- Operazione di polizia contro una banda di scafisti tunisini che trafficava in esseri umani e sigarette. Bloccati beni per 3 milioni. Nelle intercettazioni, i propositi inquietanti del capo: «Sto mettendo da parte il tritolo, faccio saltare la caserma dei carabinieri».
- Il Qatar dà 20 milioni di dollari per i rimpatri dalla Libia. La monarchia investe sul contrasto al traffico di esseri umani. Ma il suo interventismo nell’area non piace affatto all’Egitto.
Lo speciale comprende due articoli.
I pirati del terzo millennio navigano su gommoni carenati con potenti motori fuoribordo, trafficano in esseri umani e sigarette, parlano al cellulare, corrompono i poliziotti e investono i quattrini illeciti in attività commerciali per riciclarli. È stato il controllo della rotta Tunisia-Italia a conferire al loro capo il titolo di pirata, la barba folta e lunga e l’aspetto trasandato hanno contribuito, invece, a ribattezzarlo Barbanera.
Fadhel Moncer, alias Giovanni, considerato un pericoloso criminale tunisino, già arrestato nel 2012 per traffico di armi e droga tra Francia e Italia, con nel curriculum un attentato dinamitardo progettato contro una caserma dei carabinieri, era il capo indiscusso della ciurma di scafisti trafficanti di esseri umani che la Procura di Palermo definisce «un’associazione a delinquere». Grazie ai gommoni veloci e carenati della loro flotta, su quella tratta, erano riusciti a mettere su il traffico più imponente scoperto finora di migranti e sigarette.
E, secondo gli investigatori della Guardia di finanza che ieri hanno smantellato la banda, erano così bene organizzati da aver anche cominciato a investire i proventi in attività economiche pulite che permettevano loro di riciclare i proventi illeciti tra Trapani, Agrigento e Palermo. E proprio a Palermo sono stati fermati alcuni dei 14 pirati arrestati: erano in partenza per la Tunisia con circa 30.000 euro di bottino. Nel ristorante Bellavista di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, sul lungomare Giuseppe Mazzini, avevano creato la loro base operativa.
E da lì Barbanera progettava i viaggi illeciti al costo di 3.000 euro a cranio. E se insieme agli esseri umani la sua ciurma riusciva anche a caricare tonnellate di tabacchi di contrabbando il viaggio diventava un grande affare. Che fruttava milioni. In poco tempo, Barbanera e i suoi uomini (alcuni dei quali fungevano da prestanome) hanno messo le mani su un cantiere nautico (l’Onda blu), su un’azienda agricola, su diversi immobili (tra cui una casa bunker), su automezzi e pescherecci. È tutto stato sequestrato, insieme al loro tesoro: conti correnti e carte di credito per un valore di circa 3 milioni di euro.
E se in Tunisia la banda aveva trovato funzionari di polizia compiacenti che, a Kelibia, in cambio una mazzetta, avevano falsificato addirittura i verbali di arresto di uno degli scafisti, in Italia la relazione con le forze dell’ordine era pessima. E siccome Barbanera è uno spietato, voleva far saltare in aria una caserma dell’Arma.
«Faccio saltare la caserma, già sto mettendo da parte, ogni volta, uno o due chili… appena cominciano a essere 50, 100 chili, ti faccio sapere com’è… ti faccio spostare tutta la caserma a mare», diceva a telefono a un suo complice. Ma un precedente arresto fece saltare il progetto. Barbanera, però, il tritolo l’aveva maneggiato davvero. Dietro le sbarre, infatti, ci è già finito nel 2012, quando aveva messo su il traffico di armi tra l’Italia e la Francia.
Gli investigatori trovarono in un furgone di sua proprietà 108 fucili di vario calibro, 4.000 cartucce, 200 chili di esplosivo e una pistola calibro 7,65. A chi fosse diretto quell’arsenale non è mai stato scoperto. Si è accerto invece che ai migranti fatti entrare in Italia l’organizzazione garantiva la possibilità di un contratto di lavoro fittizio, anche di tipo stagionale. E così il permesso di soggiorno era assicurato.
Ad aiutare Barbanera c’erano anche sette italiani, che gestivano con lui il trasporto di sigarette di contrabbando. Anche loro sono finiti in manette. L’altra base operativa era in Tunisia, a Chebba. Da lì i complici di Barbanera organizzavano le partenze, indicavano le rotte sicure e indirizzavano gli sbarchi sui tratti di costa più tranquilli, per garantire una veloce dispersione sul territorio italiano dei clandestini appena sbarcati. E infatti gli sbarchi venivano definiti «fantasma». La Guardia costiera italiana trovava al massimo qualche traccia del loro arrivo sulla spiaggia.
Secondo gli investigatori del Gico, «l’organizzazione criminale è risultata in grado di diversificare, sistematicamente, le rotte e le modalità attraverso le quali ha perfezionato i traffici illeciti, sfruttando la prossimità dell’isola di Lampedusa alle coste tunisine, la disponibilità di due pescherecci italiani dislocati sull’isola pelagica, particolarmente attivi sul tratto di mare che separa l’isola italiana dalla costa africana». Le operazioni erano ben organizzate: dalla Tunisia partiva un motopesca, il Serena, al cui comando c’era il braccio destro di Barbanera, tale Khair Eldin Farhat detto Karim, che arrivava al largo di Lampedusa, lì veniva raggiunto dai barchini che, carichi di migranti, poi finivano sulla costa. Le foto scattate dagli investigatori e le geolocalizzazioni dei loro spostamenti non hanno lasciato scampo alla banda.
Le intercettazioni telefoniche, poi, hanno fatto il resto. In una telefonata, intercorsa prima dell’organizzazione di un viaggio, s’intuisce anche che l’organizzazione era armata. Si sente uno dei due interlocutori dire all’altro che insieme alla benzina, ai motori e alle sigarette, avrebbero preso le «armi e tutto il resto».
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