Ancora oggi chi non si è vaccinato non può entrare negli Stati Uniti. La questione generalmente gode di scarsa considerazione, ma è inevitabile che, nel momento in cui va a interessare personaggi del calibro di Novak Djokovic, attiri l’attenzione del mondo intero. A un anno esatto dalla telenovela australiana, quando al campione serbo fu negata la possibilità di giocare lo slam di Melbourne (al punto che, al suo arrivo sull’isola, fu trattato come un immigrato irregolare ed espulso dal Paese), la libera scelta di non vaccinarsi costerà ancora al tennista la partecipazione ai tornei di Indian Wells e Miami. Il Transportation security administration (Tsa), agenzia statunitense del Dipartimento della sicurezza interna, ha infatti comunicato che i requisiti di vaccinazione anti Covid per accedere agli Usa sono prorogati fino al 10 di aprile. Alla gioia di poter nuovamente disputare l’Australian open – dove nel frattempo sono state abrogate le restrizioni in ingresso – segue l’amarezza di dover saltare nuovamente il Sunshine double, i due prestigiosi Atp 1000 in programma dopo il primo major stagionale.
Alle domande dei giornalisti sul tema Nole – questo il suo soprannome tra gli affezionati – ha inizialmente risposto di voler aspettare l’ufficialità. Quando poi gli han fatto notare che la decisione sembra essere definitiva, ha reagito dicendo: «Che cosa posso farci? Niente. Questo è tutto. Conoscete la mia posizione». Ancora una volta Djokovic ci mette le faccia ed è disposto a pagare il prezzo delle sue posizioni, al contrario di certi personaggetti italiani. Al 21 volte campione slam la scelta di non vaccinarsi è già costata l’anno scorso la partecipazione a due major, in entrambi i quali sarebbe partito favorito, e almeno quattro Atp 1000 (i tornei più importanti del circuito subito dopo gli slam). Con la reiterata esclusione di quest’anno, fanno sei tornei 1000 saltati.
Al di là di impietosi paragoni tra personaggi di caratura evidentemente diversa, la testimonianza del campione serbo non può che destare ammirazione. Viene da chiedersi in quanti, in circostanze analoghe, avrebbero la forza di rinunciare a così tanto per quello in cui credono. Certo, dal punto di vista economico il sacrificio pare più che sopportabile. Djokovic non ha certo problemi di soldi. Soltanto che si sta giocando con Rafael Nadal la possibilità di diventare il tennista più grande di sempre, o quantomeno il più vincente. Già al primo posto per Atp 1000 vinti, il serbo si trova a soltanto uno slam di distanza dal raggiungere il record dello spagnolo, il quale vanta ben 22 major. All’età di 35 anni, saltare uno slam potrebbe significare rinunciare a una delle ultime possibilità in quelli che senz’altro sono gli ultimi anni della sua carriera. Se avesse voluto avrebbe sicuramente trovato, come han fatto altri, il modo di aggirare i divieti senza farlo sapere a nessuno.
La vicenda in questione, per quanto imbarazzante, serve però a mettere in luce un aspetto ben più rilevante. Ancora oggi, a gennaio del 2023, chiunque voglia o debba recarsi negli Stati Uniti e non sia un cittadino americano o un immigrato regolare deve dimostrare di essere completamente vaccinato, il che significa, per il loro ordinamento, avere almeno due dosi di vaccino (una nel caso di vaccino monovalente). Essendo ormai appurato che l’inoculazione non protegge dal contagio – un’evidenza ormai inconfutabile per chiunque, specialmente adesso che ulteriori nuove varianti imperversano – il carattere esclusivamente punitivo e discriminatorio di questi requisiti s’impone agli occhi di chiunque. Una persona è «fully vaccinated» – si legge sul sito del Cdc – due settimane dopo la seconda dose di un vaccino istituzionalmente accettato come valido. Non è necessario il booster. La legge trasuda di scientificità: un soggetto che due anni fa si è sottoposto alle due dosi di uno dei vaccini allora concepiti sul virus di Wuhan, vaccini che già di per sé han dato empiricamente prova di perdere di efficacia dopo pochi mesi, può entrare negli Stati Uniti; viceversa, chi magari ha fatto il Covid nel corso dell’ultimo anno, e quindi vanta un’immunità naturale che è risaputamente maggiore di quella indotta dal vaccino, si vede l’ingresso sbarrato. Il tutto, ovviamente, in nome della scienza. Rimane un mistero irrisolto il motivo per cui i Democratici, non appena qualcuno osi non adeguarsi al dogma di fede sanitario, rinneghino quell’universalismo che tanto amano sbandierare su questioni come l’immigrazione.
Da un punto di vista politico, invece, viene difficile non notare anche l’assenza di reciprocità: mentre in Italia e in Europa i cittadini americani possono entrare senza problemi – vaccinati e non – almeno a 7 milioni di italiani (e chissà a quanti europei) è proibito l’accesso sul suolo statunitense, ma nessuno da queste parti sembra esserne interessato. Un Paese in cui comunque il dibattito è ben lungi dall’essere spento, dal momento che il governatore repubblicano della Florida Ron DeSantis (che rimane un possibile candidato del Grand old party per le prossime presidenziali), ha promesso un «Grand jury», una sorta di commissione d’inchiesta, sui vaccini Covid.
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