- Le operazioni di spegnimento imposte dal tribunale cominceranno fra 24 ore: una volta che l’impianto avrà smesso di funzionare sarà impossibile riaccenderlo. I commissari annunciano il ricorso al Riesame.
- La sentenza si è basata sulla relazione di Barbara Valenzano, custode giudiziaria dell’area a caldo, che per anni si è espressa a favore di interventi drastici sul sito.
Lo speciale contiene due articoli.
È tutt’altro che d’acciaio la speranza di salvare l’altoforno 2 (Afo2) dell’ex Ilva di Taranto dopo il disco rosso del giudice Francesco Maccagnano alla richiesta di proroga, avallata dalla Procura, che era stata avanzata dai commissari straordinari nei giorni scorsi. L’azienda presenterà ricorso al tribunale del riesame per ribaltare l’ordinanza del magistrato della seconda sezione penale del tribunale del capoluogo pugliese, ma i tempi sono strettissimi.
E minimi sono gli spiragli di manovra: l’impugnazione davanti al collegio giurisdizionale si basa, infatti, su una diversa interpretazione (in chiave ottimistica, diciamo così) della relazione del custode giudiziario dell’impianto siderurgico, Barbara Valenzano. Un dossier che offre più ombre che luci sulle contromisure adottate da Arcelor Mittal per annullare i rischi per i lavoratori impegnati nel piano di colata. Gli avvocati di Ilva chiederanno ai magistrati di concedere la proroga di nove mesi anche alla luce del piano di bonifica del sito già approvato nel recente passato. L’aspettativa è che il Riesame decida quasi immediatamente, considerato che domani, 13 dicembre, inizieranno le operazioni per lo spegnimento di Afo2. Se le toghe dovessero impiegare più tempo, a quel punto il processo diventerebbe irreversibile e si aprirebbe uno scenario fosco per il complesso industriale che occupa, ad oggi, oltre 10.000 dipendenti.
Il giudice Maccagnano ha bocciato l’istanza dell’amministrazione straordinaria dell’azienda perché, ha scritto nel provvedimento, un nuovo rinvio dello spegnimento dell’altoforno 2 avrebbe violato la Costituzione e il testo unico sulla sicurezza dei lavoratori. Afo2 in questi anni è stato sequestrato e dissequestrato in diverse occasioni dopo che il 12 agosto 2015 un operaio di 35 anni, Alessandro Morricella, rimase vittima di una fiammata mista a ghisa incandescente mentre misurava la temperatura di colata.
Secondo il magistrato, l’azienda ha avuto oltre quattro anni di tempo per mettersi in regola, ma non l’ha fatto. Altre dilazioni avrebbero comportato, a suo dire, una «ulteriore compressione dell’interesse alla tutela dell’integrità psicofisica dei lavoratori operanti presso l’altoforno».
Per il giudice tarantino, la perdurante attività del piano di colata rappresenta un pericolo non più tollerabile. «Dalla documentazione in atti non pare emergere che siano state formalmente emesse o aggiornate specifiche pratiche operative tali da attenuare l’esposizione dei lavoratori al rischio di essere investiti improvvisamente da gas e polveri ad alta temperatura», come accaduto al povero Morricella. «La pluriennale opera di bilanciamento di interessi» che è stata di volta in volta evocata per «tutelare la continuità produttiva e i livelli occupazionali di uno stabilimento industriale di interesse strategico nazionale», scrive il giudice Maccagnano, non può «essere ulteriormente proseguita» violando le disposizioni del testo unico sulla sicurezza sul lavoro e, in particolare, della Costituzione che (articolo 41) prescrive che l’iniziativa economica è libera, ma «non può svolgersi […] in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».
Per ottenere il differimento di nove mesi, i commissari avevano offerto garanzie riguardo all’implementazione dei sistemi di sicurezza e annunciato di aver già pagato all’azienda Paul Wurth, incaricata delle opere, ben 3,5 milioni di euro degli 11 messi a budget per finanziare l’automazione della Mat, la «macchina a tappare», una sorta di scudo nel campo di colata a tutela degli operai. Garanzie che avevano peraltro convinto anche la Procura che, esprimendo parere positivo alla istanza dei commissari, aveva tuttavia insistito su un miglioramento complessivo delle misure di prevenzione già analizzate nella relazione del custode giudiziario Valenzano.
Il giudice Maccagnano ha invece rimesso di nuovo tutto in discussione. Come aveva già fatto nel luglio scorso quando, con l’impianto sequestrato per la seconda volta, bocciò il ricorso di Ilva sulla facoltà d’uso; ricorso che, anche in quel caso, aveva ottenuto l’ok della magistratura inquirente. L’Afo2 fu poi dissequestrato dal Riesame solo due mesi dopo. Questa volta, i tempi per la decisione dovranno essere necessariamente più brevi considerato anche che Arcelor Mittal (gestore del complesso) ha annunciato la cassaintegrazione per 3.500 operai (oltre 2.000 in più dei 1.273 per cui era già stata chiesta) a partire, non a caso, da domani, quando cioè l’Altoforno sarà sottoposto alle prime manovre di spegnimento. Indignati, i sindacati hanno parlato di una «provocazione». Che, in ogni caso, ci sarebbe stato – ha ribadito in più occasioni la multinazionale indiana – nel 2023 per conclusione naturale del ciclo di vita, dopo un precedente «tagliando» avvenuto nel 2007.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >