- Non si capisce nulla dei terroristi se non si affrontano in modo chiaro le contraddizioni del loro libro sacro Hamed Abdel-Samad, ex militante fondamentalista, lo ha fatto. E per risposta lo hanno condannato a morte.
- Ora i buonisti lo devono riconoscere: avevamo ragione noi. Gli allarmi sull’emergenza fanatismo sono stati ignorati in nome del politicamente corretto.
Lo speciale contiene due articoli
Possiamo girarci intorno finché vogliamo, ma se ancora oggi ci troviamo ad avere a che fare con persone vogliono evirare gli infedeli, decapitarli e bere il loro sangue la ragione è una e una soltanto. Un libro chiamato Corano. Se n’è scritto tanto, tantissimo, fino allo sfinimento. Eppure si torna sempre lì, all’origine di ogni radicalismo. Possono dirci che a fomentare gli estremisti sono i soldi, la politica, le tensioni nel mondo arabo, il conflitto palestinese… Ma, alla radice, c’è sempre e solo il Corano e la religione che ad esso s’ispira.
Il 12 aprile uscirà nelle librerie italiane un volume fondamentale, scritto da uno studioso che ha avuto il coraggio di prendere di petto la questione, esaminando a fondo il testo sacro dei musulmani, sbriciolando i pregiudizi in un senso e nell’altro. Il libro in questione si intitola Il Corano. Messaggio d’amore messaggio di odio (Garzanti) e lo firma Hamed Abdel-Samad.
È nato a Giza, in Egitto, nel 1972. Suo padre era un predicatore musulmano sunnita, lui stesso è stato un militante islamista nelle file dei Fratelli musulmani. Successivamente, però, li ha ripudiati ed è divenuto un avversario instancabile dei fanatici di Allah. Abdel-Samad lavora come storico presso l’Istituto di storia e cultura ebraica di Monaco, ed è autore di saggi di grande successo in Germania. In Italia, qualche mese fa, è uscito un altro suo saggio rovente, intitolato Fascismo islamico.
Il 4 giugno del 2013 – con l’ondata delle primavere arabe ormai conclusa e Mohamed Morsi arrivato al potere – questo studioso è tornato nella sua patria natale, l’Egitto, per tenere una conferenza. Qualche giorno dopo aver pronunciato il suo discorso al Cairo, Hamed è stato condannato a morte. «Il video del mio discorso venne pubblicato online e le idee più provocatorie scatenarono un acceso dibattito», racconta Abdel-Samad. «Da lì a poco un gruppo di studiosi islamici andò in tv a confutare le mie argomentazioni. Dopo aver citato infiniti passaggi del Corano e della vita del Profeta, che in apparenza dimostravano che l’islam era pluralista e accoglieva idee divergenti, discussero il modo migliore con cui avrei dovuto essere punito per averlo diffamato e, rapidamente e all’unanimità, si accordarono sulla mia esecuzione. Il disaccordo era su come organizzarla e chi avrebbe dovuto farsene carico».
Lo hanno condannato a morte, dunque. Ma Abdel-Samad non ha fatto nemmeno un passo indietro, anzi ha sfornato un testo ancora più deflagrante, proprio perché si occupa senza timori né ipocrisie del sacro Corano.
Abdel-Samad non lo esamina con pregiudizio. Anzi, la sua analisi è molto equilibrata. «Il Corano», scrive, «contiene al proprio interno tanti messaggi d’amore quanto incitamenti all’odio». Ciò lo rende un testo ricco di contraddizioni, dovute principalmente al modo in cui è stato composto. «La storia del Corano è divisa in due periodi: uno legato alla Mecca e l’altro a Medina. Il primo ha prodotto versetti di pace e il secondo versetti di violenza». Il problema, ovviamente, è rappresentato dalle parti violente.
Spesso noi occidentali ragioniamo secondo una prospettiva sbagliata. Pensiamo che gli estremisti islamici prendano il Corano letteralmente, mentre i cosiddetti «moderati» tentino di interpretarlo. In realtà, non è possibile prescindere da una lettura letterale. Anche i riformatori dell’islam devono giustificare ogni loro affermazione citando un versetto piuttosto che un altro. Non si può «interpretare» il Corano come, per esempio, il Vangelo. E il motivo è semplice: «A differenza dei testi sacri ebraici e cristiani, accettati come rivelazioni ma redatti da uomini e quindi influenzati anche dal loro linguaggio e dalla loro interpretazione», spiega Abdel-Samad, «per tutti i credenti musulmani il Corano è un “libro eterno”, custodito da Dio fin dalla creazione proprio in quella lingua e proprio con quel contenuto. Nel Corano si menziona la promessa divina di preservare il testo da qualunque modifica». Come possono gli uomini, allora, permettersi di stabilire che cosa volesse o non volesse dire Dio? Si può soltanto accettare che «il Corano sia stato rivelato a Maometto direttamente da Dio attraverso l’arcangelo Gabriele». Tutti i versetti valgono, tutti sono sacri, anche quelli che incitano alla violenza spietata. E ce ne sono parecchi. Abdel-Samad parla del testo sacro come di «un grande supermercato» dove è possibile trovare di tutto. Ma è chiaro che alcune merci sono molto più pericolose di altre.
Spesso i propagandisti islamici, per dimostrare come la loro sia una «religione di pace», citano questo passaggio: «Se qualcuno uccide un uomo, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera». In realtà, il testo completo è: «Per questo abbiamo prescritto ai figli di Israele che chiunque uccida un uomo, che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera». Questo versetto giunge al termine di un lungo brano in cui si racconta di Caino e Abele. Il divieto di uccidere un uomo non è un comandamento islamico, ma è una citazione del Talmud ebraico. Inoltre, come vedete, si specifica che il divieto non vale per tutti gli uomini, ma solo per quelli che non abbiano a loro volta ucciso o sparso corruzione. La platea si restringe parecchio…
Secondo Abdel-Samad, «l’atteggiamento islamico nei confronti dell’omicidio è rintracciabile nel versetto seguente della stessa sura: “La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno un castigo immenso”». Questo versetto è stato utilizzato, per esempio, dal grande imam di Al Azhar, Al Tayyeb, per invitare i «veri musulmani» a sterminare i combattenti dell’Isis. L’Isis, a sua volta, lo utilizza per giustificare le stragi di infedeli.
Ovviamente, l’elenco potrebbe continuare a lungo. Certo, si sono brani in cui si spiega che la violenza va utilizzata soltanto per autodifesa, ma poi ne arrivano altri – nota Abdel-Samad – in cui si afferma che «non si può essere buoni musulmani se non si combatte per la causa di Dio» e che «solo chi rinuncia alla vita terrena in favore dell’aldilà, sacrificando il proprio sangue per Allah, è un vero credente».
Poi ci sono i versetti sugli ebrei, quelli sugli omosessuali e quelli che sanciscono la sottomissione della donna all’uomo. Ma tutto questo lo conosciamo già. Conosciamo meno, però, la sura 9, che Abdel-Samad definisce «il manifesto finale». Questa parte del Corano è alla base dell’isolazionismo islamico, spiega perché i musulmani tendano a considerarsi come cittadini di un mondo a parte, diversi se non superiori ai miscredenti. Nella sura 9 si dice che i miscredenti, i politeisti «sono impurità». I fondamentalisti (e non soltanto i militanti dello Stato islamico, purtroppo), traggono da qui la convinzione che il non musulmano sia «automaticamente impuro e, nella migliore delle ipotesi, debba essere evitato». Nella peggiore, invece, il destino dell’infedele è quello di essere evirato, come pensavano alcuni dei compari di Anis Amri arrestati nei giorni scorsi. In ogni caso, il concetto di purezza è determinante. «Un giovane musulmano che vive in un Paese non musulmano», dice Abdel-Samad, «si trova fondamentalmente in una “zona contaminata” che gli impedisce di esprimere in modo autentico la propria fede». Ecco da dove nasce la radicalizzazione.
Possiamo fare finta di niente, ma nel Corano – accanto ai «messaggi d’amore» che sono senz’altro presenti – ci sono anche tanti, tantissimi messaggi di odio. Secondo Abdel-Samad, spetta ai musulmani scegliere quali abbracciare. Spetta a loro smettere di considerare il Corano «intoccabile» e cominciare a «umanizzarlo». Purtroppo, fino ad ora molti di loro si sono ben guardati dal farlo.
Francesco Borgonovo
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