- Spunta anche la mangiatoia rossa «contro i femminicidi» E nel Varesotto un gruppo di giovani devasta le statuine.
- Il primo a voler dare una rappresentazione concreta delle condizioni in cui è venuto al mondo il Salvatore fu San Francesco, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa.
- Il professore di filosofia morale Giacomo Samek Lodovici: «Chi modifica l’iconografia della natività, di Giuseppe, di Maria e di loro figlio perde di vista il tema centrale della solennità. Che è così profondo da potercisi soffermare all’infinito».
Lo speciale contiene tre articoli.
Lo scrittore Giovannino Guareschi se ne costruì uno di cartone nel lager dov’era internato. Il nonno e il padre di Pupi Avati rischiarono di farsi fermare dai nazisti, nel Natale 1943, pur di reperire il materiale per allestirlo per quel bimbo che un giorno avrebbe fatto il regista. La poetessa Alda Merini ricordava con nostalgia di quando, fanciulla, «pregava davanti alla statuina» di Gesù. C’è poco da fare: il presepe è nel cuore degli italiani. Che, nonostante il vento della secolarizzazione, continuano a prepararlo nelle loro case. Purtroppo la riproduzione della Natività è però anche soggetta, ormai da diversi anni, a manipolazioni ideologiche di non poco conto, che piegano l’allestimento della grotta di Betlemme dove nacque il Bambinello a istanze immigrazioniste, pro Lgbt e chi più ne ha più ne metta.
Quest’anno in Italia il primato della creatività, si fa per dire, l’ha avuto don Vitaliano Della Sala, il quale in una chiesa a Capocastello di Mercogliano, Avellino, ha predisposto un presepe per «Gesù Bambina». «Voglio far discutere, lanciare un messaggio, la Chiesa deve trasformarsi», ha dichiarato il sacerdote da anni protagonista di iniziative di tenore provocatorio, «ho pensato di mettere nel presepe Gesù femmina perché dobbiamo avviare una discussione sul ruolo delle donne, servono donne sacerdoti, Dio si incarna anche nelle donne, io non sono contro il presepe, ma lo reinterpreto». Ecco, che don Della Sala «reinterpreti» il presepe non c’è dubbio; viene però da chiedersi se davvero sia così originale «reinterpretarlo», dato che lo si fa ormai quasi ovunque.
Si guardi per esempio alla Grand-Place, la piazza centrale di Bruxelles, dove quest’anno è stato allestito un presepe «inclusivo» ideato dell’architetto d’interni Victoria-Maria Geyer nel quale, al posto dei volti delle statuine principali, ci sono pezzi di stoffa multicolore per creare, appunto, «un mix inclusivo di tonalità della pelle». Ancora più creativi sono stati presso la Lake Street Church, a Chicago, dove si è pensato bene di predisporre un presepe per protestare contro le azioni di rimpatrio dell’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione. Per questo San Giuseppe e Maria sono presentati con una maschera antigas e Gesù Bambino con le mani legate da una fascetta, sdraiato su una coperta termica, mentre attorno a loro vigilano centurioni moderni, dotati di occhiali scuri e gilet verdi con la scritta «Ice».
Michael Dorgan di Fox News ha puntualizzato che le fascette sui polsi di Gesù Bambino «fanno riferimento diretto ai bambini che sono stati legati con le fascette dagli agenti durante un raid in un condominio di Chicago all’inizio di quest’anno». Sta di fatto che, stavolta, l’America non ha inventato nulla. Già dieci anni or sono, infatti, in Italia si allestivano allegramente presepi «rivisitati» per inneggiare all’accoglienza. Il riferimento è al presepe allestito nel 2015 all’interno del Tempio civico di Busto Arsizio: raffigurava immagini di profughi in cammino, padri e madri con bambini in braccio, barconi in mare e, al posto Gesù Bambino, in attesa della notte santa era stata deposta la foto di una mamma siriana. Per rafforzare il messaggio, l’anno successivo nel presepe preparato alla Casa della Carità via Brambilla, a Milano, si potevano vedere – alle spalle di Maria, Giuseppe e del Bambinello – decine di passaporti da ogni parte del mondo e di diversi colori, alcuni nuovi altri sgualciti a seguito delle traversie dei viaggi compiuti dai proprietari.
Quei primi tentativi di adattare la Natività alla causa immigrazionista hanno fatto scuola. Lo si è visto nei tanti presepi «per l’accoglienza» allestiti negli anni successivi, a partire da quello visto nel 2017 in piazza Zapelloni a Castenaso, nel Bolognese: il presepe – realizzato sulla base di un’idea venuta all’allora sindaco della cittadina emiliana, Stefano Sermenghi – vedeva l’inserimento di un gommone. E non per suggerire l’idea che Maria e Giuseppe potessero sognare vacanze marittime, bensì, come precisato da Sermenghi, per lanciare un segnale in favore di «un’accoglienza positiva nei confronti di chi arriva». Da allora in avanti la stessa idea del gommone è divenuta oggetto di rivisitazioni. Nel 2018 infatti a Trento, per l’esattezza davanti alla chiesa del Santissimo in via Corso 3 Novembre, la famiglia di Gesù si è trovata ospitata su una zattera; nel 2020 nel piazzale della chiesa di San Massimo, in via XX Settembre a Collegno, Torino, la Natività è invece stata accolta su un già più robusto barcone. Evoluto poi, nel 2022, in imbarcazione delle Ong, nel presepe allestito sul sagrato della parrocchia di San Bartolomeo della Beverara, quartiere Navile a Bologna.
Sbaglierebbe chi ritenesse però le rivisitazioni della grotta di Betlemme dove nacque il Bambinello possibili solo in chiave immigrazionista. C’è infatti, da tempo, anche la variante arcobaleno. Una delle prime in assoluto fu quella realizzata nel lontano 2012 in Colombia dall’analista politico Andrés Vásquez Moreno e dall’imprenditore Felipe Cárdenas Gonzalez, i quali – uniti civilmente allora da quattro anni – l’avevano allestita nella loro abitazione di Cartagena de Indias per sponsorizzare la legalizzazione del matrimonio gay; effettivamente arrivata, con una sentenza della Corte costituzionale, nel 2016. L’anno dopo, nel 2017, un altro presepe gay con due san Giuseppe vestiti ambedue di rosa fu poi postato su Twitter – attribuendolo all’inventiva dei suoi vicini di casa – dalla comica queer Cameron Esposito, «raggiante» per quell’avvistamento.
Manco a dirlo, il presepe Lgbt è da tempo presente anche da noi. Uno con «due mamme», per esempio, lo aveva allestito nel 2023 il già citato e infaticabile don Della Sala, sempre lui, di fatto eliminando – forse in omaggio alla lotta al patriarcato, chissà – la figura di San Giuseppe. Analogamente, lo stesso anno il partito politico +Europa aveva pubblicato sui suoi social un’immagine che ritraeva diverse natività alternative: tra queste una con due uomini e una con due donne, ma anche un’immagine di una ’mamma single’ e un’altra con una coppia bianca e un bambino nero. Il tutto accompagnato dalla scritta: «Il bello delle tradizioni è che possono cambiare».
Un’idea che non è chiaro quali consensi abbia portato a +Europa, di certo gli ha fatto perdere un’iscritta, uscita dal partito sbattendo la porta. Si tratta di Anita Likmeta, imprenditrice e scrittrice italiana nata in Albania, che su Facebook aveva reagito con queste parole alle manipolazioni del presepe: «Se +Europa pensa di difendere la diversità con ammiccamenti ipocriti alla tradizione, io per il ruolo della Madonna lesbica non sono disponibile. Addio a +Europa e buon suicidio politico (non assistito)!». La chiosa non sarà piaciuta a Marco Cappato, grande sostenitore della morte assistita, ma certo era graffiante. Proprio come graffiante, almeno nelle intenzioni dei collettivi studenteschi che l’avevano allestito nel 2015 a Torino, doveva essere un presepe «anti Lega» che ritraeva rispettivamente Matteo Salvini e Carlo Giovanardi come asinello e bue con accanto l’ex presidente della Regione Piemonte Roberto Cota nei panni di «pecorella» a vegliare su un Bambinello di colore con due Giuseppe. In quel caso, ci fu dunque una tragica sintesi della politicizzazione del presepe, della sua «reinterpretazione» sia in chiave Lgbt sia pro migranti. Un piccolo grande capolavoro ideologico, da allora mai più replicato. Sempre con un occhio all’ideologia, quest’anno l’Istituto di studi teologici e storico-sociali di Terni ha adagiato Gesù in una mangiatoia di colore rosso per richiamare «la lotta ai femminicidi». C’è invece chi i presepi li distrugge: è il caso del gruppo di ragazzi che ha vandalizzato quello allestito nella piazza centrale di Carnago, in provincia di Varese, per poi vantarsene sui social.
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