Importiamo ancora  malati. La sinistra spalanca le porte
  • Per giustificare il condono, dicevano che bisognava salvare gli «invisibili» dai rischi sanitari. Ora che i focolai, dalla Sicilia al Veneto, dal Piemonte alla Sardegna, sono d’importazione, fingono che i migranti siano sani. Invece, tra loro, la percentuale di positivi è alta
  • Accordo in maggioranza per cancellare i decreti sicurezza (ma solo dopo le regionali). Tornano gli Sprar e si complicano i rimpatri. Così il M5s rinnega le promesse elettorali
  • Tripoli è perduta, perciò Luigi Di Maio e Viminale «virano» sul Maghreb: un’altra emergenza per alimentare i flussi
  • La Corte motiva la sentenza del 9 luglio: la norma che proibisce la registrazione è irrazionale e getta uno «stigma» sugli stranieri

Lo speciale contiene quattro articoli

Vediamo se abbiamo capito bene. Non dobbiamo abbassare la guardia per non sprecare i sacrifici fatti nei mesi passati. Dobbiamo, come suggeriscono gli esperti del governo, frenare su feste, sagre, eventi pubblici e perfino «feste di matrimonio». Le discoteche e i «night club», lo dice perfino l’Oms, sono luoghi di perdizione e di contagio. Ma gli immigrati no, figurarsi, di quelli mica dobbiamo aver paura. Sono sani come pesci, sono i più controllati di tutti, stanno benissimo e al massimo siamo noi a metterli in pericolo. Ecco, questo è il messaggio che ci viene recapitato negli ultimi giorni. Ed è davvero suggestivo notare come la vulgata cambi alla prima folata di vento, per adattarsi alle evoluzioni della retorica immigrazionista.

Fino a un paio di mesi fa, infatti, ci ripetevano continuamente quanto fosse necessaria la sanatoria dei migranti. Il ministro Teresa Bellanova, illustri esponenti del Pd come Marco Minniti e Roberta Pinotti: tutti in fila a ribadire che il condono dei clandestini era una questione di «salute pubblica», perché ci avrebbe permesso di rendere «visibili gli invisibili», i quali notoriamente sono più esposti al rischio contagio. Verso la fine di marzo ci fu addirittura una lettera aperta firmata da decine e decine di associazioni pro migranti, tra cui Asgi e Mediterranea, in cui gli attivisti ribadivano quanto gli stranieri fossero a rischio di contrarre il coronavirus. Senza fissa dimora e senza protezioni, oppure ammassati nei centri di accoglienza, gli aspiranti profughi avevano bisogno di immediate tutele, o almeno questo gridavano i «buoni».

Adesso è tutto cambiato: d’improvviso i clandestini sono diventati la quintessenza della salute. E chi – amministratore locale, parlamentare o semplice cittadino – non li vuole nella sua città è da considerarsi un razzista. Emblematico, a questo proposito, ciò che accade in Piemonte. Il governatore Alberto Cirio, un paio di giorni fa, ha detto di essere contrario a nuovi trasferimenti di aspiranti profughi dalla Sicilia. Le sue affermazioni non sono affatto piaciute a Paolo Vineis, docente all’Imperial College di Londra, e Guido Giustetto, presidente dell’Ordine dei medici di Torino. Entrambi, durante l’emergenza, hanno fornito preziosa consulenza alla Regione. Adesso però sono indignati. «Come medici, senza voler entrare nel merito di scelte politiche, ci piacerebbe vivere in una Regione che conosce, e ha tra i suoi valori più forti, la solidarietà nei confronti delle persone fragili», dicono.

Già è curioso che i due esprimano un parere sull’accoglienza «come medici». Ma ancora più sorprendente è ciò che aggiungono poco dopo: «Invocare il rischio di contagio da Covid per ridurre l’assegnazione di migranti al Piemonte è fuorviante e scorretto. […] Il tasso di positività al Covid tra i migranti è intorno all’1,5%», insistono. «Ogni migrante che giunge in Italia è sottoposto a tampone e posto in isolamento se positivo e in quarantena se negativo. Prima di essere trasferiti e distribuiti tra le Regioni, sono sottoposti a test sierologico. All’arrivo a Torino sono nuovamente sottoposti a tampone e posti in isolamento fino a quando giunge il risultato».

Molto edificante. Peccato che sia un cumulo di falsità. I migranti, come ha confermato l’assessore regionale alla Sanità della Sicilia, spesso vengono trasferiti in altre Regioni prima di fare il tampone. Lo conferma proprio quanto avvenuto a Torino nelle ultime ore. Da Agrigento sono stati mandati in Piemonte 156 stranieri sbarcati di fresco. Prima di partire sono stati sottoposti a test sierologico. Una volta giunti al Nord hanno fatto il tampone e tra loro sono stati trovati 19 positivi. Dunque la percentuale di contagiati non è esattamente dell’1,5%, ma parecchio più alta. Va anche peggio in Veneto, dove alla Caserma Serena di Treviso le cifre sono esplose: ben 130 contagiati. Il governatore Luca Zaia ha giustamente lanciato l’allarme: «Il tema dei focolai non autoctoni è ormai reale: il 55% dei focolai in Veneto non sono domestici e dobbiamo fare in modo di non buttare via tutto il lavoro che è stato fatto».

Le cifre, d’altra parte, parlano chiaro. In Sicilia su 16 nuovi contagiati, 11 sono aspiranti profughi africani. In Sardegna ieri si sono registrati 10 ulteriori casi di Covid: tutti migranti in arrivo dall’Algeria. In Basilicata ai 31 infetti stranieri già ospitati a Potenza e Irsina (Matera) si sono aggiunti altri 3 contagiati, di nuovo stranieri. In Calabria, dei 4 nuovi contagi registrati ieri uno è legato a uno sbarco. In Friuli Venezia Giulia i nuovi contagi sono 3, tutti «d’importazione». Persino il report pubblicato dal ministero della Sanità e dall’Iss specifica che «rimangono distribuiti su quasi tutta la Penisola i focolai e i contagi di importazione».

Di fronte a questi numeri, come si fa a dire che gli stranieri non c’entrano e sono più sani di noi? Addirittura Repubblica, ieri, raccontava il grande esodo dalla Tunisia, motivato da… l’epidemia che ha piegato la capitale dello Stato africano.

Dobbiamo forse mettere a rischio la salute di tutti per compiacere i tifosi delle frontiere aperte? Vogliamo ritornare in emergenza per colpa di chi viene da fuori? Non è razzismo, è buon senso: anche a sinistra, se volessero, sarebbero in grado di capirlo.

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