre tenutosi nel primo pomeriggio con Seehofer e la cancelliera. Ma la resa dei conti è iniziata soltanto intorno alle 18.00, quando il leader della Csu è giunto alla Konrad-Adenauer-Haus, la sede della Cdu a Berlino, per il colloquio decisivo: «Non so se uscirò di qui quando sarà ancora chiaro», ha detto, «in ogni caso, non mi lascerò licenziare da una cancelliera che è cancelliera soltanto grazie a me». Il problema, a dire il vero, non è che la cancelliera lo voglia mettere alla porta, ma che lui abbia più volte minacciato di dimettersi senza poi far seguire i fatti alle parole. Se la crisi dovesse rientrare, Seehofer dovrebbe allora spiegarne le ragioni al suo partito e al Paese. Il rischio è insomma che la Csu ne esca con le ossa rotta e con un ministro dell’Interno privo dell’autorevolezza necessaria per poter gestire dossier delicati proprio come quello dei migranti.

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