- La madrepatria ha accolto con un «no» unanime la proposta di bilancio. Piano bocciato pure dalle istituzioni comunitarie.
- L’economista Buti difende i tagli all’agricoltura: «Questione di realismo e priorità».
Lo speciale contiene due articoli
A chi rende conto, a chi risponde Ursula von der Leyen? La domanda è legittima dopo che la sua proposta di riforma del bilancio Ue 2028-2034 presentata l’altroieri tra ritardi e polemiche ha scatenato una rivolta interna non soltanto al Parlamento europeo ma anche nel Consiglio Ue, che riunisce i rappresentanti dei 27 governi nazionali tra cui quello tedesco, e perfino all’interno della stessa Commissione. E poiché il presidente della Commissione non ha palesato finora una spiccata inclinazione al suicidio politico (anzi), è lecito domandarsi chi le stia garantendo la sponda istituzionale, spingendola a presentare una proposta che è riuscita a scontentare le tre principali istituzioni decisionali che dirigono l’amministrazione dell’Unione europea e ne forniscono gli orientamenti politici, Europarlamento, Commissione e Consiglio: strike.
Sono 18 mesi che la Von der Leyen lavora sul bilancio pluriennale – ha cominciato addirittura prima di essere riconfermata alla guida dell’esecutivo Ue – ma, a differenza del suo predecessore Jean-Claude Juncker, che era solito estendere le consultazioni al di là dell’austero Berlaymont, il palazzo bruxellese che ospita la Commissione Ue, Ursula von der Leyen ha fatto tutto da sola o quasi, e in gran segreto. Il nuovo quadro finanziario pluriennale (Mff), infatti, è stato concepito e redatto dai quattro funzionari (scelti sui 32.000 che lavorano alla Commissione Ue) che le sono più vicini: il suo capo di gabinetto Bjoern Seibert, tedesco, la francese Stéphanie Riso, capo della dg Bilancio della Commissione e supervisore del piano Nextgenerationeu, l’altra francese Céline Gauer, direttrice generale della task force per le riforme e gli investimenti (Pnrr) e la segretaria generale della Commissione, e la lettone Ilze Juhansone. Il piccolo team, che ha trascorso nottate e fine settimana al Berlaymont tra riunioni interminabili e brevi pause con pizza e Coca-Cola, ha di fatto stabilito in beata solitudine come distribuire l’intero bilancio dell’Unione europea, dal valore di 2.000 miliardi di euro: nessun altro – né i vicepresidenti dell’esecutivo Ue, né i commissari europei e neanche i più alti funzionari della Commissione – è stato coinvolto per valutare la proposta nel suo insieme, se non 48 o addirittura 24 ore prima della presentazione.
L’unico che è riuscito a ritagliarsi uno spazio di manovra è stato il commissario italiano Raffaele Fitto, che ha ostacolato il piano di nazionalizzazione dei fondi Ue per tutelare le Regioni europee, schierandosi dichiaratamente contro la Von der Leyen, nonostante il suo ruolo di vicepresidente della Commissione.
Certo, le singole direzioni generali sono state consultate ma soltanto per le specifiche competenze e, secondo quanto riferisce la testata Politico, alcuni commissari, ora furibondi, hanno potuto visionare le cifre generali del bilancio soltanto dieci minuti prima della conferenza stampa. Che, non a caso, è cominciata con tre ore di ritardo, che hanno provocato lo slittamento di altre quattro ore dell’incontro del commissario al Bilancio, il polacco Piotr Serafin, con la commissione Budget del Parlamento europeo.
La reazione dell’Europarlamento non si è fatta attendere: con un’inedita lettera congiunta la maggioranza che ha garantito la rielezione della Von der Leyen – composta dai capigruppo Manfred Weber (Ppe), Iratxe García Pérez (socialisti di S&D), Valérie Hayer (Renew, il partito di Matteo Renzi), Bas Eickhout e Terry Reintke (Verdi) – ha firmato una dichiarazione per rigettare la proposta della Commissione. «I nostri cittadini si aspettano che l’Unione europea faccia di più per risolvere i loro problemi e migliorare le loro vite […], il rimborso dei prestiti di Nextgenerationeu non deve compromettere il finanziamento delle politiche e delle priorità dell’Ue […], la proposta attuale non è all’altezza delle ambizioni dell’Unione».
L’altroieri a Bruxelles, insomma, l’aria si tagliava con il coltello a prescindere dal «capolavoro» presentato da donna Ursula. Che è riuscita a scontentare anche i governi nazionali, a cominciare da quello tedesco guidato dal suo connazionale Friedrich Merz, esponente, come lei, dell’Unione cristiano-democratica Cdu: Berlino ritiene «inaccettabile» un aumento sostanziale del quadro finanziario pluriennale, soprattutto «in un momento in cui tutti gli Stati membri stanno compiendo notevoli sforzi per consolidare i loro bilanci nazionali», ha dichiarato mercoledì sera il portavoce del governo Stefan Kornelius. «Pertanto, non potremo accettare la proposta della Commissione». Come ha sottolineato il quotidiano Tagesspiegel, il governo tedesco ha forti riserve anche sul fronte delle entrate, specificamente sull’introduzione di nuove «risorse proprie» attraverso la tassa sui rifiuti elettronici non riciclati e l’imposta sulle grandi aziende con un fatturato annuo superiore ai 50 milioni di euro, che ha scontentato i rappresentanti delle imprese teutoniche: Gitta Connemann (Cdu), presidente della Mittelstand und Wirtschaftsunion (Mit), il sindacato di categoria della Cdu, ha definito la proposta Von der Leyen «esattamente l’opposto di ciò che è giusto e saggio». Anche Hildegard Müller, presidente dell’Associazione tedesca dell’industria automobilistica (Vda) ha ribadito che «un prelievo indipendente dagli utili deve essere considerato particolarmente dannoso per la crescita» perché rischia di compromettere la competitività dell’intero tessuto imprenditoriale europeo, mentre Helena Melnikov, amministratrice delegata della Camera di commercio e industria tedesca (Dihk), ha detto che la riforma della baronessa ha «inviato un segnale completamente sbagliato: ciò che serve è un vento favorevole per le aziende, non tasse aggiuntive». La chiosa finale sul «Big Ugly Bill» del presidente tedesco l’ha data però il presidente del Comitato delle regioni, Kata Tüttő: «Quando 14 governi nazionali, 149 regioni e centinaia di leader locali e attori chiave condividono profonde preoccupazioni sulla logica stessa alla base della formulazione della proposta per il nuovo bilancio dell’Ue, è tempo di avviare una conversazione che abbia un senso». Ma un senso non ce l’ha (cit.).
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