- Il gruppo chiede all’esecutivo tedesco garanzie finanziarie: colpa delle perdite legate alle rinnovabili. E Shell annuncia tagli alla divisione sulle basse emissioni. La transizione verde dell’Europa è un fallimento.
- L’intesa da 1,5 miliardi prevede anche una joint venture per l’esportazione dei veicoliIntanto a Melfi la produzione va a singhiozzo per la mancanza di componenti.
Lo speciale contiene due articoli.
Nuova frana in Borsa, ieri, per Siemens energy. Il prezzo delle azioni della compagnia è crollato di oltre il 30% in un giorno, dopo che il gruppo ha rivelato di essere in trattative con il governo tedesco, guidato da Olaf Scholz, per ottenere garanzie finanziarie, confermando quanto anticipato da Der Spiegel. La notizia è deflagrata in Borsa a Francoforte, dove il titolo è precipitato con un calo delle quotazioni che ha sfiorato il 40%, pari a una perdita di valore di oltre 3 miliardi. L’indice Dax ha toccato il minimo da nove mesi a questa parte.
Nel suo comunicato stampa, la compagnia afferma che Siemens Gamesa mostrerà nel 2024 minori ordini e minori ricevi, oltre che una peggiorata situazione di cassa. «Il comitato esecutivo sta valutando varie misure per rafforzare il bilancio di Siemens energy ed è in trattative preliminari con diverse parti interessate, tra cui partner bancari e il governo tedesco, per garantire l’accesso a un volume crescente di garanzie necessarie per facilitare la prevista forte crescita», dice l’azienda nella nota. Le garanzie sarebbero a supporto dei «progetti a lungo termine», ma è evidente che la richiesta al governo rappresenta un segnale di debolezza.
Un brutto colpo per la compagnia, che già a giugno, al primo annuncio delle difficoltà di Siemens Gamesa sui costi straordinari delle manutenzioni degli impianti eolici già installati, aveva subito un tracollo in Borsa vicino al 37%. Con i valori di ieri, dai massimi di fine maggio scorso il titolo ha perso oltre il 70% del suo valore.
I guai di Siemens Gamesa ora investono tutto il gruppo Siemens e sono diventati un problema serio. Il gruppo conta quasi 100.000 dipendenti ed è attivo anche nei sistemi di reti elettriche, nella componentistica elettrica e nelle turbine a gas. Questi settori sono profittevoli, per l’azienda, ma il disastro nel settore eolico è travolgente. È persino difficile stimare i costi legati alla sostituzione o riparazione delle turbine difettose, mentre in alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, sarebbero in preparazione cause collettive contro il colosso tedesco per i problemi sull’eolico. Il sistema bancario tedesco chiede dunque maggiori garanzie sui finanziamenti, dopo la pessima performance della filiale attiva nell’eolico. L’intervento del governo tedesco, che fornirebbe garanzie aggiuntive, diventa necessario per evitare guai peggiori.
Nonostante la spinta gigantesca in atto in Germania e in tutta Europa per sviluppare le fonti rinnovabili di energia, nonostante i sussidi e i prezzi record dell’energia elettrica registrati nell’ultimo anno e mezzo, molte aziende del settore faticano a camminare con le loro gambe. Ormai non si contano più le rinunce a progetti e investimenti, dettati sia dall’aumento dei tassi di interesse, che richiede una profittabilità maggiore per i piani già approvati, sia dall’aumento dei costi delle materie prime.
La transizione energetica si rivela sempre più fragile e c’è chi comincia a parlare di bolla finanziaria. Soprattutto senza il supporto dei governi, dunque senza denaro pubblico, sembra proprio che la transizione non riesca a decollare.
Il governo tedesco si appresterebbe, ancora una volta, ad aiutare le aziende nazionali, in deroga alla normativa europea sugli aiuti di Stato, che per il momento è sospesa sino al 31 dicembre di quest’anno. Data la complessità delle operazioni, è tuttavia prevedibile che il supporto statale arriverà nel 2024, dunque con il divieto di aiuti di Stato di nuovo in vigore. Ecco perché la Germania, assieme alla Francia, sta facendo pressione sulla Commissione perché proroghi di un anno la sospensione del divieto. Gli Stati che hanno spazio fiscale saranno dunque avvantaggiati, rispetto a chi (come l’Italia) non ne ha. Una evidente disparità, l’ennesima, tra Stati membri. Come nella Fattoria degli animali di George Orwell, tutti gli Stati sono uguali ma alcuni sono più uguali di altri.
Per Bruxelles e le sue ambizioni di decarbonizzare tutto nel giro di pochi anni arriva anche un altro brutto colpo. La grande compagnia petrolifera angloolandese Shell ha annunciato l’intenzione di tagliare almeno il 15% della forza lavoro nella sua divisione di soluzioni a basse emissioni di carbonio e di ridimensionare il business dell’idrogeno. L’amministratore delegato Wael Sawan, alla guida della compagnia da nove mesi, intende infatti aumentare i profitti e tagliare i business in perdita. Per cui la società si concentrerà sulla stabilizzazione della produzione di petrolio e sull’aumento della produzione di gas naturale. «Stiamo trasformando la nostra attività Low carbon solutions (Lcs) per rafforzarne la portata nelle nostre principali aree di business a basse emissioni di carbonio, come i trasporti e l’industria», ha affermato la società in una nota. È soprattutto nel settore dell’idrogeno per auto che si concentreranno i tagli. La società afferma di essere comunque impegnata nella transizione e di voler solo cambiare il percorso per arrivare alle emissioni zero. Sarà, ma intanto senza petrolio e gas non si fa molta strada.
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