- Lo storico don Roberto Regoli: «Come intuì Benedetto, il cattolicesimo è ridotto a piccolo gregge. Ora la Chiesa torni a pungolare il pensiero dominante Il papato del tedesco fu la risposta alla duplice crisi di fede e ragione. Le divisioni politiche si superano rimettendo al centro Cristo».
- Le contraddizioni applicative di «Fiducia Supplicans» finiranno sul groppone dei preti.
Lo speciale continua due articoli.
A un anno dalla scomparsa di Benedetto XVI, tra i fedeli – e non solo – rimane un senso di vuoto. Questo perché, sebbene si tenda a ricordare soprattutto il modo imprevedibile con cui si è concluso il suo pontificato, l’operato di Joseph Ratzinger – da guida della Chiesa e prima ancora da teologo e prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede – è stato di enorme rilevanza per le questioni affrontate. A don Roberto Regoli, fra i più grandi storici del papato e docente di Storia della Chiesa alla Pontificia Università Gregoriana, abbiamo chiesto che cosa abbia rappresentato Benedetto nella storia ecclesiale. La sua analisi aiuta a leggere anche la crisi della nostra contemporaneità e illumina quanto sta avvenendo oggi nella Chiesa.
«Benedetto è stato il Papa della cattedra, ma non per mettere una distanza bensì per fornire un insegnamento autorevole. L’aspetto per me più significativo della sua eredità è aver mostrato che la fede non è solo qualcosa di bello ma anche di molto ragionevole e capace di parlare all’uomo integrale, in un contesto culturale dove prevale l’approccio poco razionale e molto sentimentalistico».
Questo non sempre è comprensibile a tutti in un’epoca in cui le persone sono abituate a ragionare per riduzionismi.
«Il grande problema di oggi è che si vuole fondare la vita pubblica sul sentimento: ciò che io sento è la fonte dei miei diritti, che gli altri devono riconoscere. Così si instaura la tirannia del sentire individuale sull’oggettività. Per questo Benedetto continuava a porre il tema dell’importanza, nelle relazioni sociopolitiche, di aderire alla verità cui non si arriva per addendi di voti o di maggioranze, ma che si può solo riconoscere. Questo suo discorso è dirompente rispetto alla cultura circostante e mette in luce la capacità critica del cristianesimo in un contesto che va in un’altra direzione. L’uomo è fatto di sentimenti, ma anche di ragione, e il suo pontificato ha cercato di mantenere questo equilibrio della dimensione umana».
L’elezione di Ratzinger a successore di Pietro fu considerata la risposta della Chiesa alla crisi di fede e di ragione dell’Europa. Posto che questa crisi oggi è fortissima nella nostra società, dove esplodono cortocircuiti logici e polarizzazioni continue, quanto è cruciale per la Chiesa rimettere al centro l’insegnamento di Benedetto?
«Noi abbiamo due crisi in contemporanea: la crisi della ragione e quella della fede, con la prima che ha anticipato la seconda. Venendo meno il pilastro della ragione, con il conseguente prevalere del sentire, nel tempo è venuta meno anche la forza della fede, perché una fede che non si posa sulla ragione è inconsistente. I cardinali che elessero Ratzinger volevano dare una risposta a questa crisi e Benedetto, a sua volta, ha tentato di dare dignità e riproporre, nella visione cattolica, entrambi gli elementi. Il famoso discorso di Ratisbona, che venne frainteso in una incapacità di dialogo interreligioso, aveva in sé questa portata culturale: evidenziare la necessità del binomio fede-ragione, giacché una fede senza ragione cade nel fideismo e una ragione senza religione cade nel totalitarismo. Precisamente ciò che accade oggi, quando la pluralità del pensiero e delle posizioni non è accettata: la nostra società parla molto della diversità e dell’accettazione del diverso ma in realtà vive in tutt’altro modo».
Per proporre la Verità, Ratzinger ha sempre cercato un punto d’incontro nel dialogo: questo approccio sembra essere venuto meno con lui, con la conseguenza che, nella Chiesa, da un lato si rinuncia a dire la verità nel timore di scontentare i «lontani», dall’altro non si pratica il dialogo per paura di «cedere» alla mentalità mondana. Serve un nuovo Ratzinger?
«Serve un nuovo pensiero e qualcuno capace di incarnarlo, a vari livelli, nella società cattolica. Il discorso sulla verità è legato alla metafisica, che però ormai larghi settori del cattolicesimo considerano un problema, con il risultato che la proposta culturale che viene avanzata è legata all’esperienza. Ma ciò non è sufficiente perché anche un’esperienza va compresa e giudicata. Privata di una metafisica di riferimento, la teologia si indebolisce».
La Chiesa sta vivendo una fase di acute divisioni: che cosa era per Benedetto XVI l’unità della Chiesa – e nella Chiesa – e come ha cercato di perseguirla con il suo magistero e le sue scelte pastorali?
«L’unità, nella Chiesa, si può fare solo intorno a Gesù Cristo. Tutto il resto è accidentale e contingente. Per questo Ratzinger scrisse tre volumi su Gesù di Nazaret: per sottolineare che Egli è il centro della vita della Chiesa. Sembra banale ma non lo è, nel momento in cui ci sono molte divisioni tra i cattolici sulla visione della politica, dell’economia, del rapporto tra Chiesa e mondo, sui temi etici, sulle questioni dei diritti. Bisogna capire quale è l’annuncio evangelico e cosa comporta».
Come era intesa da Benedetto XVI la sinodalità?
«Nel suo pontificato Benedetto si è confrontato piuttosto sul tema della collegialità episcopale, uno dei frutti del Vaticano II, che implicava dare risalto alle figure dei vescovi i quali, come successori degli Apostoli, hanno le loro responsabilità nella Chiesa e di fronte al mondo e a Dio».
In questi tempi torna a molti in mente la «profezia» che l’allora professore di teologia Ratzinger fece nel 1969, in cui affermava che dalla crisi della Chiesa odierna, minata dalla tentazione di ridurre i preti ad «assistenti sociali» e la propria opera a mera presenza politica, sarebbe emersa una Chiesa piccola e povera, più spirituale e semplificata, che ripartirà da un piccolo gregge di credenti. Siamo già dentro questo processo?
«A livello di numeri il cattolicesimo ha perso molto: in Europa i fedeli si sono spostati verso l’ateismo o l’indifferentismo religioso, in America Latina verso i pentecostali. In questo contesto diversificato della crisi religiosa, il cattolicesimo deve prendere coscienza di essere già piccolo gregge, smettere di considerarsi ancora una grande struttura di potere e ripensarsi, per poter dare un contributo reale e critico. Altrimenti ripropone vecchi modelli inadeguati, laddove invece un suo punto caratteristico è la capacità di anticipare il futuro. Per questo due necessità erano molto presenti nella predicazione di Benedetto XVI: tornare a proporre ai credenti una vita spirituale significativa e intensa, poiché senza Cristo al centro la nostra azione nel sociale diventa semplice volontarismo e moralismo; e poi saper riproporre una vita e un pensare comunitario».
Sembra che oggi questa attitudine ad anticipare il futuro sia stata scambiata con un generico progressismo.
«È stata sostituita da un voler fare come gli altri e dall’assunzione del pensiero dominante. Ma il cristianesimo è stato sempre critico rispetto a tutti i pensieri dominanti. Se oggi non è più un pungolo dobbiamo chiederci: come Chiesa stiamo veramente vivendo appieno la vocazione ricevuta? Lo stesso dialogo, divenuto parola d’ordine contemporanea, richiede identità chiare e la differenza tra coloro che dialogano; altrimenti è uniformità».
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