Asse rom-maranza per ripulire i milanesi
Ansa
  • La Mobile ha arrestato 18 minorenni, accusati di rapina aggravata per gli scippi sul metrò. In totale i fermati sono 50: saldatura tra romeni e nordafricani di seconda generazione. Sala si sveglia e cambia linea: «La prossima campagna si giocherà sulla sicurezza».
  • I lavoratori regolarizzati erano gestiti dalle società «serbatoio» di manopodera.

Lo speciale contiene due articoli.

I predoni del suburbio milanese, quelli degli assalti in metropolitana, dei furti con strappo, delle rapine violente, spesso minorenni, romeni, egiziani, libici e marocchini di seconda generazione, per gli inquirenti che ieri mattina hanno deciso di contrastare il fenomeno dei maranza con una risposta muscolare sarebbero stati guidati da «un’associazione a delinquere». Diciotto arrestati, tutti minorenni. E tutti accusati di rapina aggravata. Trentadue fermati, tutti maggiorenni, otto dei quali accusati anche del reato associativo. Giovani, ma con curriculum criminali già pesanti. Molti di loro sono risultati irregolari sul territorio italiano, altri già noti alle forze dell’ordine per reati simili. Con un solo centro di ricettazione. Una vera e propria organizzazione criminale smantellata dalla Squadra mobile di Milano con un’operazione imponente, coordinata dalla Procura della Repubblica e dalla Procura per i minorenni. Nella documentazione giudiziaria, con una sequenza impressionante, vengono ricostruite le azioni, ripetute sempre nello stesso modo: gli indagati strappano una catenina o sfilano orologi e portafogli; oppure se li fanno consegnare. L’oro, facile da rivendere e semplice da camuffare, sarebbe finito in un mercato parallelo che ruoterebbe attorno a un unico centro di smistamento: un appartamento occupato abusivamente nel quartiere San Siro. A gestirlo, hanno scoperto gli investigatori, una famiglia di sette persone, tutte di origine romena. L’organizzazione, definita come «efficiente», funzionava come su un nastro trasportatore: i rapinatori consegnavano la refurtiva, gli intermediari si occupavano del giro d’affari, l’oro veniva lavorato, trasformato, nascosto e spedito in Romania. Il business, ormai consolidato, è stato stroncato dalla polizia dopo mesi di intercettazioni, telecamere nascoste, pedinamenti, controlli negli aeroporti e ai confini. Le indagini sono partite da un episodio chiave: la rapina di un orologio Cartier lo scorso luglio. Da lì, il lavoro incessante degli investigatori, guidati dal capo della Squadra mobile Alfonso Iadevaia, ha portato alla scoperta dell’appartamento di San Siro, monitorato con telecamere nascoste e microspie. Ogni fase della filiera criminale è stata documentata: l’arrivo della refurtiva, la sua trasformazione per cancellare segni distintivi, il trasporto verso la Romania. In due occasioni, i corrieri sono stati fermati a Orio al Serio con chili d’oro nelle tasche. La polizia ha ricostruito con certezza almeno 23 rapine. Ma il numero reale, spiega chi ha indagato, è probabilmente molto più alto. Altri chili d’oro sono saltati fuori durante le perquisizioni, oltre a 33.000 euro in contanti. Complesso anche il lavoro di identificazione dei predoni: gli investigatori hanno dovuto incrociare frame delle telecamere di videosorveglianza, foto segnaletiche, profili social. Infine, molte delle vittime hanno riconosciuto i sospettati quando gli investigatori hanno mostrato loro gli album fotografici. Dalle intercettazioni è emerso che i maranza seguivano «la borsa dei valori»: «È sceso, non è come prima», dice uno degli arrestati. La risposta di una delle donne rom indagate: «Sapeva già i prezzi… per questo non ha dato di più». Poco dopo, la stessa donna, comunica via WhatsApp: «Sono venuti pure gli zingari, hanno portato forse 26 grammi di oro e hanno preso gli orologi. Erano sei o sette e li venderanno al mercato». E per non dare nell’occhio sarebbero stati impiegati come corrieri anche i più piccoli della famiglia: «Li ho riempiti tutti d’oro, anche i bambini». Oppure bastava ficcare i monili «nel reggiseno». Non mancano i retroscena folk. Una delle indagate spiega alla madre che da un anello avrebbero tolto «la pietra nera», perché somigliava «a un occhio ed è contro il malocchio». Una delle operazioni però finisce male. Prima di imbarcarsi per la Romania all’aeroporto di Bergamo gli agenti si avvicinano a due indagate. «Sono stati attirati dalle borse Chanel e Vuitton, pure quelle rubate», commenta dopo il sequestro a telefono una delle due. Poi aggiunge: «Sarebbe stata la quantità più grossa mai portata». La madre, però, sarebbe riuscita a passarla liscia. Riuscendo a transitare con il carico. «Meno male che non hanno preso quello che avevi tu», commenta la figlia. Mentre uno degli egiziani, minorenne, hanno scoperto gli investigatori, usava ben 14 alias oltre al suo nome. E il suo curriculum criminale contava già otto precedenti di polizia. Compresa un’evasione da una casa famiglia di Priverno (Latina) dove era stato affidato in prova ai servizi sociali. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è subito complimentato per l’operazione: «È l’ennesima dimostrazione dell’impegno delle forze di polizia nel contrasto alla delinquenza e all’illegalità sulle nostre strade». Un colpo durissimo a un sistema che, per troppo tempo, ha prosperato nell’ombra. Ora Milano prova a rialzarsi. Nonostante un imbarazzante Beppe Sala che se ne è uscito con una dichiarazione surreale: «La prossima campagna elettorale a Milano si giocherà sui temi della sicurezza, pur non essendo i dati drammatici». Per poi aggiungere: «Anche se il Comune può fino a un certo punto». Subito dopo, infatti, si è lanciato in un discorso da vero equilibrista: «Io penso e spero che ci debba essere un atteggiamento fermo rispetto a questi ragazzi che da un lato vanno seguiti, educati, però dall’altro, quando sbagliano ripetutamente, e quelli fermati oggi hanno sbagliato ripetutamente, devono scontare la pena». Di tutt’altro avviso è il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana: «Non mi preoccupano gli arresti ma la diffusione di una criminalità sempre più invasiva e organizzata. È un problema che si faceva finta di non vedere, soprattutto da una certa parte politica. Adesso i nodi vengono al pettine e bisogna correre ai ripari». D’altra parte, se un’organizzazione criminale ha potuto prosperare indisturbata per anni, significa che chi doveva vigilare ha chiuso un occhio. O forse entrambi.

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