Ex Gkn ostaggio di Carc e amici della Schlein
Ansa
  • Falliti tutti i piani di salvataggio perché lo stabilimento è in mano al collettivo “Insorgiamo” e al Partito dei comitati di appoggio alla resistenza del comunismo. Sponda del segretario dem che è salito sul palco insieme con un rappresentante della Rsu.
  • Il fondatore Giuseppe Maj venne accusato di sovversione. Sospetti per le minacce contro Attilio Fontana.

Lo speciale contiene due articoli.

Gli oltre 20.000 metri quadrati incastonati nell’area industriale di Campi Bisenzio tra un multisala e un centro commerciale sono diventati il fortino toscano degli ultrà della bandiera rossa. L’ultimo avamposto di una sinistra radicale che si è aggrappata alla sopravvivenza sfruttando il Web, ma che è ancorata in modo saldo a una retorica degli anni Settanta. Dove l’imprenditore, che in questo caso è anche il presidente di Unindustria a Cassino, Francesco Borgomeo, viene indicato come «il padrone» in un manifestino che ricorda i «Wanted» da Far West, con tanto di taglia, e dove i metalmeccanici sognano «una fabbrica pubblica e socialmente integrata». Una coop i lavoratori l’hanno costituita (con una decina di dipendenti), ma nel frattempo il capannone si è trasformato in un immenso centro sociale a disposizione per qualsiasi iniziativa: dall’aperitivo di comunità per confrontarsi sulle condizioni detentive con l’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Alfredo Cospito, l’anarco insurrezionalista finito al 41 bis, agli incontri sulle «pratiche commerciali sleali», fino alle assemblee delle società operaie di mutuo soccorso. Negli ultimi mesi è accaduto di tutto nello stabilimento, fuorché la produzione delle componenti automobilistiche o la possibilità di favorire una riconversione.

È una fabbrica storica quella di Campi Bisenzio. Un tempo degli Agnelli e dal 1994 della britannica Gkn, che produceva semiassi con la tecnologia powertrain per Stellantis. Per gli operai era filato sempre tutto liscio. Fino ai primi di luglio 2021. Dopo uno dei turni di notte parte una mail firmata dall’amministratore delegato della Gkn e comincia l’incubo: stop immediato della produzione e 440 lavoratori licenziati. La Fiom fa subito la voce grossa. Ipotizza che l’azienda voglia delocalizzare. E mentre la struttura viene occupata da un collettivo, i sindacati avviano la vertenza. Al Tribunale del lavoro la Gkn soccombe per «comportamento antisindacale» e il ministero prova a gestire la crisi. Tutto sembra andare per il verso giusto. La vecchia proprietà, il fondo inglese Melrose, affida all’imprenditore di estrazione cattolica Borgomeo, formazione all’università gregoriana e grossi salvataggi aziendali portati a termine da vantare(la ex Marazzi di Anagni e la ex Ideal standard di Roccasecca), il compito di advisor. Il 23 dicembre Borgomeo acquisisce il 100% della Gkn, che diventa Qf, ovvero quattro effe: «Fiducia nel futuro della fabbrica di Firenze».

Borgomeo pensa al rilancio e già immagina il nuovo successo, ma trova subito sul suo cammino un ostacolo dietro l’altro. I sindacati confederali sono sempre più emarginati. Alcuni dipendenti scelgono sigle autonome. E piantano grane. Borgomeo, intanto, va avanti: il piano industriale convince il ministero e si affacciano degli investitori. Borgomeo valuta in particolare una società che produce macchinari per l’industria farmaceutica. L’azienda sembra affidabile e si parla già di «closing». Ma l’avamposto del comitato aziendale che occupa la fabbrica si allarga. Scompaiono le bandiere dei confederali e restano quelle dei Carc, il Partito dei comitati di appoggio alla resistenza del comunismo, di una società operaia di mutuo soccorso chiamata Insorgiamo (la cui prima assemblea si è svolta il 12 gennaio 2023, giorno che coincide con l’anniversario della scissione di Livorno dalla quale, nel 1921, nacque il Partito comunista italiano) e dell’Unione sindacale di base (Usb). A fiancheggiare il blocco rosso ci sono a giorni alterni Arci e Anpi. Nello stabilimento non può entrare più nessuno. Men che mai Borgomeo. Il livello di scontro si alza e le contestazioni, prima, le «minacce», poi, arrivano fino a Cassino, dove Borgomeo vive e lavora. La cassa integrazione è autorizzata, ma non viene pagata. Si scopre che alcuni dipendenti hanno lavorato altrove senza comunicarlo e senza aver ottenuto autorizzazioni. E questo aggiunge del ritardo ai ritardi. Ma è una buona scusa per prendersela con l’uomo che gli estremisti chiamano «padrone».

A Borgomeo viene impedito di fare impresa, ma anche di mettere piede nei capannoni. A quel punto, a causa della conflittualità, mentre sul tavolo c’è un’ipotesi d’accordo con Invitalia, Qf stacca la spina e finisce in liquidazione. La Verità ha contattato Borgomeo che, però, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

Qualcuno s’inventa una sorta di cuscinetto di compensazione per evitare la deflagrazione, con Legacoop Toscana che sostiene l’ipotesi di una cooperativa di lavoratori. Le istituzioni però hanno ben chiaro che difficilmente quel meccanismo potrà rimettere in moto la fabbrica. Il ministro per le Imprese e il made in Italy Adolfo Urso tenta di giocare anche un’ultima carta dettando la strada: «Ritirare la procedura di liquidazione e permettere l’accesso in fabbrica». E che la proto cooperativa sia un contenitore vuoto lo dimostra il fatto che «la sua capitalizzazione», come spiegano proprio i soci (tra i quali ci sono un Rsu e cinque ex dipendenti Gkn), «sarà avviata quando il piano industriale sarà operativo». La faccenda si è ulteriormente ingarbugliata quando gli ufficiali giudiziari si sono presentati nello stabilimento per pignorare due macchinari, a titolo di garanzia per gli stipendi non pagati ad alcuni operai. I Carc nel frattempo vanno avanti con la propaganda ideologicamente orientata e tirano fuori l’idea della «fabbrica pubblica e socialmente integrata». Dove, cioè, la parte pubblica dovrebbe credere e investire in una cooperativa senza capitali che non ha un piano industriale.

Le utopie del post comunismo. Che, però, deve piacere al segretario del Pd Elly Schein che, su uno dei palchi della protesta, si è ritrovata fianco a fianco con un Rsu della Gkn e, nel giorno della grande manifestazione dei 15.000 a Campi Bisanzio lo scorso marzo, si è schierata apertamente: «Continueremo a stare al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici Gkn e anche delle loro rappresentanze». Ovvero quelle che hanno rapporti con i Carc e che ospitano le manifestazioni di solidarietà per Cospito.

L’unico obiettivo reale appare quello della tenuta del fortino rosso (che sembra far comodo anche alle istituzioni, visto che c’è un luogo fisico, una sorta di contenitore per i rossi, da poter controllare a distanza), dove nessuno può entrare. Neppure i tecnici dell’Enel che a marzo avevano tentato un sopralluogo per poter staccare l’energia elettrica (dopo mesi di morosità). Se ne sono tornati con le pive nel sacco: «In assenza di assistenza della forza pubblica», ha comunicato Enel distribuzione, «il distacco non è stato possibile perché si è valutato che non c’erano le condizioni per far operare il personale in sicurezza». L’ultima novità è l’interesse dimostrato da un consorzio di cooperative denominato Abaco, ma dopo le prime mosse esplorative l’attenzione è cominciata a vacillare sotto la pressione della piazza (rossa).


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