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La ricetta italiana per affrontare la crisi migratoria continua a orientare l’Europa. Nella lettera che all’indomani dei fatti di Ceuta Giorgia Meloni ha inviato a Bruxelles sono stati coinvolti altri 21 Paesi europei. L’obiettivo è andare avanti con il percorso iniziato con l’approvazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo entrato in piena operatività il 12 giugno 2026.

L’iniziativa guidata da Meloni e dal primo ministro danese Mette Frederiksen è nient’altro che lo sviluppo di un sodalizio avviato tra i due Stati con la richiesta avviata a margine dell’ultimo Consiglio europeo con la quale, insieme ad altri 15 Paesi europei, si chiedeva al presidente della Commissione Ursula von der Leyen di avviare rapidamente progetti pilota concreti e replicabili.

Oggi i Paesi aderenti sono diventati 22 ed è per questo che domani, in occasione della convocazione straordinaria del Consiglio europeo, l’Italia, con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, porterà la proposta di creare nuovi hub per il rimpatrio di migranti irregolari «modello Albania», ma finanziati con fondi europei e localizzati quasi tutti in Africa.

Il piano italiano per gli hub di rimpatrio

Secondo alcune fonti, ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi che potrebbero essere coinvolti nel progetto hub, come Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Montenegro ed Etiopia.


Insomma il progetto pilota era proprio l’Albania, un modello che nasce per testare una soluzione efficace che non risolva solo la gestione dei flussi migratori italiani, ma quelli di tutta Europa. È per questo che i Paesi che premono affinché si proceda sul percorso sono guidati anche da forze socialiste, perché si tratta di un interesse comune, un obiettivo all’interno del quale non c’è spazio per le posizioni ideologiche.

Gli unici a rimanere fuori sembrano essere i socialisti spagnoli ed italiani. Oltre alla Spagna anche Francia e Portogallo non figurano tra i firmatari. Che con la Francia non ci sia affinità di vedute non si scopre oggi, ma già nel novembre del 2022 quando esplose il caso Ocean Viking con la Francia che si rifiutò di accogliere i migranti non rispettando gli accordi presi a Bruxelles. Già in quell’occasione si poteva intuire la visione di Meloni.

«Sin dall’inizio Giorgia Meloni ha affermato che l’Albania sarebbe stato un modello da adottare anche con i Paesi africani. Oggi per l’Europa è paradigma. Il modello Italia è un percorso fatto di tanti tasselli iniziato dal primo giorno di questo mandato e che finalmente sta arrivando a dama» spiega alla Verità Sara Kelany, deputato di Fratelli d’Italia e responsabile delle politiche migratorie del partito.

Anche qui va sottolineato che il premier albanese Edi Rama che ha acconsentito a portare avanti il progetto è un socialista e non un pericoloso sovranista xenofobo. Dimostrazione ulteriore della bontà del modello Meloni, una strategia frutto di un percorso ben preciso messo nero su bianco sul programma presentato all’inizio del mandato in cui in un punto si può ancora leggere: «creazione di hot-spot nei territori extra-europei, gestiti dall’Unione europea, per valutare le richieste d’asilo».

Come funzionano i return hubs previsti dal Patto Ue

La proposta che presenterà domani Piantedosi non è una novità. È l’applicazione del Patto siglato a giugno nella parte che riguarda i return hubs. Si tratta quindi di strutture situate in Paesi terzi (quindi extra Ue) dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa.

Dazi e rimpatri: il ruolo del programma Gsp+

L’altra richiesta italiana al tavolo dovrebbe essere l’attuazione stringente del programma «Gsp+» (Sistema di preferenze generalizzate Plus), approvato quest’anno e in vigore dal primo gennaio del 2027, sistema che lega i vantaggi daziari per i Paesi in via di sviluppo «all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente nell’Ue».

Il Gsp+ è un programma commerciale dell’Unione europea che azzera i dazi doganali all’importazione su oltre due terzi delle linee tariffarie per i Paesi in via di sviluppo vulnerabili. In cambio dell’accesso agevolato al mercato unico europeo, i Paesi beneficiari devono ratificare e attuare efficacemente 27 convenzioni internazionali riguardanti i diritti umani, i diritti dei lavoratori, la protezione dell’ambiente e il buon governo.

Si chiede loro di collaborare attivamente con l’Unione europea nella riammissione e nel rimpatrio dei propri cittadini che soggiornano irregolarmente in Europa. Concretamente, non possono rifiutarsi di accogliere nuovamente i propri cittadini espulsi dall’Ue e devono fornire tempestivamente i documenti e i visti necessari per facilitare le procedure di rimpatrio.

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