- Fadhel Moncer, detto «Barbanera» come il noto pirata, capeggiava una banda italo tunisina che, per 3.000 euro a persona, portava a Lampedusa gli irregolari (oltre a sigarette di contrabbando). L’uomo, con altri arresti alle spalle, aveva 1,5 milioni.
- Sedicenne stuprata da pachistano organizza agguato e lo fa pugnalare. Dopo gli abusi, lei ha taciuto in famiglia ma ha pianificato la ritorsione: tutti fermati.
Lo speciale contiene due articoli.
Quando l’hanno arrestato l’ultima volta, nel gennaio 2019, l’avevano soprannominato Barbanera, per via della barba folta e lunga e dell’aspetto finto trasandato. Fadhel Moncer, alias Giovanni, considerato un pericoloso criminale tunisino, già arrestato nel 2012 per traffico di armi e droga tra Francia e Italia, con nel curriculum un attentato dinamitardo progettato contro una caserma dei carabinieri e un’accusa di associazione a delinquere, per il giro d’affari che è stato capace di mettere su, si è trasformato nel re dei clandestini. Grazie ai gommoni veloci e carenati della sua flotta, lungo la tratta Tunisi-Lampedusa era riuscito a mettere su uno dei traffici più imponenti di esseri umani e sigarette scoperti finora. Secondo gli investigatori della guardia di finanza, era così ben organizzato da aver anche cominciato a investire i proventi in attività economiche pulite – che gli permettevano di riciclare i proventi illeciti – tra Trapani, Agrigento e Palermo. Nel ristorante Bellavista di Mazara del Vallo, provincia di Trapani, sul lungomare Giuseppe Mazzini aveva creato la sua base operativa. E da lì Barbanera progettava i viaggi illeciti per migranti «vip», al costo di 3.000 euro a cranio. Se insieme agli extracomunitari la sua ciurma riusciva anche a caricare tonnellate di tabacchi di contrabbando, il viaggio diventava un doppio affare. Le Royal blu, le Royal rosse, le Time e le Silver, per mesi hanno invaso il mercato di Ballarò a Palermo, dove era considerato uno dei fornitori più accreditati.
Come tutti i pirati, anche Barbanera – hanno scoperto gli investigatori – aveva il suo tesoro. In poco tempo Moncer e i suoi uomini (alcuni dei quali, si ipotizza, fungevano da prestanome) hanno messo le mani su un cantiere nautico, un’azienda agricola, su diversi immobili (tra cui una casa bunker), automezzi e pescherecci. Alcuni beni sono stati sequestrati. Valore complessivo: oltre 1,5 milioni di euro fra un immobile, due aziende e terreni a Marsala e Mazara del Vallo, un’auto e disponibilità finanziarie. Gli accertamenti economico patrimoniali avrebbero evidenziato una significativa sproporzione tra i redditi dichiarati e gli investimenti effettuati nel tempo da Fadhel Moncer. Il ristorante, insomma, per quanto ben avviato, da solo non sarebbe riuscito a permettere a Moncer il tenore di vita che dimostrava. «Grazie ai Decreti sicurezza», ha commentato il leader del Carroccio Matteo Salvini, «ci sono strumenti in più per contrastare il traffico di esseri umani, siamo pronti a tutto per impedire al governo di cancellarli». Ma non ci sono solo gli accertamenti patrimoniali. L’indagine giudiziaria ha accertato che agli irregolari fatti entrare in Italia l’organizzazione garantiva la possibilità di un contratto di lavoro fittizio, anche di tipo stagionale. E così il permesso di soggiorno era assicurato. Ad aiutare Barbanera c’erano anche sette italiani, che gestivano con lui il trasporto di sigarette di contrabbando. Anche loro sono imputati nel processo che è in corso.
L’altra base operativa era in Tunisia, a Chebba. Da lì i complici di Barbanera organizzavano le partenze, indicavano le rotte sicure e indirizzavano gli sbarchi sui tratti di costa più tranquilli, per garantire una veloce dispersione sul territorio italiano dei clandestini appena sbarcati. E infatti gli sbarchi venivano definiti «fantasma». La guardia costiera italiana trovava al massimo qualche traccia del passaggio sulla spiaggia. Secondo gli investigatori del Gico, «l’organizzazione criminale è risultata in grado di diversificare, sistematicamente, le rotte e le modalità attraverso le quali ha perfezionato i traffici illeciti, sfruttando la prossimità dell’isola di Lampedusa alle coste tunisine, la disponibilità di due pescherecci italiani dislocati sull’isola pelagica, particolarmente attivi sul tratto di mare che separa l’isola italiana dalla costa africana». Le operazioni erano ben organizzate: dalla Tunisia partiva un motopesca, il Serena, al cui comando c’era il braccio destro di Barbanera, tale Khair Eldin Farhat detto Karim, che arrivava al largo di Lampedusa, lì veniva raggiunto dai barchini che, carichi di migranti, poi finivano sulla costa. In una telefonata, intercorsa prima dell’organizzazione di un viaggio, s’intuisce anche che l’organizzazione era armata. Si sente uno dei due interlocutori dire all’altro che insieme alla benzina, ai motori e alle sigarette, avrebbero preso le «armi e tutto il resto».
E se in Tunisia la banda aveva trovato funzionari di polizia compiacenti che, a Kelibia, in cambio una mazzetta avevano falsificato addirittura i verbali di arresto di uno degli scafisti, in Italia la relazione con le forze dell’ordine era pessima. E siccome Barbanera è uno spietato, voleva far saltare in aria una caserma dell’Arma. «Faccio saltare la caserma, già sto mettendo da parte, ogni volta, uno o due chili… appena cominciano a essere 50, 100 chili, ti faccio sapere com’è… ti faccio spostare tutta la caserma a mare», diceva al telefono a un suo complice. Ma un precedente arresto fece naufragare il progetto.
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