- Il ministro dell’Interno, messo sotto accusa dalle opposizioni per non aver espulso Brahim Aoussaoui, replica dando una spiegazione surreale: «È il leader del Carroccio ad aver generato insicurezza».
- Il massacro francese riapre il tema degli attentatori transitati qui: anche il killer di Berlino era sbarcato da noi prima di passare all’azione. E non è rimasto il solo
Lo speciale contiene due articoli
Dopo un giorno di surreale silenzio, il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha tentato di schivare le accuse di «responsabilità morale» sull’attentato nella cattedrale di Nizza. Il tunisino Brahim Aoussaoui, estremista islamico, ha ucciso tre persone al grido «Allah Akbar». Ma prima era sbarcato a Lampedusa, per scomparire nel nulla come migliaia di clandestini. La Procura di Bari ha aperto un’indagine per associazione terroristica relativa al provvedimento di respingimento adottato nei confronti del killer, mentre quella di Palermo sta indagando sui suoi contatti nel capoluogo siciliano. Intanto, il predecessore al Viminale, Matteo Salvini, chiede le dimissioni di Lamorgese. E l’ex prefetto di Milano, avendo a lungo rimuginato, offre finalmente la sua fulminante controreplica: colpa «delle opposizioni». E del truce leghista, ovviamente. «Questo è un attacco all’Europa, non c’è nessuna responsabilità da parte nostra» assicura. «Ho sentito parlare dei decreti sicurezza che noi avremmo modificato. Ma voglio anche dire che i decreti sicurezza hanno creato insicurezza, perché 20.000 persone sono dovute uscire da un giorno all’altro dall’accoglienza».
La ministra dell’Interno, con il più ardito sillogismo, rovescia l’accusa del leader leghista. Contrattacca: «È il momento di fermare le polemiche. Il tunisino che ha assassinato tre persone a Nizza non era stato segnalato né dalle autorità tunisine, né dall’intelligence». Ricorda: «In passato devo dire che casi analoghi, purtroppo, si sono verificati. Allora mi chiedo come mai le forze di opposizione, che oggi si sono scusate con la Francia, non hanno ritenuto di fare lo stesso in altri casi gravi che si sono verificati? E parlo degli attentati a London Bridge, il 3 giugno del 2017, e alla Rambla, il 17 agosto 2017».
La logica sembra zoppicare. Proviamo comunque a interpretare: il ministro vorrà mica dire che, purtroppo, il terrorismo è ciclico? Ma cosa c’entra l’opposizione in questo labile argomentare? Mentre la follia islamica feriva a morte Londra e Barcellona, in Italia c’era il governo guidato da Paolo Gentiloni. Lamorgese veniva nominata prefetto di Milano dall’allora titolare del Viminale, Marco Minniti. Salvini era un combattivo europarlamentare che tentava di rilanciare il partito. Giorgia Meloni lottava per far crescere Fratelli d’Italia.
Eppure sono loro, «le opposizioni», quelle che dovrebbero cospargersi il capo di cenere. Per quello che dicono oggi e hanno pensato prima. Il leghista replica: «Sono senza parole. Con i porti aperti sbarca a Lampedusa un terrorista islamico, identificato a Bari ma lasciato libero di fuggire a Nizza a sgozzare e decapitare. E secondo il ministro dell’Interno è colpa mia». Meloni aggiunge: «Il ministro Lamorgese ha detto che il terrorista è entrato da Lampedusa perché Lampedusa è la porta d’Europa. Il problema è che quella porta andrebbe chiusa e sorvegliata. Non spalancata come fa la sinistra al governo».
La ministra dell’Interno riepiloga dunque l’approdo in Italia dell’attentatore tunisino: «È arrivato a Lampedusa con uno sbarco autonomo il 20 settembre e il 9 ottobre ha ricevuto un decreto di respingimento». Insomma, cos’altro avrebbero potuto fare? Mica penserete che controllino tutti quelli che giungono sulle nostre coste? E mentre il tagliagole si muoveva indisturbato tra Italia e Francia, la giustizia approntava processi contro il perfido ministro che aveva fatto della lotta ai clandestini la sua missione politica.
Ricostruiamo. Brahim Aoussaoui, come spiegato appunto da Lamorgese, giunge nell’isoletta siciliana il 20 settembre scorso. È uno tra i tantissimi a bordo dei 26 barconi attraccati. Sono momenti decisivi anche per il caso Gregoretti. Gli avvocati dell’ex ministro dell’Interno consegnano al tribunale di Catania una lunga e articolata memoria difensiva. Mossa che prelude all’udienza preliminare del processo al leader leghista per il mancato sbarco di 131 migranti: bloccati quattro giorni in mare fino al 31 luglio 2019, quando viene data l’autorizzazione ad attraccare nel porto di Augusta. Salvini è indagato per sequestro di persona pluriaggravato: un reato che prevede fino a quindici anni di carcere.
Intanto, il tunisino segue le procedure previste. Tampone e quarantena obbligatoria. Poi il 9 ottobre scorso con la nave Rapsody, insieme a 18 immigrati positivi al Covid e altri 805 passeggeri, viene trasferito a Bari in un centro d’accoglienza. E resta in attesa dell’identificazione. Qualche giorno prima, la procura di Catania chiede l’archiviazione per il capo leghista. Il gup decide così di rinviare l’udienza. L’avvocato di Salvini, Giulia Bongiorno, comunica di voler sentire proprio Lamorgese: «Perché confermi che la procedura utilizzata da Salvini è la stessa di quella seguita oggi».
Insomma, il processo continua. E mentre il leader del Carroccio è alla sbarra, Aoussaoui diventa uccel di bosco. Ricevuto il foglio di via dalle autorità italiane, viene lasciato libero. A quel punto, è ufficialmente un clandestino. Parte per la Francia. Arriva a Nizza. E il 28 ottobre trucida tre incolpevoli in una cattedrale. Le ultime novità giudiziarie su Salvini erano solo di qualche ora prima: fissata l’udienza preliminare anche nel processo per il sequestro della nave Open Arms.
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