- «Il problema non è la pedofilia ma la efebofilia, l’attrazione gay per i giovani maschi. Esiste una lobby Lgbt coperta dai media».
- Lo «storico» accordo tra Roma e Pechino è stato secretato e solleva molti dubbi fra i fedeli perseguitati dal regime comunista Padre Cervellera: «Sui vescovi nominati dal governo il Papa avrà effettivo potere di veto? Bisogna fare maggiore chiarezza».
Lo speciale contiene due articoli
Giornalista, scrittore, grande provocatore. E cattolico, militante e belligerante. Per 20 anni firma di punta dell’Irish Times, il più diffuso quotidiano d’Irlanda, John Waters dovette abbandonare il giornale in seguito alle polemiche scatenate da alcune sue dichiarazioni pubbliche in tema di omosessualità (anche la cantante Madonna si accodò a quanti nel Paese lo tacciavano di «omofobia»). Perché tutto si può dire di questo pugnace opinionista, ma non che sia uno che parla per arzigogoli, sospiri e allusioni. Dal suo punto di vista, in fondo, non ha fatto altro che esercitare il suo diritto a dire quel che pensa. Solo che quel che pensa dà fastidio a molti. Ai suoi fratelli cattolici innanzitutto.
Waters in questi anni è diventato in Irlanda il volto pubblico del cattolicesimo. In tv a confrontarsi nei dibattiti per sostenere le ragioni pro life nei referendum su matrimonio gay (2015) e aborto (2018) c’era la sua di faccia, non quella dei vescovi e dei cardinali. La pungente penna di Waters è apprezzata anche all’estero. Recentemente, a proposito dell’affaire Viganò, ha scritto un articolo al fulmicotone su First Things, la più autorevole rivista cattolica americana.
Cosa pensa della lettera dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò?
«Credo, senza equivoci, che Viganò stia dicendo la verità. Ha presentato le proprie prove con chiarezza e dettagli straordinari. Non ho dubbi al riguardo. E anche se li avessi, non potrei fare a meno di chiedermi: perché le sue accuse non vengono affrontate o indagate? Se c’è il rischio che stia sbagliando o dicendo falsità, allora, data la gravità delle affermazioni, è vitale arrivarne al fondo».
Perché i media non lo fanno?
«Perché i media hanno fatto fronte comune in difesa di papa Francesco. In ogni altro caso, al denunciante sarebbe stato concesso il beneficio del dubbio. Questo non è accaduto con Viganò, sebbene la sua testimonianza non sia stata ancora confutata».
Al contrario nei suoi confronti sono state lanciate diverse accuse.
«Sì, ma ogni volta Viganò ha risposto con dettagliate confutazioni: sia nel caso dell’accusa di avere lui stesso coperto alcuni abusi sessuali, sia nel caso di aver ingannato papa Francesco a proposito dell’identità di Kim Davis, la donna americana che, in coscienza, si era rifiutata di rilasciare le licenze di matrimonio ad alcune coppie gay».
Bisognerebbe, come chiedono i vescovi americani, fare un’indagine per appurare la verità?
«Non c’è bisogno di un’inchiesta, ma della polizia. Indagini sono state già condotte dal Vaticano, dai vescovi americani e anche dallo Stato. Penso, ad esempio, al recente rapporto del gran giurì della Pennsylvania e ad alcune indagini statali in Irlanda e in altri Paesi. Dopo tutto ciò, siamo lontani dal raggiungere la verità tanto quanto lo eravamo all’inizio. Qui c’è bisogno di un’inchiesta internazionale della polizia, magari sotto l’egida dell’Interpol».
Nella Chiesa cattolica c’è un problema nei confronti della pedofilia o dell’omosessualità?
«Nel 2009, l’osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, l’arcivescovo Silvano Tomasi, ha letto una dichiarazione al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Ha detto: “Mentre molti parlano di abusi sui minori, cioè di pedofilia, sarebbe più corretto parlare di efebofilia, essendo un’attrazione omosessuale per i maschi adolescenti. Di tutti i sacerdoti coinvolti negli abusi, dall’80% al 90% appartiene a questa minoranza di orientamento sessuale che è attratta sessualmente da ragazzi adolescenti tra gli 11 e i 17 anni”. È chiaro, no?».
È chiaro.
«È così chiaro che lo sappiamo con certezza da 14 anni. Le dichiarazioni dell’arcivescovo Tomasi si basavano in gran parte sui risultati del John Jay Report, uno studio commissionato dalla Conferenza episcopale statunitense e pubblicato nel 2004. In nessuno dei Paesi in cui l’abuso sessuale da parte di sacerdoti si è manifestato come problema è emersa una confutazione o un’analisi alternativa a questa».
E cosa diceva il rapporto?
«Il rapporto ha rilevato che, nel periodo 1950-2000, la maggior parte delle vittime (l’81%) erano ragazzi: il 14,2% aveva meno di 10 anni; il 45,8% era tra 10 e 13, e il 40% aveva tra i 14 e i 17 anni quando subì un primo abuso. Tra i bambini più piccoli, il 64%, cioè due su tre, erano maschi; nelle fasce di età più anziane l’85% erano maschi. Secondo il rapporto, nella stragrande maggioranza dei casi, i sacerdoti coinvolti erano omosessuali e il numero degli efebofili era cinque volte maggiore di quello dei pedofili. Il rapporto diceva anche che gli abusi avevano raggiunto il loro picco negli anni Settanta, erano diminuiti negli Ottanta e tornati negli anni Novanta ai livelli (relativamente bassi) degli anni Cinquanta».
Nella Chiesa c’è una lobby Lgbt?
«L’esistenza e le attività di questa lobby sono state esaurientemente documentate da don Dariusz Oko, nel suo saggio With the Pope Against Homoheresy (Con il Papa contro l’omoeresia nella Chiesa). Le sue conclusioni sono terrificanti: non esistono più autorità sicure cui rivolgersi per avere informazioni sulla contaminazione omosessuale nella Chiesa. Ma il “Papa” cui si fa riferimento nel titolo del volume è Benedetto XVI, non Francesco».
Però anche Benedetto fu accusato di aver dato protezione ai pedofili.
«Questa è una menzogna che è stata raccontata dai media di tutto il mondo. In realtà è stato Benedetto a modificare le procedure del diritto canonico che permettono la rimozione di quei preti che usavano la loro vocazione sacerdotale per cercare prede – soprattutto – tra gli adolescenti. Papa Benedetto ha cacciato centinaia di loro, ma questo non lo dice mai nessuno».
La Chiesa ha paura di apparire «poco moderna» nel denunciare queste cose?
«I media considerano papa Francesco utile alla loro agenda, che ovviamente è pro gay, pro aborto, pro tutto. Finora papa Francesco si è mostrato disposto a diventare uno strumento dei nemici della Chiesa».
E chi sarebbero questi «nemici della Chiesa»?
«Penso soprattutto ai giornalisti su cui ci basiamo per informarci».
Addirittura.
«Certo. Il pregiudizio ideologico è, in generale, la ragione per cui i media continuano a rifiutarsi di presentare i fatti in maniera completa, così come hanno fatto l’arcivescovo Tomasi e don Dariusz Oko. Usano la parola “pedofilia”, che per la maggior parte dei casi è sbagliata, e quindi alla fine fuorviante. Il problema, in modo lampante, è l’omosessuale predatore. I giornalisti non riferiscono questo semplice fatto perché, quasi senza eccezioni, cercano di imporre l’agenda Lgbt nelle nostre società».
Quindi lei, giornalista, ce l’ha con i suoi colleghi.
«Chi cerca di nascondere la vera natura del problema è responsabile di ciò che è accaduto e di ciò che può accadere».
Perché Francesco non vuole rispondere alle questioni sollevate dalla lettera di Viganò?
«Perché Viganò fa parte del gruppo sbagliato. Francesco fa affidamento sull’altro gruppo e sa che è quello che gli ha dato sostegno nel conclave. Bergoglio sa anche che, poiché fin dall’inizio ha coltivato i rapporti coi media “liberal”, non sarà messo sotto pressioni da loro finché continuerà a promettere la liberalizzazione delle norme della Chiesa su omosessualità e aborto. Ma ora che questa giochino è finito, potrebbe cambiare approccio. Staremo a vedere».
Francesco è il Papa della famosa domanda: «Chi sono io per giudicare?».
«Quella dichiarazione di papa Francesco fu ampiamente estrapolata dai media di tutto il mondo dal contesto in cui fu pronunciata».
Lei come la interpretò?
«In nessun modo credevo che quel pronunciamento potesse essere inteso come un perdono generale per le attività omosessuali. Insomma, sembrava dire quel che avrebbe detto a riguardo di ogni altro peccato che fosse stato confessato e poi perdonato».
Però il senso della frase che fu fatto passare sui media non fu quello.
«Sì, perché pare esserci sotto una specie di strategia. Il Papa fa una dichiarazione che sembra essere una sfida all’insegnamento della Chiesa o, almeno, che potrebbe essere interpretata in quel senso e poi, dopo, anziché correggere l’equivoco che ha generato, lo lascia lì, creando confusione tra i cattolici e anche tra gli altri».
Chi è il Papa per giudicare?
«È il Papa, appunto! Egli giudica: in ogni momento di ogni giorno siamo tutti chiamati a giudicare la realtà e il nostro rapporto con essa. Il Papa giudica il cambiamento climatico, ad esempio. O il muro proposto da Donald Trump, apparentemente ignaro del fatto che esiste un muro anche intorno al Vaticano!».
Però sul memoriale Viganò dice ai giornalisti «giudicate voi».
«Se qualcuno, tranne il Papa, si comportasse in questo modo, lo definirei un cinico che gioca con le parole. È facile assecondare il popolo, ma è molto più difficile offrire alle orde affamate del nostro tempo alcuni ragionamenti efficaci per comprendere i cambiamenti e i dilemmi della nostra epoca. Questo è ciò che papa Benedetto fece durante gli otto anni del suo pontificato. Questo è ciò che ci aspettiamo dal Papa, che dovrebbe essere per noi un padre, non un amico o un guru. Vogliamo un padre. Questo è il lavoro del Papa. Prima inizierà a farlo, migliori saranno le nostre possibilità di salvare la Chiesa e il mondo».
Rachele Schirle
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