Non bastasse il peso dei due autori, il Papa emerito e uno dei prelati più importanti della Chiesa (è prefetto al Culto divino) l’introduzione da essi cofirmata rende impossibile sottostimare l’urgenza delle questioni trattate: «Ci siamo incontrati in questi ultimi mesi, mentre il mondo rimbombava del frastuono provocato da uno strano sinodo dei media che aveva preso il sopravvento sul Sinodo reale». Il riferimento, esplicito, è al Sinodo dell’Amazzonia, ma la perifrasi è sovrapponibile a quella usata da Ratzinger a proposito del Concilio Vaticano II in un discorso a braccio, il 14 febbraio 2013, due settimane prima delle dimissioni: «C’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio -, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media».
Con impareggiabile precisione intellettuale, in poche frasi Benedetto conferma la filiale obbedienza a papa Francesco, e pare indicare una via d’uscita per evitare quelle che considera derive pericolose, relative ai dubbi sulla pertinenza del celibato sacerdotale, avanzati proprio al Sinodo, facendo del Sudamerica un chiaro prologo di sbocchi europei, soprattutto tedeschi, che angosciano il bavarese Ratzinger.
Che su questo si giochi nella Chiesa uno scontro formidabile è complesso negarlo, anche per gli arcigni custodi della presunta, assoluta continuità tra i due pontificati. Ratzinger non tace il dramma, spesso gridato anche dal soglio petrino: «I flutti del relativismo sommergono da ogni lato la barca della Chiesa. Gli Apostoli hanno avuto paura. La loro fede si è raffreddata. Anche la Chiesa talvolta sembra vacillare». L’allarme è, se possibile, ancora più radicato: «Alle radici della grave situazione in cui versa oggi il sacerdozio, si trova un difetto metodologico nell’accoglienza della Scrittura come Parola di Dio». Un’accusa sbalorditiva, pronunciata da un Papa e un prefetto al culto. Del resto, nel sottolineare il loro «spirito di amore dell’unità della Chiesa», citano sant’Agostino per dire che non si può tacere. «Silere non possum!», diceva il vescovo di Ippona, e ora lo ripetono Benedetto XVI e il cardinale Sarah a proposito del celibato, «perché non voglio provare piacere negli onori ecclesiastici, ma penso che sarà a Cristo, il primo dei Pastori, che dovrò rendere conto delle pecore affidate alle mie cure. Non posso stare zitto o fingere l’ignoranza».
Nel saggio centrale del testo, secondo chi ha visto le anticipazioni dell’edizione francese, il Papa emerito intona un inno d’amore al sacerdozio: non per contrapporre una visione ideologica, ma per ribadire la natura stessa della missione di prete e di vescovo: «Non inventiamo la Chiesa così come vorremmo che fosse, ma annunciamo la Parola di Cristo in modo giusto solo nella comunione del suo Corpo». In questa libertà autentica risiede il gusto della vita sacerdotale, percepita come incongruente e «castrata» dalla mentalità comune: «“Essi lasciarono tutto e lo seguirono”. Senza abbandono delle proprie cose», scrive Benedetto XVI, «non può esistere un sacerdozio. La chiamata a seguire Gesù non è possibile senza questo segno di libertà e di rinuncia a qualsiasi compromesso». E ancora: «Questo “sì” totale che il nostro celibato sacerdotale ci fa vivere ogni giorno. Il nostro celibato, infatti, è una proclamazione di fede. È una testimonianza, perché ci fa entrare in una vita che non ha senso se non a partire da Dio. Il nostro celibato è testimonianza, ossia martirio».
Ora, per così dire, la palla passa a papa Francesco: sarà inevitabile fare i conti con questa presa di posizione nel momento in cui darà alle stampe l’esortazione postsinodale che dovrebbe riprendere le indicazioni arrivata sull’Amazzonia: testo che peraltro è atteso a breve. Le indiscrezioni parlano di un compromesso teso a sancire che la dottrina del celibato non è in discussione, ma che in certe aree geografiche sarà possibile ordinare uomini sposati. Uno schema simile a quello applicato all’eucaristia concessa ai divorziati risposati con Amoris laetitia.
Sarah aggiunge la sua esperienza di esponente di un popolo che ha conosciuto la liberazione che proviene dal Vangelo: «Il celibato sacerdotale, benché talvolta possa essere una prova, rappresenta una liberazione. Consente al sacerdote di innestarsi coerentemente nella propria identità di sposo della Chiesa. Il progetto che consiste nel privare le comunità e i sacerdoti di una tale gioia non è un’opera di misericordia. Come figlio dell’Africa, non posso in coscienza sopportare l’idea che i popoli in corso di evangelizzazione siano privati di questo incontro con un sacerdozio pienamente vissuto. I popoli dell’Amazzonia hanno il diritto a una piena esperienza di Cristo-Sposo. Non è possibile proporre loro dei preti di “seconda classe”».
Ancora più esplicito: «Durante il Sinodo sull’Amazzonia, ho avuto occasione di ascoltare esperti e discutere con missionari veterani. Questi colloqui mi hanno confermato nell’idea che la possibilità di ordinare uomini sposati rappresenterebbe una catastrofe pastorale, una confusione ecclesiologica e un arretramento nella comprensione del sacerdozio». «L’ordinazione di uomini sposati», scrive senza mezze misure Sarah, «foss’anche di diaconi permanenti, non costituisce un’eccezione, bensì uno strappo, una ferita nella coerenza del sacerdozio. Parlare di eccezione sarebbe un abuso linguistico o una menzogna».
Introduzione e conclusioni cofirmate aumentano il rilievo di ogni parola: il libro va considerato come ennesima documentazione della imprevedibile fecondità del pontificato emerito di Benedetto XVI, visto che arriva dopo gli «Appunti» sulla situazione degli abusi (testo in controtendenza rispetto a una linea che ha cercato di minimizzare o estromettere la questione dell’omosessualità nel clero, ricco di cenni alla Veritatis splendor di Giovanni Paolo II) e dopo la significativa visita concessa da Ratzinger a Livio Melina, il professore di teologia morale allontanato dalla nuova gestione dell’Istituto Giovanni Paolo II.
È a questo punto che si inseriscono le indicazioni che provengono dalle bozze del nuovo libro che La Verità ha letto in francese: «Desideriamo tenerci lontani da tutto ciò che potrebbe ferire l’unità della Chiesa. Le offese personali, le manovre politiche, i giochi di potere, le manipolazioni ideologiche e le critiche piene di acredine fanno il gioco del diavolo, colui che divide, il padre della menzogna. È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale». Parole rivolte, in fondo, tanto ai venti «progressisti», se così si possono definire, ma anche alle bordate di parte opposta, provenienti da chi intende brandire un’idea ritenuta corretta. Tanto che nella conclusione gli autori affermano il loro amore incondizionato alla Chiesa, «Non l’abbandoneremo mai!», e ribadiscono di lavorare per «l’unità». L’ultima citazione di san Paolo viene chiosata con la sottolineatura che l’unità non può essere, per sua natura, a scapito del vero: «Prendiamo con coraggio la parola per confessare la fede senza temere di mancare di carità. In questi tempi difficili l’unico timore che ciascuno dovrà avere sarà di sentirsi dire un giorno da Dio “quella dura parola con riprensione: maledetto sia tu che tacesti” (Santa Caterina)».
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