- Buchi nei dati: non si sa se i positivi sono turisti o migranti arrivati sui barconi. Ma in Sicilia e Sardegna i profughi sono oltre il 50% dei malati. Pure Luciana Lamorgese ha ammesso l’emergenza legata al coronavirus
- Il Sap duro col Viminale: «Non dica che va tutto bene. Mancano strumenti come i taser e siamo a contatto con stranieri in quarantena. Nessuna disposizione contro le fughe»
Lo speciale contiene due articoli
Migranti e coronavirus? Un falso problema, almeno secondo Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e membro del comitato tecnico scientifico. «Il contributo dei migranti, intesi come disperati che fuggono», ha dichiarato domenica Locatelli intervistato dal Corriere della Sera, «è minimale, non oltre il 3-5% sono positivi e una parte si infettano nei centri di accoglienza dove è più difficile mantenere le misure sanitarie adeguate».
E gli altri? «A seconda delle Regioni, il 25-40% dei casi sono stati importati da concittadini tornati da viaggi o da stranieri residenti in Italia». Capitolo chiuso, almeno a giudicare dalle parole pronunciate da Locatelli. Un tentativo, quello del presidente del Css, di gettare acqua sul fuoco di una polemica che divampa ormai da settimane. Da quando, cioè, la curva dei contagi provenienti da fuori confine ha iniziato a lievitare vertiginosamente. Basti pensare che dall’aggiornamento pubblicato dall’Istituto superiore di sanità del 28 luglio a quello dell’11 agosto, l’estero è balzato al primo posto come luogo di esposizione al virus, passando da 276 a 615 casi. Parlando in termini percentuali, sul totale dei contagi l’incremento è stato dal 26,5% al 30,9%.
La questione, in realtà, è molto più complessa. Come chiarisce un approfondito fact checking pubblicato su Pagella Politica, infatti, il report dell’Iss fornisce informazioni sul luogo nel quale si presume sia avvenuta l’infezione. Nessun dato utile, invece, per quanto riguarda la nazionalità dei contagi, che potrebbe riguardare – per esempio – concittadini che rientrano dall’estero, o viceversa stranieri che arrivano in Italia già positivi. Viste in questa prospettiva, le cifre dei casi da oltreconfine assumono un’altra prospettiva, specialmente a seguito del termine del lockdown e la relativa riapertura delle frontiere. Tuttavia, puntare il dito contro i turisti (italiani e non), magari aficionados della movida, non basta a spiegare interamente il fenomeno relativo ai casi importati. E di certo non esaurisce il feroce dibattito in seno alla politica e all’opinione pubblica.
Primo. Come dimostra la lunga digressione di Pagella Politica, in realtà, da un lato è vero che i dati a disposizione non permettono di scindere tra migranti e turisti. Per contro, la scelta di mettere tutto nello stesso calderone di fatto impedisce di estrapolare il singolo dato, impedendo una corretta analisi dei flussi relativi a questa o all’altra categoria. Tradotto in termini più semplici, l’ambiguità con la quale le cifre vengono presentate non aiuta di certo. Come si suol dire, almeno in questo caso la forma è sostanza.
Secondo. Dato per scontato che siamo alle prese con numeri necessariamente approssimativi, è bene paragonare pere con pere e mele con mele. Stando a quanto dichiarato a fine luglio dal sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa, «dall’inizio della pandemia, sono stati registrati complessivamente 603 migranti positivi al Covid-19», pari allo 0,2% dei casi totali a quella data. A quanto si apprende dalla Indagine nazionale Covid-19 nelle strutture del sistema di accoglienza per migranti elaborata dall’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà, che prende in considerazione 5.038 strutture di accoglienza sulle 6.387 censite dal ministero dell’Interno (copertura pari al 73,7%), sarebbero 572 i casi sospetti di Covid, di cui 239 confermati. Pari cioè allo 0,4% sul totale degli ospiti. Tanto per dare un’idea delle proporzioni, come dichiarato dal governatore Luca Zaia, negli ultimi due giorni in Veneto sono stati effettuati ben 13.866 tamponi ai turisti tornati in regione. Risultato: 37 positivi, pari allo 0,27%, vale a dire il 48% in meno rispetto a quanto riscontrato nelle strutture che ospitano i migranti.
macchia di leopardo
Terzo. Quello dei contagi tra migranti è un problema che colpisce a macchia di leopardo. Ci sono alcune regioni costrette ogni giorno a fare i conti con sbarchi di rifugiati che poi si rivelano positivi. Pensiamo alla Sicilia, dove i bollettini che separano tra casi locali e «importati» ormai sono una consuetudine. Solo venerdì scorso, per esempio, dei 36 casi totali ben 21 riguardavano immigrati sbarcati sulle coste dell’isola. Oppure la Sardegna, dove il 13 agosto 13 dei 17 casi riguardavano migranti. Un capitolo a parte lo merita la caserma Serena di Treviso, con 260 contagiati su 320 ospiti.
Quarto. Liquidare frettolosamente il problema, come fatto da Locatelli, non serve a risolverlo. Anche perché ormai sia il governo che l’opposizione sembrano d’accordo su un punto: la questione è critica. Il governatore siciliano Nello Musumeci ha definito il fronte migranti «un’emergenza nell’emergenza». Più che dagli sbarchi, il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese sembra preoccupata dall’emergenza sanitaria: «Devono fare tutti la quarantena di 14 giorni». E giusto ieri la Lamorgese ha ammesso che c’è «pressione su Sicilia e Lampedusa» e la «difficoltà è aggravata dal Covid». Alla faccia del problema che non esiste.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >