In vigile attesa del cambio di passo di Draghi

È passato un mese da quando Mario Draghi si è insediato a Palazzo Chigi. Certo, trenta giorni sono troppo pochi per poter tirare le somme, tuttavia, trascorse le fatidiche quattro settimane che a chiunque sono concesse per ambientarsi nel nuovo incarico, si può cominciare a capire non soltanto con chi si ha a che fare, ma anche in quale direzione il nuovo presidente del Consiglio abbia intenzione di andare.

Diciamo subito che l’aspettativa nei suoi confronti era piuttosto alta: un po’ per la fama di duro che si porta dietro e un po’ per il demerito di chi occupava prima la sua poltrona. Dopo Giuseppe Conte, un premier abituato più a parlare che a fare, gli italiani si aspettavano il contrario, ovvero un capo di governo che chiacchierasse poco, ma facesse molto. E fin qui possiamo dire che Draghi non ha tradito le attese. In poche settimane si è concesso davanti ai microfoni il minimo indispensabile, giusto il tempo di dimostrare la sua esistenza in vita. Perfino le conferenze stampa, un tempo appuntamento irrinunciabile per l’avvocato di Volturara Appula, l’ex governatore della Bce le ha delegate, mandando in prima fila davanti alle telecamere Roberto Speranza e Mariastella Gelmini. Sì, Draghi da questo punto di vista ha rispettato le attese, dimostrandosi un tipo di poche e circostanziate parole. Quanto alle decisioni, le prime hanno fatto ben sperare, perché superato il momento dei convenevoli, il nuovo presidente del Consiglio ha accompagnato alla porta due uomini chiave del passato esecutivo, ossia Angelo Borrelli e Domenico Arcuri. Entrambi sono stati il volto della lotta alla pandemia e dal nostro punto di vista anche di una battaglia persa. Del pacioso numero uno della Protezione civile ci torna in mente il bollettino dei defunti, un elenco quotidiano di sconfitte, ma anche quando all’inizio si schierò contro l’uso delle mascherine, mettendosi contro il governatore della Lombardia che aveva osato indossarne una alla fine di una diretta tv. Dell’amministratore delegato di Invitalia non c’è neppure da parlare: ai lettori della Verità abbiamo raccontato per mesi non soltanto gli insuccessi, ma anche l’arroganza e la poca trasparenza delle sue scelte. Dunque, bene ha fatto Draghi a voltare pagina, anche se tuttavia ci saremmo aspettati che cambiasse registro anche per quanto riguarda il ministro della Salute, ossia colui che con Borrelli e Arcuri per un anno ha condiviso tutto. Ancora non sappiamo che cosa il premier abbia intenzione di fare con il Comitato tecnico scientifico, ovvero con il consesso di presunti esperti che fino all’altro ieri era considerato un oracolo, cui si attenevano senza obiettare Conte e compagni. Il vento che spira da Palazzo Chigi induce a pensare che il consesso di professori avrà vita breve, per lo meno nell’attuale composizione, ma già ora, se prima i consiglieri parlavano a briglia sciolta, per lo meno si trattengono.

Tra le cose buone del governo c’è poi da segnalare che finalmente si è accorto che i vaccini prodotti in Italia finivano all’estero. Preso com’era da sé stesso, Conte non ci aveva mai fatto caso, ma Draghi dopo le prime settimane ha bloccato il trasferimento di farmaci in Australia, obbligando l’Europa a seguirlo.

Detto ciò, al momento ci pare di avere esaurito le note positive e tocca elencare quelle che ci piacciono di meno, in particolare per ciò che riguarda l’economia, ovvero la materia in cui Draghi dovrebbe essere il più competente. Al momento, infatti, non si segnalano grandi cambi di passo rispetto al precedente esecutivo. I ristori per ora continuano a essere promessi, ma di soldi veri non se ne vedono. Si parla di un prossimo provvedimento per consentire un nuovo scostamento di bilancio, ma a oggi siamo alle parole, non ai quattrini, cioè alle cose che contano. È probabile che Draghi metta mano alla questione dei codici Ateco, ovvero a quella combinazione alfanumerica che identifica un’attività economica. Con il precedente governo, non essendo indicate nel decreto, molte iniziative commerciali e artigianali sono rimaste escluse dai sussidi, con il risultato che tanti esercenti e piccoli imprenditori sono stati costretti a gettare la spugna. Nessun segnale neppure su sfratti e blocco dei licenziamenti, quasi che i due argomenti possano rimanere ancora nel limbo delle indecisioni e si possa non fare i conti con il mercato.

Ma se finora Draghi è stato debole nella materia in cui ci si aspettava fosse fortissimo, ovvero il sostegno alla ripresa, la delusione più grande riguarda le chiusure e i semafori con cui sta rimettendo agli arresti domiciliari gli italiani. Non perché ci si attendesse che fosse in grado di fare un miracolo e far sparire il Covid insieme con i divieti, ma perché nelle misure di prevenzione ha seguito pari pari la linea Conte-Speranza, che finora non ha dato grandi risultati, ma di certo ha fatto grandi danni dal punto di vista economico. Sì, non serve un ex governatore della Bce per fare ciò che prima faceva l’avvocato di Volturara Appula. Ciò detto, aspettiamo con pazienza che cambi qualche cosa. Draghi è a Palazzo Chigi da un mese ed eredita una situazione difficile, che certo non può cambiare in poco tempo. Insomma, per dirla in due parole, la nostra resta una vigile attesa. Di qualche cosa di nuovo, di qualche cosa che ci faccia uscire dall’incubo e faccia tornare la speranza. Con la s minuscola.

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