- La stampa internazionale racconta l’incidente sull’intervista al Papa che «cancella» l’inferno. In Italia, silenzio quasi totale.
- Micromega pubblica uno studio che svela dubbi e contraddizioni nel racconto del Fondatore. Già Italo Calvino lo aveva sgridato: «Smetti di dire che bisogna seguire la corrente».
Lo speciale contiene due articoli
Sparecchiava, forse, Eugenio Scalfari. Come nella insuperata scena di Amici miei, atto secondo. Sta di fatto che della smentita con cui il Vaticano (il Vaticano, non il bar all’angolo) ha completamente privato di senso l’intervista a Francesco pubblicata giovedì, su Repubblica di ieri non c’era traccia.
L’abitudine a travisare lievissimamente il pensiero papale pare invalsa nel fondatore: già nel 2013 ebbe a «dialogare» con padre Federico Lombardi, dopo aver scritto, il 29 dicembre, che Jorge Mario Bergoglio «è rivoluzionario per tanti aspetti del suo ancor breve pontificato, ma soprattutto su un punto fondamentale: di fatto ha abolito il peccato». Fu quella la prima eresia attribuita al pontefice argentino, e non era ancora arrivato il Sinodo. Il Vaticano, come due giorni fa, dovette per forza di cose correre al riparo e definire, con un certo understatement, «non pertinente» l’affermazione sul peccato. Del resto, oltre che con la misericordia, i toni bassi si giustificavano con il fatto che non puoi troppo squalificare un interlocutore che il tuo superiore (peraltro vicario di Cristo) ha così fortemente preso in simpatia da accordargli un’amicizia imprevedibile e sincera. Unica stoccata, allora, fu la frase: «Chi segue veramente il Papa giorno per giorno sa quante volte egli parli del peccato», seguita dalla considerazione che forse il giornalista «non si trova sempre a suo agio in campo biblico teologico», tanto da aver commesso una «inesattezza evidente» . Nello stesso articolo, in effetti, Scalfari ebbe a dire che il Papa era «gesuita al punto d’aver canonizzato pochi giorni fa Ignazio di Loyola», il quale salì all’onore degli altari nel 1622, una settantina d’anni dopo la sua scomparsa. Con piroetta da navigata ballerina, Scalfari tenne il punto evitando di ammettere lo sfondone: «Volevo segnalare che papa Francesco ha sottolineato l’importanza del fondatore della Compagnia di Gesù (…) Mi scuso per l’imprecisione lessicale».
Almeno, in tal caso, venne riconosciuta facoltà al Vaticano di parlare, e Repubblica diede conto della smentita. Stavolta, a fronte della dichiarazione vaticana secondo cui «nessun virgolettato» è da considerarsi come fedele trascrizione del pensiero di Bergoglio, nulla. Anche nel novembre 2013 e nel luglio 2014 due chiacchierate del Papa con Scalfari provocarono precisazioni di tenore simile, con il giornalista che si difese spiegando il suo metodo di lavoro (che non prevede di prendere appunti) e ammise che un po’ di cose, insomma, non era certo di ricordarle esattamente, mentre altre «io glieLe faccio dire tra virgolette, Lei non le ha dette, ma io le ho incluse perché consideravo che, facendogli dire certe cose, il lettore poteva capire meglio chi è Lei». Anche in quel caso, comunque, Scalfari e il suo giornale in qualche modo reagivano alle smentite, ne prendevano quantomeno atto. Perlomeno la cosa faceva un minimo di casino.
Stavolta no: zero. Il precedente creato è che si può incontrare il Papa, mettergli in bocca delle eresie, e fottersene allegramente se il Vaticano dice – pure in modo cauto rispetto alla gravità dei fatti – che i virgolettati sono frutto di ricostruzioni, e dunque non riconducibili a Bergoglio.
Repubblica è peraltro in buona compagnia, se è vero che si contano sulle dita di un mutilato i giornali che hanno dato evidenza a un caso che, all’estero, ha registrato un’eco assai rilevante, dalle agenzie alle grandi testate (ieri era in prima sul Times, per dire), che hanno raccontato intervista, sbalordimento per la tesi sulla scomparsa dell’inferno, smentita e relativo, nuovo pastrocchio comunicativo in piena settimana santa.
I lettori italiani, salvo i nostri e quelli di Fatto, Foglio e pochi altri, di tutto ciò sono rimasti all’oscuro. Apprendevano dei crolli di calcinacci in San Pietro, dell’operazione alla cataratta che papa Francesco sosterrà nel 2019, ma non di un caso internazionale che vede coinvolti il pontefice, il diavolo e il decano dei giornalisti italiani. Probabilmente è una forma di tenera rimozione delle intemerate del venerabile cronista. Se è così, non la merita. Proprio perché Scalfari è un genio del mestiere, un fenomeno senza pari sia nell’editoria sia nel giornalismo in senso stretto: ha tempra e tigna da vendere a 93 anni, è reduce da un duello micidiale con il suo ex editore Carlo De Benedetti («Me ne fotto delle sue critiche», ha scandito in tv) e dà spettacolo anche, soprattutto con le sue roboanti puttanate. È cosa buona e giusta, pertanto, ricordare – restando confinati all’ambito ecclesiale – che Eugenio Scalfari nel 2007 ha scritto sull’Espresso che il libro del filosofo francese Jean Luc Marion aveva una «parte sostanziosa dedicata a una delle encicliche di papa Ratzinger», quando il testo risaliva al 2003, epoca in cui al soglio pontificio, a scrivere encicliche, c’era Giovanni Paolo II. Sempre di Benedetto XVI, Scalfari scrisse: «Non è un grande Papa, anche se l’ingegno e la dottrina non gli mancano: scrive bene, questo sì», bontà sua, ma è «lezioso». Il viziaccio si sarebbe manifestato nell’aver «riesumato in pieno la tomistica di Tommaso d’Aquino con tanti saluti a Origene, Anselmo d’Aosta e Bernardo». Ai sant’uomini, peraltro, Ratzinger dedicò, da papa regnante, fior di udienze generali, ma a questo livello evitare smentite è evidentemente parso un atto di minimale buonsenso.
Per il resto, ormai va preso atto che vale tutto. Ma al prossimo allarme sulle fake news montato da Repubblica è lecito scomodare di nuovo Amici miei, stavolta per parlare di purissima supercazzola.
Martino Cervo
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