Valleverde. Nel riquadro, Elvio Silvagni
L’imprenditore: «Valleverde proveniva da due fallimenti ma ora è tornata sul mercato. Produrre in Europa sta diventando troppo costoso per il consumatore medio. I grandi marchi sportivi arrivano direttamente dall’Oriente e sono competitor forti».
Fondata negli anni Settanta, Valleverde è uno dei marchi italiani di calzature che meglio rappresentano un’idea di stile accessibile, comfort e continuità industriale. Il 2015 segna una svolta decisiva nella sua storia: l’ingresso nel gruppo Silver1, di proprietà della famiglia Silvagni, dà avvio a un percorso di rilancio e sviluppo che in dieci anni ha riportato il brand a splendere, superando i 30 milioni di euro di fatturato. Ne parliamo con Elvio Silvagni, alla guida del gruppo Silver1, per ripercorrere le tappe di questo percorso e approfondire strategie, mercati e progetti futuri.
Qual era la situazione del brand al momento dell’acquisizione?
«Valleverde arrivava da due fallimenti. In quel momento il marchio era in gestione al tribunale di Rimini, che lo aveva messo in vendita. Noi abbiamo partecipato all’asta e lo abbiamo acquistato».
Quali sono state le prime leve strategiche su cui avete lavorato per rilanciare il marchio?
«La prima cosa è stata analizzare cosa non funzionava. Se un’azienda fallisce significa che ha sbagliato qualcosa. Ci siamo resi conto che il posizionamento era troppo alto rispetto al mercato reale. Abbiamo quindi deciso di collocarci in una fascia di prezzo più accessibile, per raggiungere un pubblico più ampio».
A dieci anni dall’acquisizione, quali sono i risultati più significativi di questo percorso di rinascita?
«Il risultato principale è che Valleverde è tornata sul mercato. Oggi siamo presenti in circa 1.300 punti vendita in Italia e, nonostante la situazione mondiale non sia delle migliori, stiamo ottenendo risultati soddisfacenti».
Il settore calzaturiero, in generale, sta attraversando una fase molto difficile.
«Sì, ed è un settore di cui non parla nessuno. Si parla sempre di Parmigiano, vino, eccellenze agroalimentari, ma raramente si sente parlare di calzature o abbigliamento. L’unico comparto che tiene banco è quello automobilistico, perché è strategico per l’Europa. Il nostro settore, invece, sembra invisibile».
Eppure Valleverde riesce a mantenere una buona tenuta.
«Sì, non facciamo fatica a restare in piedi, ma l’obiettivo oggi è mantenere il fatturato. Sono stati due anni difficili: il blocco del canale di Suez, la guerra in Ucraina, l’incertezza generale hanno spaventato i consumatori. Si comprano meno scarpe e, soprattutto, si è abbassato il prezzo medio».
Cosa significa in concreto?
«Che la gente cerca prodotti più economici. Con il costo della vita sempre più alto, arrivare a fine mese è difficile e questo incide sulle scelte di acquisto».
Le tensioni geopolitiche vi hanno costretto a rivedere le strategie produttive?
«Sì. Abbiamo iniziato a produrre anche in Estremo Oriente perché produrre in Europa sta diventando troppo costoso per il consumatore medio. Il problema è che i grandi marchi sportivi arrivano direttamente da lì e sono nostri competitor diretti».
Lei ha più volte sollevato il tema dei dazi.
«È così, ne abbiamo parlato anche sui principali quotidiani. Se qualcuno mette i dazi, bisogna metterli anche noi. In passato ci siamo nascosti, abbiamo messo la testa sotto la sabbia. Ora ci troviamo una Cina che vende meno negli Stati Uniti ma invade il mercato europeo».
Guardando al futuro, quali opportunità vede per il settore calzaturiero?
«Se riuscissimo semplicemente a mantenere le posizioni sarebbe già tanto. In due anni il nostro settore ha perso circa il 15% in vendite e fatturato».
Superare i 30 milioni di fatturato resta comunque un traguardo importante.
«Sì, ma oggi non cresciamo più come prima. Per anni abbiamo avuto crescite a due cifre. Ora se restiamo stabili, siamo soddisfatti».
Per il 2025 avevate previsto una crescita dell’8%.
«Vero, ma in termini di paia vendute, non di fatturato. Vendiamo più scarpe, ma a prezzi medi più bassi».
Colpisce però la vostra solidità finanziaria: Ebitda al 15% e zero debiti.
«Questo dato è rimasto invariato. Avremmo voluto crescere di più, ma in questo contesto è già un risultato importante».
Cosa servirebbe per tornare a crescere?
«Bloccare, o almeno limitare, l’ingresso massiccio di merci dall’Estremo Oriente e incentivare la produzione in Europa e in Italia. I prezzi aumenterebbero un po’, ma lavorerebbero più persone, la qualità migliorerebbe e anche i commercianti ne beneficerebbero».
Cosa chiede alle istituzioni?
«Un’Europa federale vera, con chi ci vuole stare, capace di decidere in tempi rapidi. Non si può andare avanti con sei riunioni, sei mesi di attesa e poi il veto di qualcuno che blocca tutto. Se non facciamo un’Europa unita, l’Europa è destinata al declino».
Nel frattempo, voi produttori fate sistema?
«È molto difficile nel nostro settore. Siamo sempre meno e contiamo poco rispetto alla grande distribuzione. Le uniche vere unioni le fanno i contadini con i trattori in piazza… Io non posso buttare le scarpe in piazza».
Guardando ai prossimi anni, quali sono le vostre priorità?
«Continuare così. Non andiamo male. Ho 73 anni, non posso pretendere chissà che».
Se arrivasse un grande gruppo a chiederle di vendere?
«Direi di no. Per ora mi sto divertendo ancora».
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Fabrizio Corona (Ansa)
Non si sente un paparazzo o un fotografo, ma il «re della comunicazione». Le notizie non le aspetta, se serve le crea. Lo scopo? Il denaro, tanto, subito, anche se «marcio». L’ultimo assedio ad Alfonso Signorini conferma la sua dipendenza: senza una guerra non esiste.
Cognome e nome: Corona Fabrizio. Catania, 1974. Se non ci fosse, bisognerebbe non inventarlo (il simbolo, of course, non la persona).
Ex fotografo? «Mi arrabbio se mi chiamano così, non ho mai fatto una foto in vita mia». Imperatore dei paparazzi, allora? No.
Piuttosto - ipse dixit a Claudio Sabelli Fioretti per D, il magazine di Repubblica, il 25 luglio 2025 - «re della comunicazione». Quella fai-da-te: «Noi produciamo gossip, non lo aspettiamo», sentenziava spavaldo già 20 anni fa.
Perché il suo mestiere è «fare soldi muovendomi all’interno dello spettacolo», tenendo fede alla promessa fatta alla mamma: «Le ho sempre detto: “Sarò uno che a 30 anni avrà un sacco di soldi”».
Portati a casa come? «Vendendo» notizie. Con il metodo Corona: se eventi, vicende e retroscena ci sono, bene. E sennò li si crea. Purché se ne parli, come si sa fin dai tempi del Dorian Gray di Oscar Wilde. Dei fatti? Macché: di Corona, ovvio.
Il Robin Hood della causa sua, un moralizzatore alla Cialtron Heston: Corona di spine per privilegiati e famosi, allo scopo di arricchirsi lui.
Granitico nel formulare sentenze, con una strafottenza che ricorda quella di Gianni Melluso, Gianni cha-cha-cha, uno dei grandi accusatori di Enzo Tortora, che infamava davanti ai giudici: «Enzino, confessa, liberati la coscienza».
Io sono notizia, assicura Fabrizio cha-cha-cha, come da documentario in cinque puntate che ne celebra le gesta, «il titolo più visto su Netflix in Italia», certifica la stessa piattaforma, che non fa rilevare i suoi ascolti dall’Auditel.
Serie costata 2.400.000 euro, 800.000 finanziati dallo Stato con il tax credit, in quanto «opera culturale» (stravaganza su cui si è già espresso su queste colonne Maurizio Caverzan).
Per Aldo Grasso, critico del Corriere della Sera, «un lungo, brutto spot, che cerca di trasformare un pregiudicato - bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione, estorsione, detenzione di banconote false - in uno spregiudicato, un mitomane in un mito del nostro tempo».
Curioso tempismo, comunque.
Il pregevole manufatto è approdato sugli schermi a ruota del virulento attacco di Corona ad Alfonso Signorini, accusato di una serie di nefandezze per cui il giornalista ha presentato querela «per la campagna calunniosa e diffamatoria» che lo ha investito (e denunciato financo Google per non aver rimosso i video realizzati da Corona), spingendolo ad autosospendersi da Mediaset.
Che a sua volta ha intrapreso le vie legali a tutela dei vertici dell’azienda e di altri conduttori, oggetto di «diffamazione aggravata e minacce».
Corona infatti può sopravvivere mediaticamente solo alzando «il livello dello scontro», come si diceva negli anni Settanta, quando gli scandali erano quelli politico-economici della Prima repubblica, gli scoop - veri o inventati - erano di Mino Pecorelli, direttore del settimanale Op, e la ribellione libertaria all’ordine costituito la conduceva Marco Pannella.
Oggi - perché la storia prima si presenta come tragedia, poi come farsa - si rimesta nella cesta delle mutande sporche.
Corona è costretto a mettere sempre più «menta» nel ventilatore, perché ciò gli consentirà - se i bersagli dei suoi schizzi di fango non incassano ma reagiscono - di atteggiarsi a vittima del sistema, il paladino della giustizia, l’unico depositario della verità, il giustiziere della Rete cui i ricchi e potenti vogliono chiudere la bocca. Un martire, insomma.
Nei giorni scorsi, perfino Paolo Madron, che ha firmato libri-intervista con Cesare Romiti e Luigi Bisignani, ha cercato di vedere - su Lettera43.it - il bicchiere mezzo pieno nella «crociata» intrapresa da Furbizio (copyright by Dagospia): «La sua irruzione ha fatto saltare tutto non perché abbia portato verità definitive - Corona non è un testimone: è un detonatore - non perché sia più credibile, ma perché parla lo stesso linguaggio del sistema cui appartiene geneticamente, solo senza il filtro dell’ipocrisia». Non basta: «Le accuse pesanti girano sulle piattaforme, mentre i giornali si autocensurano. Perché devono preservare una rete di relazioni che garantisce la loro sopravvivenza». Quasi un peana per Corona, le cui clip «nascono su Youtube, migrano su Instagram e TikTok, vengono rilanciate e vivono di commenti, reazioni e polarizzazioni». In ultima analisi: il migliore dei mondi possibili.
Se non fosse per un dettaglio tutt’altro che marginale, che perfino Madron non può trascurare: «Toccherà alla magistratura il compito di stabilire se Corona dica il vero o se stia semplicemente recitando l’ennesimo numero da fustigatore morale a gettone», ah ecco.
Ma il punto è proprio questo: come si può fare da cassa di risonanza a un egregio signore che all’inizio del marzo scorso giurava pubblicamente: «Se da qui ai prossimi cinque mesi uscirà un’immagine video dove papa Francesco parla dal vivo, io mi ritirerò a vita. Questa immagine non uscirà mai perché il Papa è morto»? Bergoglio era talmente defunto che il 23 marzo si affacciò da un balcone del Policlinico Gemelli, per poi rendere l’anima a Dio il 21 aprile successivo. Il 24 marzo, al Palapartenope di Napoli, ha provato a giustificarsi: «A me l’hanno detto persone che lavorano al Gemelli» (ah, beh...), «a 51 anni ho scelto di fare informazione seria» (e meno male). Risultato? L’hanno spernacchiato rumorosamente, con lui impegnato a cercare di uscire dall’angolo: «Così pochi dalla mia parte? Perché avete paura della verità», consolandosi: «tanto finiamo su tutti i giornali», che è poi l’unico traguardo che gli preme davvero nell’era dei social network, rendere virali, e quindi monetizzabili, i suoi blitz e le sue panzane.
Per la bufala sulla dipartita del Papa si è autoassolto: perché l’hanno sì ripreso in un video ad annunciarla urbi et orbi, ma «non ho scritto questa cosa sul mio giornale, sui miei social, non l’ho detta in tv», quindi non vale. E dire che l’art. 121 del Tulps, il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, vieta il mestiere di ciarlatano. O di «caciottaro», epiteto con cui lo sfregiò Ilary Blasi durante un urlato faccia-a-faccia nel 2018. Nei peggiori bar di Caracas? No: al Grande Fratello Vip, in prima serata su Canale 5.
Ma anche non avesse pestato il mentone del falso decesso del Santo Padre, come non ricordare come si rappresentava durante una lite al telefono con Nina Moric, finita sul sito del Giornale il 13 marzo 2007 ? «Io rovino la vita alle persone, sono un pezzo di m... e non ho più neanche sensi di colpa». E lei: «A me non mi piace questo tipo di vita tua, mi fa schifo, schifo!», conclude il brogliaccio: «Lei dice che lo manderà in prigione perché testimonierà contro di lui, lui chiede dove siano le prove e che non servirà a nulla se non a rimanere entrambi senza soldi. Nina continua ad accusarlo di essere stato ed essere ancora l’amante di Lele Mora», l’agente che ha tenuto professionalmente a battesimo Corona, rapporto su cui molto si è inzigato (Platinette: «Fabrizio in pochi anni ha ottenuto 5 milioni di euro, a casa mia queste si chiamano marchette. Non so come si chiamano a casa di altri»), ma anche fossero vere tutte le illazioni: so what?
In un altra cronaca, questa volta del Corriere della Sera, a firma di Giuseppe Guastella e Biagio Marsiglia, 22 giugno 2007, Corona confidava a Moric «di guadagnare “soldi marci” perché “nascono da un guadagno che provoca il più delle volte dolori sentimentali, crisi enormi a moltissima gente”». Confessione che deve essere sfuggita a Marco Travaglio, che pure è un fan delle intercettazioni, tanto più se «a strascico», altrimenti non si spiegherebbe la chiusa di un suo articolo del 2014: «Una grazia almeno parziale (a Corona, che alla fine aveva cumulato pene per 14 anni, poi ridotti a nove) sarebbe il minimo di “umanità” per ridare speranza a un ragazzo che ne ha combinate di tutti i colori, ma senza mai far male a nessuno. Se non a sé stesso», epigrafe che a Trastevere avrebbero chiosato con un sonoro: «‘A Marcolì, ma che c... stai a dì?», una benevola disposizione d’animo che il direttore del Fatto Quotidiano ribadisce peraltro nel documentario di Netflix.
Il bello è che spesso a promuovere l’immagine di Corona sono stati e sono ancora giornalisti e conduttori tv che hanno invitato il «pericolo pubblico numero 1», vedi Enrico Mentana nel 2007 a Matrix su Canale 5, e ancora lo cercano oggi, strapagandolo: ecco quindi i 30.000 euro - a ospitata - che Corona avrebbe incassato dalla Rai andando da Mara Venier, Nunzia Di Girolamo, Francesca Fagnani, Massimo Giletti, tutti in forza al servizio pubblico, con Giletti recidivo, perchè Corona lo ha avuto ospite a Non è l’Arena su La7 nel 2021 ma anche nel 2018, quando Furbizio al termine della puntata s’incoronò con lo scolapasta della vanità: «Mi sento un eroe nazionale». Dimenticando che perfino le statue di quelli veri spesso sono avvolte in un sudario di guano.
Moric: «A modo suo mi avrà anche amata. Ma è troppo innamorato di sé per amare qualcuno».
Corona: «Alla fine credo di essere un povero bullo colpevole solo di fare un mestiere del c...».
Amen.
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I signori Renzi (Imagoeconomica)
Il papà dell’ex premier dovrà risarcirci. Quanto scritto tra il 2018 e il 2019 si basava su fatti. Ad esempio, vari regali ricevuti da Matteo Renzi a Chigi erano stati trasferiti in un capannone dell’azienda di famiglia e prelevati da più soggetti.
L’ex premier Matteo Renzi, da qualche tempo, si è fatto paladino della libertà di stampa chiedendo a più riprese al governo di dare spiegazioni sul presunto spionaggio realizzato attraverso un’applicazione israeliana sui cellulari di giornalisti e attivisti. Anche se non è stato accertato che tutte le presunte vittime siano state effettivamente infettate dal malware, né che il governo abbia ordinato ai servizi segreti di spiare i cellulari dei sopra citati, l’ex premier si è erto a difensore dei cronisti. Peccato che sia lui che la sua famiglia da tempo portino avanti una temeraria guerra alla libertà di stampa condotta a colpi di querele e cause risarcitorie. Un modo per provare a mettere la mordacchia ai giornali toccando gli editori nel portafogli.
Nelle scorse ore il fu Rottamatore ha dovuto incassare una dolorosa sconfitta davanti al Tribunale di Firenze contro il Fatto quotidiano: i giudici di Appello lo hanno costretto a restituire più di 100.000 euro a Marco Travaglio e a pagare circa 120.000 euro di spese legali.
Ma anche babbo Tiziano, nel suo piccolo, ha dovuto abbozzare. Il giudice monocratico Massimiliano Sturiale della Quarta sezione civile, sempre del Tribunale di Firenze, lo ha infatti condannato a pagare 14.000 euro di spese legali nel procedimento promosso contro il direttore Maurizio Belpietro (per cui, però, i legali del babbo non hanno chiesto la condanna), contro chi scrive e contro la nostra società editrice per tre articoli pubblicati da questo quotidiano tra il 2018 e il 2019.
Nella sentenza, Sturiale ha dato ai Renzi una lezione di libertà di stampa.
«Il ruolo centrale dell’attività giornalistica per il corretto funzionamento di una società democratica è stato più volte sottolineato anche sul piano internazionale ed europeo», sottolinea la toga, e cita la giurisprudenza della Corte europea per i diritti dell’uomo «secondo cui l’incriminazione della diffamazione costituisce un’interferenza con la libertà d’espressione».
Il Tribunale fa anche riferimento allo storico ruolo dei media di «guardiano» a tutela del bene pubblico e dei valori democratici».
Ovviamente, sottolinea il giudice, gli articoli devono comunque sempre avere «un nucleo fattuale che deve essere sia veritiero sia oggettivamente sufficiente per permettere di trarvi il giudizio». Quando l’articolo contiene «giudizi di valore non suscettibili di dimostrazione», «il potenziale offensivo dell’articolo» deve essere «neutralizzato dal fatto che lo scritto si basi su di un nucleo fattuale (veritiero e rigorosamente controllabile) sufficiente per trarre il giudizio di valore negativo». Gli altri due paletti, rammenta il giudice, sono costituiti dal fatto «che la questione trattata sia d’interesse pubblico», della cui «sussistenza», in questo caso, «non può dubitarsi», e «che, comunque, non si trascenda in gratuiti attacchi personali». Tutte condizioni che, secondo il Tribunale, il nostro giornale ha rispettato. In altri due passaggi la sentenza rammenta ai Renzi che esistono il «diritto di critica politica […] espressione del diritto d’opinione» e il giornalismo investigativo e d’inchiesta politica che, spesso, non si basa su atti giudiziari, ma su autonome ricerche. Per questo tipo di informazione «il requisito della Verità (anche putativa) va inteso in un’accezione meno rigorosa, implicando una valutazione non tanto dell’attendibilità e della veridicità della notizia, quanto piuttosto il rispetto dei doveri deontologici di lealtà e buona fede gravanti sul giornalista».
Tale interpretazione fa da scudo a due dei tre articoli contestati. Nel primo raccontavamo di come buona parte dei regali istituzionali ricevuti da Renzi ai tempi di Palazzo Chigi fossero stati trasferiti in un capannone dell’azienda di famiglia e da qui fossero stati prelevati da più soggetti. «Le dichiarazioni di Simona S. (moglie di un dipendente dei Renzi, ndr) su cui l’articolo si fonda sono risultate verosimili», si legge nella sentenza, «e soddisfano il requisito della veridicità».
Nella causa contro di noi Tiziano si è fatto un autogol e ha allegato alla citazione, al posto di uno dei tre articoli contestati, un servizio del Fatto quotidiano che riprendeva il nostro. L’argomento era l’attività di distribuzione dei giornali da parte dell’azienda di famiglia.
Il titolo originale era sfizioso: «Lavoravo in nero per i Renzi. Alle paghe ci pensava Matteo». Il sommario spiegava: «Il racconto di Andrea S., ex distributore di giornali nell’azienda di Tiziano: «Suo figlio (Matteo, ndr) ci portava le copie da vendere ai semafori, poi ritirava gli incassi. A noi restava una quota. Mai visto un contratto».
Il giudice, come detto, non ha potuto valutare «la portata lesiva dell’articolo», perché Tiziano ha allegato quello sbagliato.
L’ultimo servizio sotto esame riguardava il supporto offerto da Tiziano alla cooperativa che aveva preso in gestione il bar del campo di calcio di Rignano sull’Arno. La toga non ha trovato «nessun riferimento diffamatorio» nel nostro articolo poiché abbiamo «dato correttamente risalto al fatto» che il babbo non ricopriva «ruoli ufficiali» nell’attività di ristorazione «dal momento che il Tribunale lo ha interdetto dall’esercizio di qualsiasi attività imprenditoriale sino a dicembre (2019, ndr)».
Anche in questo caso, per il giudice, l’articolo è «scriminato in funzione del diritto di critica/inchiesta giornalistica».
In particolare l’articolo «rappresenta un pezzo d’inchiesta nel quale sono ben evidenti le opinioni del giornalista e ben distinte le stesse dai fatti». In conclusione, abbiamo legittimamente criticato «l’influenza indiretta di Tiziano Renzi in un’attività imprenditoriale», ma senza addossargli una formale violazione della misura cautelare.
Per questo il giudice ha rigettato le domande risarcitorie e ha condannato Renzi senior a pagare le spese di lite. Un successo per la libertà di stampa che il figlio Matteo, novello sindacalista dei cronisti, adesso dovrà far digerire al babbo.
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Daniela Santanchè (Ansa)
Il ministro Daniela Santanchè: importante distribuire i flussi anche nei centri più piccoli.
Il tema dell’undertourism e della valorizzazione dei territori meno noti è il fil rouge del terzo Forum internazionale del turismo. L’evento, che ha aperto i battenti ieri al Palazzo del Ghiaccio a Milano, si concluderà oggi con la firma del Patto di Amalfi tra il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, il ministro del Turismo, Daniela Santanchè e i sindaci firmatari della carta.
Che il nostro Paese si stia già inserendo nella traiettoria della delocalizzazione è evidente anche dai risultati raggiunti nel 2025. «Il turismo italiano è tornato a essere forte e competitivo. E ci è riuscito anche grazie ad un’altra scelta strategica, cioè quella di puntare su due direttrici: la destagionalizzazione e la delocalizzazione dei flussi», ha annunciato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un videomessaggio per il Forum. Il premier ha poi ricordato che l’Italia «è diventata la seconda nazione europea per presenze turistiche: abbiamo superato per la prima volta nella storia la Francia, ci avviciniamo ai livelli della Spagna».
Nella giornata di ieri, nel fare gli onori di casa, anche il ministro del Turismo, Daniela Santanchè, ha sottolineato come il 2025 sia stato l’anno dei record per il turismo italiano «con quasi 480 milioni di presenze stimate, il primato europeo per permanenza media dei turisti, un impatto sul Pil di 237,4 miliardi di euro e una spesa turistica di 185 miliardi di euro». E quindi il 2026 sarà «l’anno della consacrazione del “Modello Italia”». Il ministro ha poi rivelato la visione decennale sul comparto, illustrando alcune proposte, tra cui «una riforma strutturale sulla dimensione delle imprese» su cui il ministero del Turismo è già al lavoro con il Mef per facilitare «i processi di aggregazione delle aziende alberghiere»; «un patto di equità» che miri «a ridurre del 10% la fiscalità sulle imprese turistiche»; «una Pa più efficiente», ma anche «l’allineamento del calendario scolastico». Tornando al presente, i dati confermano l’importanza della delocalizzazione: i piccoli comuni, ha annunciato Santanchè, «sono cresciuti del 6,85% nelle presenze e del 7,86% negli arrivi sul 2024, contribuendo a circa il 20% dei pernottamenti complessivi». Tra l’altro «il Fondo da 34 milioni di euro dedicato ai piccoli comuni ha generato un impatto economico stimato di oltre 98 milioni di euro».
Il tema della distribuzione dei flussi turistici in diverse località si riflette anche nelle stesse Olimpiadi di Milano-Cortina, a cui è stata dedicata una tavola rotonda. Il ministro per lo Sport, Andrea Abodi, presente in video collegamento, ricordando che si tratta della «prima esperienza di Olimpiadi e Paralimpiadi diffuse», si è detto certo che lo «stesso modello» sarà utilizzato «da chi verrà dopo». Sulla stessa linea anche il presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, Giovanni Malagò: «Dalla prima edizione dei Giochi olimpici al 2026 c’è sempre stata una sola città», ma «oggi si deve allargare il territorio». Tra l’altro, l’impatto dei Giochi sul turismo è evidente: «Stiamo già vedendo come i flussi esteri per il periodo delle Olimpiadi» arrivino «da diversi continenti, con una forte spinta dall’Asia ed in particolare dalla Cina», ha dichiarato l’ad di Enit, Ivana Jelinic, durante l’evento.
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