Poteva apparire come un suicidio o una caduta accidentale. O meglio, questo è quello che aveva voluto far credere agli inquirenti il suo compagno. Invece si scopre, a quasi un mese di distanza, che è stato proprio lui a ucciderla. Spingendola dal terrazzo al culmine di una violenta lite. Dafne Rebaudo, 31 anni, è stata trovata morta per strada all’alba del 13 luglio scorso, in via dell’Archeologia 52, a Roma, nel quartiere di Tor Bella Monaca, una delle principali piazze di spaccio della Capitale.
Per giorni nessuno è stato in grado di riconoscerla, anche perché con sé non aveva documenti d’identità. Lasciata lì, da sola, come un cane.
Rintracciato il fidanzato tunisino, Mohamed Trabelsi, 41 anni, di professione spacciatore e taglieggiatore, con una sfilza di precedenti alle spalle, si scopre che Dafne risiedeva da un po’ di tempo con lui in un appartamento di quel palazzo. Gli agenti trovano il cellulare della ragazza dentro l’abitazione. Trabelsi s’inventa che la ragazza si è buttata volontariamente dalla terrazza. Un suicidio, insomma. Ma molte cose non quadrano.
Le indagini, coordinate dal pm Saverio Francesco Musolino, non si fermano alle apparenze. Le deposizioni ambigue dell’uomo fanno insospettire gli investigatori. In quello stabile, soprannominato il «palazzo dell’orrore», dove numerosi appartamenti sono occupati abusivamente e nel quale operano gruppi criminali nordafricani legati allo spaccio di droga, si decide di rompere il muro di omertà e in molti aiutano la polizia a ricostruire la verità. I poliziotti raccolgono le testimonianze e le confrontano.
Si racconta di una violenta lite tra la coppia, pochi istanti prima della tragedia. Alcuni riferiscono di forti grida provenienti dalle scale e della terrazza e anche di continui contrasti che andavano avanti da tempo tra i due. Determinanti le immagini dei sistemi di videosorveglianza installati all’interno dell’edificio, che hanno consentito di ricostruire gli spostamenti della coppia e di confrontarli con le dichiarazioni fornite dall’uomo.
Le indagini smontano la tesi del suicidio
Le sue versioni contraddittorie sugli orari e sulla dinamica dei fatti spingono gli investigatori ad andare avanti. Dai filmati si vede la ragazza che sale con una borsetta in mano prima del dramma. Poi viene seguita da Trabelsi che, dopo la caduta, scende le scale in fretta, con la stessa borsetta in mano e un cane. La borsa non è stata ancora ritrovata. Ritrovati, invece, i vestiti indossati dall’uomo quella sera. Venerdì Trabelsi è stato sottoposto a fermo indiziario e trasferito in carcere, accusato di omicidio aggravato dal vincolo della convivenza e qualificato come femminicidio alla luce della normativa del governo Meloni, entrata in vigore il 2 dicembre 2025. Dell’attività investigativa è stato informato il sostituto procuratore Antonio Verdi. Nei prossimi giorni il gip del tribunale di Roma, sarà chiamato a pronunciarsi sulla convalida del fermo e sull’eventuale emissione della misura cautelare in carcere.
Il fermo e le accuse di femminicidio
Il presidente del VI Municipio delle Torri, Nicola Franco, oltre a esprimere profondo cordoglio alla famiglia della vittima e a ringraziare gli investigatori del distretto Casilino «per la rapidità e la professionalità dimostrate nel fare piena luce su una vicenda che inizialmente sembrava un gesto volontario», lancia un grido di allarme, finora sempre rimasto inascoltato, circa il dilagare dello spaccio nel quartiere: «La conferma che si è trattato di un femminicidio e che il presunto autore sia un cittadino nordafricano dedito allo spaccio di droga dimostra ancora una volta quello che sosteniamo da tempo, ovvero che la gestione delle piazze dello spaccio sia in mano alla criminalità nordafricana. Questo fatto è l’ennesima prova della pericolosità di queste persone senza scrupoli, che non di fermano davanti a niente e nessuno».
Tor Bella Monaca e l’allarme criminalità
Un altro femminicidio, un altro immigrato criminale che fa fuori una donna per futili motivi. Dafne era una ragazza di buona famiglia, voleva interrompere la relazione con quel balordo. Troppo tardi, era ormai imprigionata dentro al suo sbaglio, che ha pagato con la vita.
Un tunisino, già sottoposto all’obbligo di firma per altri reati, coinvolto nella gestione del racket delle case popolari occupate in via dell’Archeologia, spacciatore di droga. Eccola qua, un’altra bella risorsa, tanto cara alla sinistra. Dopo Dafne, a chi toccherà adesso?
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