- Il Papa schiera Gesù a favore dell’accoglienza «senza se e senza ma», per padre Sorge Carola Rackete «è eroica» e il dl Sicurezza come le leggi razziali. Nell’accresciuto interesse per i profughi c’entra il calo del business?
- Pistolotti moralistici e prediche di tanti ecclesiastici alimentano false speranze e dimenticano le sofferenze di tanta nostra gente.
Lo speciale contiene due articoli
«Il mio pensiero va agli ultimi che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono». Nel sesto anniversario della sua visita a Lampedusa, papa Francesco identifica gli ultimi e i poveri soprattutto con i migranti. E a loro dedica la messa nella basilica di San Pietro, caratterizzando decisamente il suo pontificato come quello dell’accoglienza «senza se e senza ma» di tutti i profughi d’oltremare. Il Pontefice è categorico: «Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare».
Per il Papa sulla Sea Watch gli italiani non esistono. Non le persone, non i cattolici, non gli ammalati, non i disperati, non i vecchi, non i bisognosi, non i dubbiosi, non gli impauriti, non coloro che alzano le mani verso il cielo alla ricerca della verità. Anzi, questi uomini e queste donne hanno un senso solo quando compiono il gesto di abbracciare i profughi. E infatti il Santo Padre ha un pensiero anche per coloro che soccorrono fra le onde: «Gesù benedici i soccorritori nel Mar Mediterraneo, e fa crescere in ciascuno di noi il coraggio della verità e il rispetto per ogni vita umana».
L’omelia è appassionata e il suo significato politico è micidiale. Senza mai nominare Matteo Salvini (non avrebbe avuto senso), Bergoglio demolisce la dialettica sull’argomento più delicato di questa stagione diplomatico-istituzionale e azzera il significato del decreto Sicurezza che un Paese sovrano ha tutto il diritto di varare e far rispettare. Con la sua dolce capacità affabulatoria mette in riga gli elettori: i buoni stanno con le Ong (e con Carola Rackete che forza il blocco e per proprietà transitiva con gli scafisti che per primi mettono in mare i disperati), i cattivi con lo Stato.
Secondo lui non è il momento di avere dubbi né di muovere distinguo perché «sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie. Non si tratta solo di migranti». La parola assume il tono dell’anatema e scava un solco fra chi – pur conoscendo e praticando tutti i giorni in silenzio il principio della solidarietà – rispetta le regole civiche dello Stato laico e chi acriticamente, quasi fideisticamente, sposa quel disastro sociale nel quale si è trasformata l’accoglienza diffusa. L’accelerazione di papa Francesco è forte e avviene nel momento più delicato dell’estate, in un’Italia presa letteralmente di mira dalle navi delle Organizzazioni non governative, con lo scopo di creare l’incidente diplomatico prima ancora che quello di condurre in salvo donne e bambini. Questi ultimi peraltro in quota-parte minima rispetto alla composizione delle squadre di profughi, formate nella quasi totalità da uomini dai 25 ai 30 anni, destinati ad essere respinti o a ciondolare fuori dalle stazioni ferroviarie e nei quartieri già di per sé degradati delle nostre città.
A papa Francesco e ai vertici curiali va bene così. Forse perché sono distanti dalle problematiche del cittadino comune che frequenta le parrocchie. Problematiche di sicurezza, di integrazione, di dignità umana ben presenti invece nelle canoniche, nelle sacrestie, negli oratori gestiti da quel gran numero di sacerdoti silenziosi che rappresentano l’esercito di Dio. Che non hanno diritto di parola e neppure se lo prendono. Però vedono e sanno contare. Vedono i fedeli allontanarsi, vedono le chiese svuotarsi, vedono la rappresentatività istituzionale delle tonache perdere di significato. Si parla solo di migranti, ci si spende solo per i migranti.
Secondo un’inchiesta di Doxa, negli ultimi cinque anni il numero dei cattolici in Italia è sceso del 7,7 per cento, ma dalle parole dei potenti della Chiesa sembra che questo non sia un problema. Forse perché la salvaguardia più importante era quella del business degli aiuti di Stato a chi si occupa dei profughi, crollati dopo le ultime elezioni e il cambio di cocktail governativo. Vero motivo del malumore perenne degli alti prelati. In questo senso, e con ancora più determinazione, arriva in soccorso del Papa un altro gesuita dal granitico piedistallo, il novantenne Bartolomeo Sorge, che dalle colonne di Repubblica ieri ha paragonato il decreto Sicurezza alle leggi razziali fasciste.
«Come le leggi razziali promulgate dal regime fascista nel 1938 furono accolte, anche nella Chiesa, da un clima di indifferenza collettiva salvo poi anni dopo tutti prenderne le distanze, così anche il Sicurezza bis e questa politica di chiusure apprezzati da una parte del Paese, e da alcuni credenti, mostreranno in futuro la propria disumanità. È così che vanno le cose», spiega il teologo, ex direttore di Civiltà Cattolica, molto vicino a Leoluca Orlando nella sua stagione palermitana, tanto da essere inserito da Leonardo Sciascia fra i «professionisti dell’antimafia».
Dopo aver definito Carola Rackete «eroica», padre Sorge spinge la Chiesa politicamente ancora più a sinistra. «Le leggi non sono tutte sbagliate. Così anche le ideologie. Il Sicurezza bis ha una parte di verità: nasce dalla paura della gente che pensa che il proprio Paese venga invaso. Non è così, ma la paura è comprensibile. La furbizia di Salvini è di assolutizzare questa parte di verità a discapito del fatto che nel complesso si tratta di misure disumane». Dimentica di aggiungere che il minor numero di carrette del mare in partenza dalla Libia, per effetto di quelle misure disumane, ha quasi azzerato i morti. Quegli stessi morti per i quali, sei anni fa, papa Francesco pianse a Lampedusa.
Giorgio Gandola
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