- Il ministro affronta un inconveniente renale, ma non risolve il flop della sanatoria denunciato dalla «Verità». Anzi, rivendica come un successo le sole 9.500 domande: «Piuttosto che ai numeri, guardo al guadagno di umanità». Intanto gli stranieri restano sfruttati
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Lo speciale contiene due articoli
Non è un momento felice per Teresa Bellanova. Prima un problema di salute: «Sono costretta a fermarmi per qualche giorno», ha scritto su Facebook. «Niente di grave, si tratta di un fastidiosissimo calcolo alla colecisti: quanti di voi purtroppo hanno provato l’orrendo fastidio di questo minuscolo granello…». Adesso, purtroppo per lei, è un altro tipo di calcolo a darle problemi. Per la precisione il conto dei migranti che hanno fatto richiesta di regolarizzazione. La sanatoria che ha commosso il ministro dell’Agricoltura è partita dieci giorni fa, ma a presentare domanda sono stati appena 9.500 stranieri. Vero, fino al 15 luglio c’è ancora tempo. Però il governo si aspettava circa 220.000 irregolari desiderosi di uscire allo scoperto, e per adesso il fiasco è innegabile.
Siamo stati i primi a scriverlo, la settimana scorsa. Abbiamo contattato il Viminale per chiedere lumi, e sulle prime ci è stato risposto che i dati ufficiali sarebbero stati diffusi dopo una quindicina di giorni. Nel frattempo, però, abbiamo pubblicato i numeri forniti dalle associazioni agricole. Cia e Coldiretti, nei primi giorni, hanno ricevuto in tutto circa un centinaio di richieste: praticamente nulla. E dire che l’intero provvedimento era stato presentato come un atto fondamentale per salvare le aziende agricole prive di manodopera. A quanto pare, invece, il condono per i clandestini agli agricoltori non serviva.
Dopo che La Verità ha svelato l’inghippo, il Viminale si è affrettato a diffondere un dato, cioè quello delle 9.500 domande presentate dagli stranieri (a cui si aggiungono circa 60.000 richieste di informazioni online). In sostanza, il ministero ha dovuto certificare il flop.
Un fallimento che non è passato inosservato nemmeno a sinistra, tanto che ieri Repubblica ha sparato un siluro contro il governo titolando in prima pagina: «La beffa della sanatoria». Il giornale di Maurizio Molinari ha elencato tutte le magagne del provvedimento, che per altro erano ampiamente prevedibili (e infatti sono state previste anche da noi). Come si diceva, è evidente che agli agricoltori la sanatoria risulta inutile. Le frontiere ora sono aperte, migliaia di lavoratori comunitari possono raggiungere le aziende per cui hanno già lavorato negli anni passati. Ma pare proprio che il provvedimento non serva nemmeno agli stranieri.
Alcuni di loro continuano a essere impiegati in nero, come dimostrano le operazioni di polizia di cui scriviamo anche qui sotto. I loro datori di lavoro, spesso criminali, non hanno nessuna intenzione di metterli in regola. L’effetto collaterale più nefasto è che tutto ciò alimenta il racket. È stata di nuovo Repubblica a scrivere che il prezzo dei permessi di lavoro falsi è aumentato da 3.000 a 5.000 euro. Altri stranieri, invece, lavorano per padroni che non si sognano nemmeno di pagare 500 euro per sanarli. Dunque sono costretti a sborsare il denaro di tasca loro, togliendolo da uno stipendio già esiguo, con grande soddisfazione degli sfruttatori.
La sensazione è che l’intera sanatoria, oltre che decisamente discutibile sotto vari aspetti, sia un po’ fuori dal tempo. Ricorda quelle realizzate anni fa dal centrodestra, che però si riferivano a un contesto completamente diverso. Il nuovo provvedimento, ad esempio, crea problemi pure a colf e badanti. Oggi è più difficile che una collaboratrice domestica sia impiegata a tempo pieno da una sola famiglia benestante. Alcune di loro si dividono tra più famiglie a medio reddito, che non sono in grado di pagare uno stipendio pieno. Il rischio, dunque, è che alcune perdano il posto, mentre altre non sanno a chi chiedere di essere regolarizzate. Di situazioni di sfruttamento orrende come quelle dei rider, poi, la sanatoria non si occupa affatto.
Insomma, con la scusa di aiutare l’agricoltura è stato fatto un gran pasticcio. Che la Bellanova, tuttavia, si ostina a difendere con dichiarazioni al limite del grottesco. «Quale che sia il risultato», ha detto a Repubblica, «non sarà mai un flop. Fosse anche una sola la persona che viene strappata all’invisibilità e a condizioni di lavoro oscene, lo considero comunque un successo». Il ministro, con grande sprezzo del ridicolo, aggiunge: «Piuttosto che a una sterile contabilità dei numeri, guardo al guadagno di umanità». Beh, forse dovrebbe guardare anche ai guadagni di chi gestisce il racket dei permessi. Perché finora l’unico risultato della sanatoria è stato che i clandestini devono pagare un sacco di soldi ai negrieri per essere messi in regola.
Ma evidentemente agli esponenti del governo questo dato di realtà continua a sfuggire, visto che ieri pure il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Nunzia Catalfo, si è esposto per difendere il condono dei clandestini, spiegando che si tratta di uno «strumento di tutela della collettività». Altra balla clamorosa: la regolarizzazione non offre alcuna sicurezza dal punto di vista sanitario. E comunque, se i numeri sono questi, stiamo freschi.
Non sfugge, ovviamente, il giochino politico che sta dietro tutto questo caos. La Bellanova addossa la responsabilità del flop ai 5 stelle e alle «restrizioni» da loro imposte sulla platea dei regolarizzabili. La sinistra immigrazionista insiste affinché il provvedimento sia allargato ad altre categorie di lavoratori. E non è escluso che a stretto giro si provveda a semplificare ulteriormente le regole per l’ottenimento del permesso di soggiorno, che per altro viene concesso in assenza di controlli, previsti soltanto in una fase successiva.
Ancora una volta, dunque, l’immigrazione diventa uno strumento di lotta politica. Un’arma da usare in una battaglia condotta sulla pelle degli italiani e persino dei migranti.
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