- Virginia Raggi dà ordine agli uffici comunali di togliere i cartelloni di Pro Vita con lo slogan «due uomini non fanno una madre». A suo dire sono offensivi. La replica delle associazioni: «Obbedisce alla lobby Lgbt».
- L’intellettuale femminista Marina Terragni pubblica un nuovo libro in cui sbriciola i luoghi comuni progressisti. E infilza il mondo arcobaleno: «Nei gay si manifesta la misoginia pura».
Lo speciale contiene due articoli
Censura. Non c’è altra definizione. Anzi peggio. Censura di un’idea. Per non dire di una verità: che due uomini non fanno una madre.
A dettare la linea contro i manifesti affissi per le vie di Roma dalle associazioni pro life per denunciare la pratica dell’utero in affitto è stato il Pd, da sempre paladino di un atto che nel nostro Paese è illegale. E i grillini, senza nemmeno provare a discuterne, hanno obbedito. In poche ore i manifesti sono scomparsi per ordine del sindaco Virginia Raggi, che si è accodato al sentire pro Lgbt, definendo il messaggio del cartellone «omofobo» e «lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali».
In particolare, aggiungiamo noi, della libertà di comprare un bambino e spacciarlo per proprio. Si è concluso così il tentativo di Pro Vita e Generazione Famiglia, associazioni promotrici del Family day, di lanciare un monito alle coscienze degli italiani, su un problema sempre trascurato quando si parla di maternage per i gay: i diritti del minore oggetto prima di una compavendita (l’utero in affitto appunto) e poi di una falsificazione d’atti (come la registrazione nei registri anagrafici di un figlio naturale di due genitori dello stesso sesso).
Le gigantografie rimosse raffiguravano due giovani uomini che spingono un carrello della spesa con dentro un neonato che, come una merce, ha stampigliato sul petto un codice a barre. Tutto accompagnato dalla scritta: «Due uomini non fanno una madre. #Stoputeroinaffitto».
Dopo la rimozione le associazioni sono insorte: «Cara Virginia Raggi, dopo aver trascritto in modo illegale gli atti di nascita di bambini con genitori dello stesso sesso, hai obbedito agli ordini della Cirinnà via Twitter che ti ha dettato di richiamare il codice etico di #RomaCapitale e alle lobby Lgbt», hanno rimarcato con una lettera aperta. «In realtà il vero offeso del manifesto è il bambino, messo in vendita per coppie gay e destinato a essere strappato dalla madre che lo ha partorito», ha aggiunto Antonio Brandi, presidente di Pro Vita.
«Roma sprofonda nel degrado e la priorità del sindaco è la rimozione coatta di manifesti che stigmatizzano una pratica, quella dell’utero in affitto, illegale in Italia. È totalitarismo Lgbt», ha rimarcato Jacopo Coghe, presidente di Generazione famiglia. «Nel nostro Paese si è liberi di reclamizzare la maternità surrogata nonostante si tratti di una pratica vietata dalla legge 40 del 2004, punita con la reclusione fino a due anni e con la multa fino ad un milione di euro», e invece «si cancellano le voci di libertà che mirano a rimettere al centro la dignità dei bambini, il loro diritto ad avere una mamma e un papà e la dignità delle donne, usate come incubatrici».
Se davvero, come sostengono le associazioni, a far scattare la censura dettata dal sindaco di Roma sia stato, tra i tanti, il messaggio lanciato via Twitter della senatrice Monica Cirinnà non è dato sapersi. La Raggi, per tutto il pomeriggio di ieri, interpellata attraverso i suoi addetti stampa non ha risposto.
Ma, certo, la piddina che aveva punzecchiato il sindaco paragonandola alla (più amata) collega torinese, Chiara Appendino, e consigliandole di chiedere proprio alla competitor come affrontare la situazione, deve aver colto nel segno.
Altrimenti le cose non si spiegano. Il sindaco, infatti, per giustificare la volontà di eliminare i manifesti sgraditi ha, ufficialmente, tirato in ballo il regolamento di Roma Capitale in materia di pubbliche affissioni, senza accorgersi di un particolare: che se applicato alla lettera quel regolamento dovrebbe cancellare da Roma praticamente la stragrande maggioranza delle affissioni pubblicitarie.
Secondo la Raggi, infatti, le gigantografie avrebbero violato il comma 2 dell’articolo 12 bis del documento, il quale «vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali». Lo stesso articolo, però, esattamente al comma precedente indica altri divieti di affissione che nessuno, ad oggi, si è mai immaginato di voler far rispettare. Il comma uno, infatti, prevede la rimozione di qualsiasi «esposizione pubblicitaria il cui contenuto contenga stereotipi o rappresenti la mercificazione del corpo femminile».
Vale a dire: niente più cosce al vento per promuovere questo o quel paio di calze, né modelle in costumino per pubblicizzare palestre e rivenditori di pneumatici. Se il sindaco applicasse davvero la norma citata, insomma, Roma rimarrebbe spoglia.
Non è la prima volta, comunque, che la Raggi si dimostra risoluta nel cancellare i messaggi pro vita. Lo scorso aprile ad avere vita breve era stato il maxi cartellone con l’immagine di un embrione affisso a Roma, su uno dei palazzi di via Gregorio VII nella zona dell’Aurelio. Anche in quel caso a dire la loro erano state, in particolare, le democratiche. E anche il quel caso, applicando sempre lo stesso regolamento, il sindaco aveva obbedito facendo piazza pulita, in poche ore della cartellonistica provocatoria.
Alessia Pedrielli
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