«Serve aiuto di Provincia». In queste poche parole c’è tutto il senso di questa storia assurda. A pronunciarle, con un filo di rabbia, è una donna del Togo. Velo di pizzo a coprire il capo, la borsa a tracolla, non parla benissimo l’italiano, ma riesce comunque a esprimere con chiarezza le sue pretese.
Parla alla Tgr di Bolzano assieme al marito, hanno 46 e 40 anni e vivono in Italia dal 2017. Lui, però, la lingua non la mastica nemmeno un po’. Originari del Togo, hanno tre figli di otto, sei e tre anni, tutti nati qui. Fino a qualche giorno fa hanno vissuto nell’ex caserma Gorio di via Macello, nel capoluogo altoatesino. La provincia, dunque, li aiuta già da un po’. E ultimamente si era data parecchio da fare per trovare loro una nuova casa, autonoma e completamente rinnovata. Un appartamento di 90 metri quadri con giardino a Falzes, mille metri sul livello del mare e 3.200 abitanti circa, nello splendore della Val Pusteria. Giusto per capirsi: se una famiglia di cinque persone volesse affittare oggi per una settimana un appartamento in quella località, spenderebbe tra i 1.300 e i 1.600 euro. Ai due stranieri del Togo l’abitazione è stata offerta gratuitamente per 24 mesi, nell’ambito di un progetto di accoglienza diffusa che dovrebbe coinvolgere 94 famiglie di migranti con permesso di soggiorno.
La casa offerta gratis e il rifiuto della famiglia
Ma loro hanno rifiutato: la casa, dicono, è troppo piccola. Il fatto è che la coppia ha altri tre figli in Togo, e vuole portarli qui con il ricongiungimento famigliare: la dimora perfetta per cinque persone si rivela stretta se gli abitanti diventano otto. Il risultato è che ora genitori e figli vivono per strada. I bambini non vanno a scuola da un mese: se la famiglia nel bosco avesse fatto una cosa del genere, chissà come l’avrebbero trattata. Qualcuno sui giornali, nel tentativo di giustificare i due stranieri, parla di un «difetto di comunicazione». Ma le regole sono chiare: il progetto di accoglienza non prevede il ricongiungimento famigliare. Le famiglie beneficiarie sono tenute ad accettare l’abitazione offerta e a contribuire alle spese, se possono. Le istituzioni mettono a disposizione altri servizi: tutor, personale che aiuti nella ricerca di un lavoro e nell’inserimento sociale. Chi non rispetta le regole perde il diritto a essere accolto. I due togolesi, però, sono irremovibili. Vogliono il ricongiungimento famigliare ora, subito. E vogliono anche la casa gratis: «Serve aiuto di Provincia». E non importa che la Provincia e il Comune di Falzes l’aiuto lo abbiano offerto, e anche notevole. «È stato l’unico caso, molte altre famiglie sono già nelle nuove case (pare 28, ndr) e nei paesi che le stanno accogliendo a braccia aperte. Ma è una brutta macchia su un progetto bellissimo. Anche perché si tratta veramente di dare una nuova vita a persone che fino a ieri dormivano nei centri di accoglienza. I nuclei famigliari che vengono coinvolti sono fortunati, perché è un’opportunità incredibile. Ci sono delle regole che devono essere rispettate», dice Patrizia Brillo, assessore al Sociale di Bolzano.
Le regole del progetto e la posizione del Comune
«Mandare i figli a scuola, accettare i lavori che vengono proposti dal Comune che si mette a disposizione, non rinunciare alla casa che viene proposta. Le famiglie conoscono queste regole. Sanno anche che il ricongiungimento è possibile, ovviamente, ma in un secondo momento. Il problema è che ora ci sono tre bambini per strada», continua l’assessore, «perché purtroppo, se si rinuncia alla casa si viene esclusi da tutto il sistema di accoglienza. Tutto, senza esclusione. E io non capisco. Cioè la volontà di portare anche i figli adulti in Italia la capisco, ci mancherebbe. Ma sapevano che non potevano. E perdere questa opportunità è un disastro per loro e un dispiacere enorme per tutti noi che in questo tipo di accoglienza crediamo fortemente». L’assessore al Sociale del comune di Falzes, Gabriela Bachmann, parla con i giornalisti e sembra a un passo dalle lacrime. «Il progetto ci piaceva molto e l’idea di accogliere e integrare una famiglia è stata accolta con il plauso di tutti. Ci siamo messi al lavoro e abbiamo trovato questa bellissima casa che avrebbe potuto ospitare due genitori provenienti dal Togo, con i tre figli piccoli. Era bella l’idea di dare una nuova vita a una famiglia che ha affrontato così tante difficoltà. Era una casa grande, con il giardino, le scuole vicine, la fermata dell’autobus, era perfetto per una famiglia. Ci sono rimasta molto male». Il sindaco di Falzes, Roland Tinkhauser, invece, è decisamente arrabbiato. «Già qui è difficilissimo trovare degli alloggi», dice al Corriere della Sera. «Poi si verificano situazioni che ci lasciano interdetti. Eravamo riusciti a trovare un posto, solo che la famiglia ha rinunciato perché c’erano solo cinque posti letto e non otto. Siamo rimasti molto stupiti e abbiamo deciso di rinunciare all’affitto stabilito con il privato per questa finalità. Un’altra famiglia? No, no, la situazione è nata male ed è finita peggio. Peccato». Il Comune ora dovrà pagare 61 euro di pratiche per risolvere la situazione con i proprietari di casa. Ma non è certo questo il problema. Il punto semmai è il ricatto a cui adesso sono sottoposte le istituzioni locali: non si possono lasciare in mezzo alla strada tre bambini piccoli, per altro con l’inverno in arrivo. E in qualche modo toccherà al pubblico provvedere.
Salvini interviene: «Un’altra possibilità è tornare nel vostro Paese»
«Non vi va bene la casa da 90 metri quadrati con giardino che vi è stata offerta in Italia? Un’altra possibilità è tornare nel vostro Paese e chiedere lì», ha commentato Matteo Salvini, facendo sapere che si rivolgerà alle autorità locali per approfondire il caso. Non ha tutti i torti, anche se ovviamente c’è già chi – per contraddirlo – prende le difese dei togolesi. Sarà anche vero che non tutti i migranti si comportano così, e che questa storia allucinante è un caso tutto sommato estremo. Ma la vicenda è comunque indicativa di un atteggiamento diffuso. Cioè della pretesa di ricevere aiuto, sostegno, soldi e accoglienza come se fossero tutti atti dovuti. Una pretesa avanzata da chi non si è nemmeno preso la briga, in quasi dieci anni, di imparare la lingua, ma che si sente in diritto di ottenere una casa, un lavoro, un sussidio, e il ricongiungimento famigliare: «Serve aiuto di Provincia». Resta una sola domanda da farsi: pensate che chi mostra un atteggiamento del genere potrà mai integrarsi?
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