Il nuovo saggio di Antonio Pilati analizza i disastri seriali della sinistra nell’Ue. Dalle banche alle migrazioni, si è aperta una frattura con la vita reale.

Nelle ultime elezioni politiche tedesche (settembre 2017) la Spd, il più grande partito della sinistra europea, scivola al 20,5% dei voti e tocca il minimo storico. Nei mesi successivi la sconfitta socialdemocratica si replica in Austria, Repubblica Ceca, Italia, Ungheria, Svezia. In precedenza insuccessi anche più gravi si erano visti in tre Stati (Francia, Olanda, Grecia), dove i socialisti quasi sfiorano la scomparsa, e in Spagna.

La ragione profonda di questi disastri seriali ha a che fare con la visione del mondo: la sinistra europea, e in generale la sinistra del mondo occidentale, è stata investita nell’ultimo quarto di secolo da due catastrofi culturali, un peso difficile da reggere. Non è un dramma che riguarda solo i partiti coinvolti, è una questione globale perché contribuisce a stravolgere in molte nazioni i sistemi politici e in più inasprisce fratture sociali già molto gravi.

La prima catastrofe è quella del 1989-1991, quando la visione politica che propugna la costante espansione dell’economia pubblica – fino alla nazionalizzazione dei mezzi di produzione – e la solidarietà internazionale dei lavoratori più deboli e dei loro partiti – il campo socialista ovvero antimperialista – finisce con il crollo dell’Unione sovietica. La gran parte dei partiti comunisti cambia nome e si avventura verso linee politiche pro-mercato, molti partiti socialisti scoprono che privatizzare è bello, seguono con fiducia la terza via di Tony Blair e puntano tutto sui consumi, gonfiati con ampie quote di debito, come fattore di coesione sociale.

La seconda catastrofe è quella del 2015-2017 e investe il cosmopolitismo irenico convinto che la diffusione mondiale degli scambi, sostenuta da una finanza sempre più creativa e sicura di aver scoperto il modo di azzerare i rischi, costituisca la chiave per assicurare il benessere mondiale attraverso una crescita continua. L’incremento geometrico dei mercati dovrebbe, in prospettiva, pacificare il mondo in una generale scoperta di convergenze: l’esempio tipico è il rapporto tra la Cina, che entra nell’arena commerciale globale da nazione debole – quindi senza impegni – per poi comportarsi da agguerrito player mercantilista, e gli Stati Uniti che a compenso sono finanziati attraverso l’acquisto di massicce quote del debito pubblico. […]

Il cosmopolitismo irenico, che disprezza e rimuove il realismo politico, cade a pezzi in due fasi. La prima fase è costituita dalla crisi economica che incuba nel 2007, esplode nel 2008, si aggrava in Europa nel 2010-2011 e in molti luoghi non sembra ancora giunta a sicura conclusione: il disastro parte dalle banche e dalle agenzie finanziarie, che gli Stati – cioè la politica – sono costretti a salvare con la messa in circolo di enormi masse di liquidità, si estende all’economia reale, toglie risorse e redditi a centinaia di milioni di persone. La seconda fase è generata dalle migrazioni verso l’Europa che si gonfiano a numeri sempre più grandi a causa del crescente disordine politico in Nord Africa e in Medio Oriente (cui danno alimento i molti errori politici dell’Occidente) e che sono avvertite da milioni di persone come una minaccia alla propria sicurezza e al proprio modo di vita.

Il crollo dipende in primo luogo dall’incongruenza sempre più marcata e alla fine insostenibile fra la visione cosmopolita con le sue previsioni teoriche, subito tramutate in promesse beneauguranti per la vita di tutti, e il reale svolgersi degli eventi così difforme in Occidente da quanto immaginato. In secondo luogo ha grande peso una falsa coscienza che si espande con il tempo a dimensioni drammatiche: il suo nucleo è lo scarto fra i soggetti dichiarati come punto di riferimento dell’azione politica – lavoratori subordinati, ceto medio con scarso potere decisionale, classi disagiate – e i soggetti favoriti dalle effettive decisioni politiche – finanza, banche, amministrazione pubblica. […]

Nella visione degli anni Novanta, formata in simbiosi con la globalizzazione, la politica abdica al primato, si ritira sullo sfondo: è l’economia (a forte leva finanziaria), in quanto globale e non intralciata da comandi eterogenei, che decide e si prende la responsabilità di diffondere ricchezza. Al posto della scelta politica si installa al vertice della società l’algoritmo finanziario. L’inversione è densa di significato e di conseguenze. […]

L’opzione modernista si è troppo avvicinata all’ideologia cosmopolita e perfettista delle élite per riuscire a sganciarsi senza danni ritrovando elettori delusi e risentiti. Lo smarrimento della sinistra sembra avere buone chance per continuare.

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