- Dopo anni di salvataggi e svendite ripartono le acquisizioni importanti. Tramonta la prospettiva di creare un terzo polo e ora Mps dovrà cercare da sola un partner. Se fosse Credit Agricole, almeno dovrà pagare…
- Con la riforma leghista ridotti gli organici senza danneggiare i lavoratori in esubero.
Lo speciale contiene due articoli
Ore 23.36. Lunedì. L’istituto guidato da Carlo Messina annuncia con una nota scarna di aver dato il via a una maxi operazione con una Offerta pubblica di scambio per mangiarsi Ubi, valorizzandola qualcosa come 4,9 miliardi di euro. Lo scambio è di 10 azioni contro 17, che significa 4,25 euro per ogni titolo di Ubi. La notizia arriva poche ore dopo la diffusione dei conti da parte del capo di Ubi, Victor Massiah, il quale dopo aver annunciato 2.000 esuberi, 2.360 ricollocamenti e il taglio di oltre 170 filiali, aveva confermato un buon dividendo e sentenziato: «L’operazione su Mps? La valuteremo quando c’è chiarezza». Invece, la luce è arrivata in piena notte e di colpo il sistema bancario si è accorto che il concetto di terzo polo bancario, di cui si vocifera da oltre quattro anni, è ormai stantio e superato. La mossa di Messina in un solo colpo si mangia Ubi, per certi versi mettendola anche in sicurezza rispetto al mare magnum europeo. E dimostra che i grandi player domineranno per acquisizione. Ne consegue che chi resta indietro o mangia o sarà mangiato.
Ma l’idea di apparecchiare nozze paritetiche sembra da accantonare. Una doccia fredda per Mps e per certi versi pure per Bpm. Con l’Ops su Ubi nascerà un polo bancario da 460 miliardi di impieghi e oltre 1.100 miliardi di risparmi affidati. Stando alle stime di Messina già nel 2022 produrrà 6 miliardi di utili e dal 2020 oltre 21 miliardi di ricavi. Un forza d’urto sufficiente a misurarsi con le nuove regole europee e, come ha osservato ieri il segretario nazionale della Fabi Lando Maria Sileoni, a creare valore per tutto il Nord Italia. «Operazione che crea valore per tutti, anche per il nostro territorio. Mentre Unicredit si è alleggerita in Italia per preparare probabilmente una grande operazione su scala internazionale, Intesa fa una mossa importante nei nostri confini. Intesa e Ubi sono due banche ben gestite. Per quanto riguarda l’occupazione, chiederemo almeno il 50% di nuove assunzioni rispetto alle uscite solo volontarie», ha concluso Sileoni.
Ciò che crea ulteriore valore è il prezzo riconosciuto alla banca bergamasca. Oltre 4 euro per azione significa innescare una svolta definitiva per il sistema bancario. Le acquisizioni degli ultimi anni sono state in realtà salvataggi, più o meno urgenti. Ma in ogni caso il messaggio inviato agli istituti stranieri è stato uno e molto semplice. Le nostre banche valgono 1 euro. Non una cifra simbolica, ma quanto effettivamente Intesa ha pagato per le due Venete andate a gambe all’aria dopo aver bruciato la dote del fondo Atlante (quasi 5 miliardi raccolti dai vari istituti tricolore). La maxi svalutazione è cominciata con il fallimento di banca Etruria (con le altre tre Popolari) e il pasticcio sull’avvio del bail in tricolore. In quell’occasione partì il massacro degli Npl e la valutazione infima fissata dai commissari al 17%.
Si è creato così un benchmark di riferimento che ha piallato le speranze dell’intero sistema e fatto guadagnare milioni anche a chi ha varcato il nostro confine appositamente per partecipare a un banchetto improvviso. Adesso le carte in tavola sono cambiate. Al tempo stesso, la mossa di Messina svincola una volta per tutte le relazioni politiche. Annientando la possibilità che si formi un terzo polo per aggregazione, l’Ops su Ubi imporrà innanzitutto al Monte dei Paschi di Siena scelte importanti. Entro l’estate il Tesoro dovrà uscire dal capitale e l’istituto ora guidato da Marco Morelli dovrà semplicemente essere venduto.
L’avverbio non va frainteso: di semplice non c’è nulla. Ma ciò che conta è che da adesso il valore riconosciuto a Ubi si rifletterà anche su tutte le altre banche. Vale anche per Banco Bpm. Anche se in queste ore Giuseppe Castagna, amministratore delegato del gruppo lombardo veneto, si sentirà più «piccolo» di prima e dovrà affrontare da solo il consolidamento del mercato. Farà il salto e si mangerà Mps? Oppure starà a guardare che arrivi qualcuno dall’estero? Rischiando di rimanere ancora più solo. Perché, bisogna ricordare, all’orizzonte c’è sempre il gruppo francese Credit Agricole. Che in Italia già è in pianta stabile e in queste settimane osserva da vicino la vicenda Carige e il futuro delle Bcc di Cassa centrale banca. Non è escluso che se la Bce chiedesse più capitale per l’istituto genovese, Credit Agricole possa sostenere l’azionista Ccb diventando partner stabile e magari aprendo il vero assalto a Mps. C’è il tema teorico dell’italianità, ma se gli stranieri devono fare shopping da noi almeno paghino un prezzo congruo. Ciò che è da combattere a tutti i costi sono le svendite.
Infine, si aprirebbe di nuovo un partita Italia-Francia e potrebbe essere l’occasione migliore o ideale per Intesa per muovere una volta su tutte su Generali. L’operazione ideata da Messina a gennaio del 2017 non è andata in porto. Adesso è tutto diverso.
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